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venerdì 6 dicembre 2013

"Usciamo ad offire a tutti la vita di Gesù Cristo!" Papa Francesco al paragrafo 49 della sua lettera apostolica Evangelii Gaudium

Queste parole del papa citate da Padre Gino mi accompagnano durante la mia giornata..
Sono come "un pungolo" ad essere ciò per cui Dio mi ha fatto:
essere annuncio gioioso della vita che ho ricevuto in dono,vita innestata nella vita di Cristo...Valter

49.
Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Ripeto qui per tutta la Chiesa ciò che molte volte ho detto ai sacerdoti e laici di Buenos Aires: 
preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade,piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita.
Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta:«Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37)

lunedì 20 maggio 2013

Padre Cantalamessa :L'ascensione di Gesù al cielo....per stare con noi per sempre...

Padre Raniero Cantalamessa (per la nostra Scuola di Cristianesimo)
Nella prima lettura, un angelo dice ai discepoli: "Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo". Questa è l'occasione per chiarirci una buona volta le idee su che cosa intendiamo per "cielo". Presso quasi tutti i popoli, il cielo sta a indicare la dimora della divinità. Anche la Bibbia usa questo linguaggio spaziale. "Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini".
Con l'avvento dell'era scientifica, tutti questi significati religiosi attribuiti alla parola cielo sono entrati in crisi. Il cielo è lo spazio entro cui si muove il nostro pianeta e l'intero sistema solare, e nulla più. Conosciamo la battuta attribuita a un astronauta sovietico, di ritorno dal suo viaggio nel cosmo: "Ho girato a lungo nello spazio e non ho incontrato da nessuna parte Dio!"
È importante dunque che cerchiamo di chiarire cosa intendiamo noi cristiani quando diciamo "Padre nostro che sei nei cieli", o quando diciamo di qualcuno che "è andato in cielo". La Bibbia si adatta, in questi casi, al modo di parlare popolare (lo facciamo del resto anche oggi, nell'era scientifica, quando diciamo che il sole "sorge" o "tramonta"); ma essa sa bene e insegna che Dio è "in cielo, in terra e in ogni luogo", che è lui che "ha creato i cieli" e, se li ha creati, non può essere in essi "racchiuso". Che Dio sia "nei cieli" significa che "abita in una luce inaccessibile"; che dista da noi "quanto il cielo è alto sulla terra".
Anche noi cristiani siamo d'accordo, quindi, nel dire che il cielo come luogo della dimora di Dio è più uno stato che un luogo. Quando si parla di lui, non ha alcun senso dire sopra o sotto, su o giù. Con questo non stiamo affermando che il paradiso non esiste, ma solo che a noi mancano le categorie per potercelo rappresentare. Prendiamo una persona totalmente cieca dalla nascita e chiediamogli di descriverci cosa sono i colori: il rosso, il verde, il blu...Non potrà dirne assolutamente niente, né un altro sarà in grado di spiegarglielo, perché i colori si percepiscono solo con gli occhi. Così succede a noi nei confronti dell'aldilà e della vita eterna che è fuori del tempo e dello spazio.
Alla luce di quello che abbiamo detto, che cosa significa proclamare che Gesù "è asceso al cielo"? La risposta la troviamo nel Credo: "È salito al cielo, siede alla destra del Padre". Che Cristo sia salito al cielo significa che "siede alla destra del Padre", cioè che, anche come uomo, egli è entrato nel mondo di Dio; che è stato costituito, come dice san Paolo nella seconda lettura, Signore e capo di tutte le cose. Quando si tratta di noi, "andare in cielo", o andare "in paradiso" significa andare a stare "con Cristo" (Fil 1,23). Il nostro vero cielo è il Cristo risorto con cui andremo a ricongiungerci e a fare "corpo" dopo la nostra risurrezione e in modo provvisorio e imperfetto già subito dopo morte. Si obbietta a volte che nessuno, però, è mai tornato dall'aldilà per assicurarci che esso esiste davvero e non è soltanto una pia illusione. Non è vero! C'è uno che ogni giorno, nell'Eucaristia, torna dall'aldilà per assicurarci e rinnovare le sue promesse, se sappiamo riconoscerlo.
Le parole dell'angelo: "Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?" contengono anche un velato rimprovero: non bisogna stare a guardare in cielo e speculare sull'aldilà, ma piuttosto vivere in attesa del suo ritorno, proseguire la sua missione, portare il suo Vangelo fino ai confini del mondo, migliorare la stessa vita sulla terra. Egli è andato al cielo, ma senza lasciare la terra. È solo uscito dal nostro campo visivo. Proprio nel brano evangelico lui stesso ci assicura: "Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".

giovedì 25 aprile 2013

"Noi crediamo in Persone, e quando parliamo con Dio parliamo con Persone"....Non un " dio spray " ..Papa Francesco, nell'omelia della Messa celebrata il 18 aprile 2013, a Casa Santa Marta.

Bellissime le parole di Papa Francesco..servono per continuare  il nostro "Viaggio nel Vangelo"
Noi crediamo in Dio che è Padre, che è Figlio, che è Spirito Santo. Noi crediamo in Persone, e quando parliamo con Dio parliamo con Persone: o parlo con il Padre, o parlo con il Figlio, o parlo con lo Spirito Santo. E questa è la fede". Non "un 'dio diffuso', un 'dio-spray', che è un po' dappertutto ma non si sa cosa sia.
"Chi ha la fede ha la vita eterna, ha la vita. Ma la fede è un dono, è il Padre che ce la dà. Noi dobbiamo continuare questo cammino. Ma se andiamo su questa strada, sempre con le cose nostre -- perché peccatori siamo tutti e noi abbiamo sempre alcune cose che non vanno, ma il Signore ci perdona se gli chiediamo perdono, e avanti sempre, senza scoraggiarci -- ma su quella strada ci succederà lo stesso che a questo ministro dell'economia".
"E' la gioia della fede, la gioia di aver incontrato Gesù, la gioia che soltanto ci dà Gesù, la gioia che dà pace: non quella che dà il mondo, quella che dà Gesù. Questa è la nostra fede. Chiediamo al Signore che ci faccia crescere in questa fede, questa fede che ci fa forti, ci fa gioiosi, questa fede che incomincia sempre con l'incontro con Gesù e prosegue sempre nella vita con i piccoli incontri quotidiani con Gesù".

mercoledì 24 aprile 2013

LA MIA ESPERIENZA NEL MOVIMENTO....UNA GRAZIA...IL DIVINO NASCOSTO

«E d’un tratto incontri nella folla lo sguardo di  qualcuno – uno sguardo umano–, ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice». (A.Tarkovskij)

Posso dire così della mia esperienza  Ho letto tante cose nella vita, ma ciò che veramente mi è compagno è quello che sento dal Movimento e dal gruppetto. E tutto il mio tentativo di amare Cristo e di essere felice diventa un paragone con quello che mi arriva, che non è una faccia semplicemente, ma è una faccia attraverso un testo, attraverso tante cose che si fanno insieme; e poi tra noi amici c’è il tentativo di aiutarci a capire sempre di più, perché l’unica cosa che cerchiamo è di seguire quello che ci viene proposto da padre Antonio e da Tiziano.
Chi ci aiuta non è uno che ci è semplicemente accanto, ma uno che illumina la vita,  uno che vedendolo e vivendo  tu senti che illumina la tua vita. : la Scuola di Cristianesimo, le vite dei Santi, i gesti, i testi,è tutta la proposta di un’esperienza che mi  viene documentata  in tanti modi.

Poi ho per grazia di Dio accanto dei veri  amici,e trovo in loro quella compagnia che mi aiuta a seguire
Walter

lunedì 22 aprile 2013

DALLE PAROLE AI FATTI.....SOSTEGNO ALLE FAMIGLIE IN DIFFICOLTA' A BRESCIA...INIZIATIVA DEL BAULE...A CUI PARTECIPEREMO...

Il Baule della Solidarietà, per cercare di sostenere le famiglie in difficoltà economica, ha attivato un’iniziativa con il Comune di Brescia volta a fornire gratuitamente beni di prima necessità (alimentari, abbigliamento) a famiglie con minori indicate dai servizi sociali di Brescia come famiglie che si trovano in situazioni di estrema difficoltà.
In questo mese di aprile inizierà la distribuzione dei beni, che durerà alcuni mesi, e che vedrà il coinvolgimento dei volontari del Baule della Solidarietà e dell’associazione Telefono azzurro/rosa.
L’iniziativa è l’occasione per offrire un aiuto concreto alle famiglie, un sostegno che potrà essere tanto più esteso ed efficace quanti più beni da distribuire si riuscirà a raccogliere. Per sostenere questa opera si sta cercando di interessare alcune realtà industriali del territorio, ma, in questa fase iniziale si è pensato anche di attingere a una raccolta più immediata e diretta.
Si chiede quindi l’aiuto di tutti, proponendo n° 2 momenti di raccolta di generi alimentari non deperibili (farina, zucchero, latte a lunga conservazine, pasta, riso, scatolame (pelati, piselli...), olio, biscotti .. ma anche latte in polvere, omogeneizzati, pannolini, prodotti per l'igiene personale, del neonato e della casa).
Il materiale  sarà raccolto in corrispondenza dei prossimi due incontri di Scuola di Cristianesimo a S.Pietro in Castello (oggi lunedì 22 aprile e lunedì 6 maggio): prima dell’incontro (dalle ore 20.15 fino alle 20.50) ci saranno delle persone che raccoglieranno questi beni nel parcheggio interno del convento.
Chi fosse interessato potrà dare anche  una mano alla confezione dei pacchi e/o alla distribuzione.
Scrivete al blog.........

domenica 21 aprile 2013

E' TEMPO DI CRISI ECONOMICA E POLITICA,DA DOVE RIPARTIRE ? DA CHI ? DA CRISTO PRESENTE E DAL SUO AMORE

Che cosa vogliamo per noi stessi e per i nostri figli,soprattutto?
Un lavoro,una famiglia,degli amici,una società,una guida sicura,la pace,la giustizia..l'amore...soldi,salute..tempo libero...tempo....
Cosa vogliamo per gli amici,per i compagni di lavoro,per la massa che guarda la televisione ed internet?
PENSO CI VORREBBE  SOPRATTUTTO UN CUORE NUOVO DENTRO TUTTE LE COSE CHE SI FANNO O CHE SI VORREBBERO FARE..
"Quando sono debole è allora che sono forte!"diceva San Paolo..Sono momenti di debolezza,questi...
Il troppo attaccamento alla nostra debolezza però non ci fa trovare  la soluzione ai nostri problenìmi e ai nostri desideri più profondi ...Dal superuomo di ieri all'uomo smarrito e solo di oggi ..MA LA VITA CONTINUA PERCHE' SENZA LA PRESENZA DI UN UOMO CRISTIANO TUTTO IL MONDO ANDREBBE IN ROVINA..

E' la passione per Cristo che rende possibile il cambiamento del mondo..
Grillini.Bersaniani,Berlusconiani...attaccati al leader come se avesse in tasca la soluzione di tutte le crisi
Oppure attaccati al gruppo,al partito,all'audience,al successo...al denaro anche se è poco..o soprattutto..nel disperarsi...non sapendo più cosa fare perchè si confidava in questo...
Questa nostra umanità tende a DISTRUGGERSI NELLA SUA COSCIENZA PROFONDA .

Noi dobbiamo,nella nostra POVERTA' ricominciare a MENDICARE CRISTO..
A domandarlo nei nostri ambienti e nel nostro cuore...

Se anche fossi solo al mondo,fossi l'unico,fossi dimenticato,povero,disperato....CRISTO DAREBBE LA SUA VITA SOLO PER ME...perchè LUI E' QUESTO,ESISTE PRIMA DI NOI PER QUESTO...E VIVE ANCORA TRA NOI PER QUESTO...

«Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia», dice il poeta francese Charles Péguy (Il portico del mistero della seconda virtù, in I Misteri, Jaca Book, 1997, p. 167).

 Che cos’è questa «grande grazia» di cui parla Péguy? La fede in Gesù Cristo. La grande grazia è la certezza della fede. La fede è il riconoscimento di una Presenza viva tra noi.
Andrej Tarkovskij, il famoso regista russo, fa dire a uno dei suoi personaggi del film Andrej Rublëv: «Lo sai anche tu, certi giorni non ti riesce nulla, oppure sei stanco, sfinito, e niente ti dà sollievo, e all’improvviso nella folla incontri uno sguardo semplice, uno sguardo umano, ed è come se avessi ricevuto la comunione e subito tutto è più facile» (Andrej Rublëv, Garzanti, Milano 1992, p. 74). L’esperienza presente di questa Presenza, analogamente a quella della madre, è il fondamento della speranza.
 Se la fede è riconoscere con certezza una Presenza così corrispondente all’attesa del cuore, allora la speranza è avere una certezza per il futuro che nasce da questa Presenza. È l’espandersi al futuro della sicurezza del presente.
All’inizio dell’enciclica Spe salvi Benedetto XVI dice : «La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino» (n. 1).

CORAGGIO AMICI...RIPARTIAMO DA CRISTO...DANDO LA PAROLA A LUI.........
NELLA NOSTRA VITA OGNI GIORNO E' CRISI,OGNI GIORNO SI RICOMINCIA....
MA CI ATTENDE UN MONDO DI FELICITA'....

Lo dice bene sant’Agostino: «Sia il Signore Dio tuo la tua speranza; non sperare qualcosa dal Signore Dio tuo, ma lo stesso tuo Signore sia la tua speranza. Molti […] da Dio sperano qualcosa al di fuori di Lui; ma tu cerca lo stesso tuo Dio; […] dimenticando le altre cose ricordati di Lui; lasciando indietro tutto, protenditi verso di Lui. […] Egli sarà il tuo amore» (Enarrationes in Psalmos, 39, 7-8).
La forma della risposta al desiderio dell’uomo è Cristo stesso. Cristo è l’unica speranza di compimento della nostra affettività. Egli solo, Egli solo è capace di esaudire, di soddisfare veramenteogni nostro bisogno.

Cristo, la Presenza riconosciuta viva dalla fede, è l’unico fondamento ragionevole della speranza. Senza di Lui la vita dell’uomo è priva di un fondamento su cui poggiare.
E' proprio così, perché - come conferma san Tommaso - «la vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione»
(San Tommaso d’Aquino, Secunda secundae, in Summa Theologiae, q. 179, art. 1).

PREGHIAMO INSIEME IN QUESTI GIORNI PER QUESTO..grazie...

Walter




sabato 20 aprile 2013

GESU' E' VIVO! ....."Che ogni momento della mia giornata sia un momento in cui io ti senta chiamarmi per nome"


 
Signore, che nessun nuovo mattino venga ad illuminare la mia vita senza che il mio pensiero si volga alla tua Resurrezione e senza che in spirito io vada, con i miei poveri aromi, verso il sepolcro vuoto dell’orto!
Che ogni mattino sia, per me,
mattino di Pasqua!

E che ogni giorno, con la gioia della Pasqua,
mi giunga anche la conversione profonda,

quella che sappia,in ogni situazione e in ogni persona, 
conoscerti come vuoi essere conosciuto oggi.
Che ogni episodio della mia giornata
sia un momento in cui io ti senta chiamarmi per nome,
come chiamasti Maria!
Concedimi, allora, di voltarmi verso di te.
Concedimi di rispondere con una parola,
dirti una parola sola, ma con tutto il cuore: «Maestro mio!» 


Preghiera e video che propongo come riflessione per la nostra scuola di cristianesimo
Walter 

lunedì 4 marzo 2013

I RACCONTI DEL MONDO PICCOLO (DON CAMILLO).... DI GIOVANNINO GUERRESCHI....la prima storia....continuo sul blog ? Fatemi sapere...

Prima storia
Io abitavo al Boscaccio, nella Bassa, con mio padre, mia madre e i miei undici fratelli: io, che ero
il più vecchio, toccavo appena i dodici anni e Chico che era il più giovane toccava appena i due. Mia
madre mi consegnava ogni mattina una cesta di pane, un sacchetto di mele o di castagne dolci, mio
padre ci metteva in riga nell'aia e ci faceva dire ad alta voce il Pater Noster: poi andavamo con Dio e
tornavamo al tramonto.
I nostri campi non finivano mai e avremmo potuto correre anche una giornata intera senza sconfinare. Mio padre non avrebbe avuto neppure mezza parola anche se noi gli avessimo calpestato
tre intere biolche di frumento in germoglio o se gli avessimo divelto un filare di viti. Eppure noi
sconfinavamo sempre e ci davamo parecchio da  fare. Anche Chico, che aveva due anni appena e
aveva la bocca piccolina e rossa e gli occhi grandi con lunghe ciglia e ricciolini sulla fronte come un
angioletto, non si faceva certamente scappare un papero quando gli arrivava a tiro.
Poi, ogni mattina, appena partiti noi, venivano alla fattoria delle vecchie con sporte piene di paperi,
di gallinelle, di pulcini assassinati, e mia madre, per ogni capo morto, dava un capo vivo.
Noi avevamo mille galline che razzolavano per i nostri campi, ma quando si doveva mettere qualche
pollo a bollire nella pentola, bisognava comprarlo.
Mia madre scuoteva il capo e continuava a cambiare paperi vivi con paperi morti. Mio padre
faceva la faccia scura, si arricciava i lunghi baffi e interrogava brusco le donnette per sapere se si
ricordavano chi dei dodici era stato a fare il colpo.
Quando qualcuna gli diceva che era stato Chico, il più piccolino, mio padre si faceva raccontare per
tre o quattro volte la storia, e come aveva fatto a lanciare il sasso, e se era un sasso grosso, e se aveva
colpito il papero al primo colpo.
Queste cose le ho sapute tanto tempo dopo: allora non ci si pensava. Ricordo che una volta
mentre io, lanciato Chico contro un papero che passeggiava come uno stupido in mezzo a un
praticello spelacchiato, stavo con gli altri dieci appostato dietro un cespuglione, vidi mio padre a
venti passi di distanza che fumava la pipa all'ombra di una grossa quercia.
Quando Chico ebbe spacciato il papero, mio padre se ne andò tranquillamente con le mani in
tasca e io e i miei fratelli ringraziammo il buon Dio.
«Non si è accorto di niente» dissi io sottovoce ai ragazzi. Ma allora io non potevo capire che mio
padre ci aveva pedinati per tutta la mattinata, nascondendosi come un ladro, pur di riuscire a
vedere come Chico ammazzava i paperi. Ma io sto uscendo dal seminato: questo è il
difetto di chi ha troppi ricordi. Io devo dirvi che il Boscaccio era un paese dove
non moriva mai nessuno, per via di quell'aria straordinaria che vi si respirava.
Al Boscaccio sembrava quindi impossibile che un bambino di due anni potesse ammalarsi.
Invece Chico si ammalò sul serio. Una sera, mentre stavamo per tornare a casa, Chico si sdraiò
improvvisamente per terra e cominciò a piangere.
Poi smise di piangere e si addormentò. Non si volle svegliare e io lo presi in braccio.
Chico scottava, sembrava pieno di fuoco: allora noi tutti provammo una paura terribile. Il sole
tramontava e il cielo era nero e rosso, le ombre lunghe. Abbandonammo Chico in mezzo all'erba e
fuggimmo urlando e piangendo come se qualcosa di terribile e di misterioso ci inseguisse.
«Chico dorme e scotta… Chico ha il fuoco dentro la testa!» singhiozzai io appena mi trovai
davanti a mio padre. Mio padre, lo ricordo bene, staccò la doppietta
dalla parete, la caricò, se la mise sottobraccio, e ci seguì senza dir nulla, e noi camminammo stretti
attorno a lui e non avevamo più paura perché nostro padre era capace di fulminare un leprotto a ottanta
metri di distanza. Chico era abbandonato in mezzo all'erba scura, e con la sua lunga veste chiara e i suoi ricciolini sulla fronte sembrava un angelo del buon Dio cui si fosse guastata un'aluzza e che fosse
caduto neltrifoglio. Al Boscaccio non moriva mai nessuno, e quando la gente seppe che Chico stava male, tutti provarono un enorme sgomento. Anche nelle case si parlava sottovoce. Per il paese bazzicava un
forestiero pericoloso e nessuno di notte si azzardava ad aprire una finestra per paura di vedere, nell'aia
imbiancata dalla luna, aggirarsi la vecchia vestita di nero e con la falce in mano.
Mio padre mandò a prendere col calessino tre o quattro dottori famosi. E tutti toccarono Chico e gli
appoggiarono l'orecchio alla schiena, poi guardarono mio padre senza dir niente.
Chico continuava a dormire e a scottare, e il suo viso era diventato più bianco del lenzuolo. Mia
madre piangeva in mezzo a noi e non voleva più mangiare; mio padre non si sedeva mai e continuava ad arricciarsi i baffi, senza parlare. Il quarto giorno i tre ultimi dottori, che erano
arrivati insieme, allargarono le braccia e dissero a mio padre: «Non c'è che il buon Dio che possa salvare il vostro bambino». Ricordo che era mattina: mio padre fece un cenno con la testa e noi lo seguimmo nell'aia. Poi con un fischio chiamò i famigli: erano cinquanta fra uomini, donne e bambini.
Mio padre era alto, magro e potente, con lunghi baffi, un grande cappello, la giacca attillata e corta, i calzoni stretti alla coscia e gli stivali alti. (Da giovane mio padre era stato in America, e vestiva all'americana.) Faceva paura quando si piantava a gambe larghe davanti a qualcuno. Mio padre si piantò a gambe larghe davanti ai famigli e disse: «Soltanto il buon Dio può salvare Chico. Inginocchio: bisogna pregare il buon Dio di salvare Chico».
Tutti ci inginocchiammo e cominciammo a pregare ad alta voce il buon Dio. Le donne dicevano
a turno delle cose e noi e gli uomini rispondevamo: «Amen». Mio padre rimase a braccia conserte, fermo come una statua davanti a noi fino alle sette di sera, e tutti pregavano perché avevano paura di mio padre e perché volevano bene a Chico.
Alle sette di sera, mentre il sole cominciava a
tramontare, venne una donna a chiamare mio padre. Lo seguii. I tre dottori erano seduti pallidi attorno al letto di Chico: «Peggiora» disse il più anziano. «Non riverà a domattina.» Mio padre non disse nulla,
ma sentii che la sua mano stringeva forte la mia. Uscimmo: mio padre prese la doppietta, la
caricò a palla, se la mise a tracolla, prese un grosso pacco, me lo consegnò. «Andiamo» disse.
Camminammo attraverso i campi: il sole si era nascosto dietro l'ultima boscaglia. Scavalcammo il
muretto di un giardino e bussammo a una porta. Il prete era solo in casa e stava mangiando al
lume della lucerna. Mio padre entrò senza levarsi il cappello. «Reverendo» disse mio padre
«Chico sta male e soltanto il buon Dio può salvarlo. Oggi, per dodici ore, sessanta persone
 hanno pregato il buon Dio,  ma Chico peggiora e non arriverà a domattina.» Il prete guardava mio padre con gli occhi sbarrati. «Reverendo» continuò mio padre «tu soltanto puoi parlare al buon Dio e fargli capire come stanno le cose. Fagli capire che se Chico non guarisce io gli butto all'aria tutto. In quel pacco ci sono cinque chili di dinamite da mina. Non resterà più in piedi un mattone di tutta la chiesa. Andiamo!»
Il prete non disse parola: si avviò seguito da mio padre, entrò in chiesa, si inginocchiò davanti
all'altare, giunse le mani. Mio padre stava in mezzo alla chiesa, col fucile
sottobraccio, a gambe larghe, piantato come un macigno. Sull'altare ardeva una sola candela e tutto
il resto era buio. Verso mezzanotte mio padre mi chiamò: «Va' a vedere come sta Chico e torna subito».
Volai fra i campi, arrivai a casa col cuore in gola. Poi ritornai e correvo ancora più forte.
Mio padre era ancora lì, fermo, a gambe larghe, col fucile sottobraccio, e il prete pregava bocconi
sui gradini dell'altare. «Papà» gridai col mio ultimo fiato. «Chico è migliorato! Il dottore ha detto che è fuori pericolo! Il miracolo! Tutti ridono e sono contenti!» Il prete si alzò: sudava e il suo viso era disfatto.
«Va bene» disse bruscamente mio padre. Poi, mentre il prete guardava a bocca aperta, si
tolse dal taschino un biglietto da mille e l'infilò nella cassetta delle elemosine. «Io i piaceri li pago» disse mio padre. «Buona sera.» Mio padre non si vantò mai di questa faccenda,ma al Boscaccio c'è ancora oggi qualche scomunicato il quale dice che, quella volta, Dio ebbe paura.

Questa è la Bassa, terra dove c'è gente che non battezza i figli e bestemmia non per negare Dio, ma per far dispetto a Dio. E sarà lontana quaranta chilometri o meno dalla città, ma, nella piana
frastagliata dagli argini, dove non si vede oltre una siepe o al di là della svolta, ogni chilometro vale dieci......e la città è roba dell'altro mondo...

venerdì 15 febbraio 2013

L'HOBBIT E LA NOSTRA SCUOLA DI CRISTIANESIMO NEL MEC....UN VIAGGIO NEL VANGELO,UN VIAGGIO NELLA VITA...


DEDICO AL GRUPPETTO  QUESTO VIDEO CON L'INTRODUZIONE MUSICALE 
AL FILM:THE HOBBIT,UN VIAGGIO INASPETTATO 
Tratto dal romanzo Lo Hobbit o La Riconquista del Tesoro di J.R.R. Tolkien, il film racconta le avventure di Bilbo Baggins, un hobbit che viene convinto dallo stregone Gandalf a intraprendere un viaggio assieme a un gruppo di nani che ha come obiettivo la riconquista di un tesoro e della Montagna Solitaria, nella quale sta rintanato il terribile drago Smaug. Durante il viaggio il povero Bilbo ne vedrà delle belle, e troverà anche un piccolo Anello...

Un interessante articolo di Luigi Accattoli ci dice quello che Gianni ci ricordava nella nostra scuola di Cristianesimo...Il viaggio di Bilbo e il nostro Viaggio nella Vita...Un viaggio alla ricerca di un tesoro e  un ritorno,  con un regalo  inaspettato...e in compagnia...Walter 


"Mi appassiona il fascino che Tolkien esercita sui nostri ragazzi secolarizzati. Ne ho parlato la volta scorsa e ci torno, riferendo qualcosa dello scambio che in materia ho intrecciato con i miei figli.
Il cristianesimo di Tolkien attrae perché parla il linguaggio del mito. Fosse esplicito, ci fossero dentro l’arcangelo Michele e le tentazioni di Cristo, il mondo l’avrebbe rifiutato, come rifiuta la citazione del cristianesimo nella Costituzione europea.
Ma l’arcangelo e la tentazione ci sono, nel Signore degli anelli. Solo che non si vedono, o meglio: non hanno questi nomi. E c’è l’ora delle tenebre e vi sono allusioni al pane degli angeli e la regina degli elfi silvani Galadriel ricorda la Vergine Maria.
Tanti che si appassionano alla mitologia di Tolkien, non sanno che essa è cristiana nel profondo. E che lui, Tolkien, ne era consapevole........
Ecco come ne parla in una lettera: “Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica; all’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la ‘religione’, oppure culti e pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo (…) Io consciamente ho programmato molto poco; e dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo otto anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so” (dal volume La realtà in trasparenza, Bompiani 1998, lettera 142).
Dicevo che Il Signore degli anelli è ricco di segni che rimandano al mondo biblico.
Gandalf lo stregone è qualcosa come “l’equivalente degli angeli” (lettera 131).
Il lembas – il pane di via degli elfi – ricorda l’Eucarestia, perché “nutre la volontà” ed è più efficace quando si è digiuni (lettere 210 e 213)
Aragorn morente che (nell’appendice al Ritorno del re) dice ad Arwen “ora dormirò”, Tolkien stesso lo paragona alla “dormizione” della Vergine (lettera 212).

Nell’universo tolkieniano viene continuamente richiamato “quello strano elemento del mondo che noi chiamiamo pietà o compassione, che è un requisito indispensabile nel giudizio morale, dato che è presente nella natura divina” (lettera 246).
Ma anche questa confessione sul “vero nocciolo della storia” rimanda al cristianesimo: “Il racconto non tratta in realtà del potere e del dominio: due cose che si limitano ad avviare gli avvenimenti; tratta della morte e del desiderio di immortalità. Che è come dire che il racconto è stato scritto da un uomo” (lettera 203 e 186).
La volta scorsa ho segnalato, con citazioni dalle lettere di Tolkien, la dinamica cristiana dello scioglimento finale: Frodo è sconfitto (cioè cede alla tentazione di tenere per sé l’anello), ma si salva perché in precedenza aveva avuto pietà di Gollum. Con lo stesso procedimento si possono evidenziare altri elementi cristiani della sua storia: il ruolo decisivo che in essa hanno gli umili e la similitudine tra la tentazione messianica di Cristo e la tentazione dell’anello.
Le grandi imprese le compiono i piccoli
Con la stessa intuizione cristiana del Manzoni, Tolkien fa degli umili il perno della sua storia, che è “programmata come hobbit-centrica, cioè, fondamentalmente, come uno studio della nobilitazione – o santificazione – degli umili” (lettera 181).
Gli hobbit costituiscono la più umile tra tutte le stirpi dotate di parola, che abitano la Terra di mezzo. Sono detti anche “i piccoletti, i mezziuomini”, perché “anche i più alti tra loro erano più piccoli dei nani” e sempre “erano stati tenuti in scarso conto da elfi e uomini” (Il Silmarillion, Bompiani 2000, p.382).
“Conserva nel cuore la tua hobbitudine”
Allevando i figli e leggendo Tolkien, io sono giunto alla stessa conclusione. Quando vedo i miei ragazzi che, uno dopo l’altro, partono per imprese ogni anno più grandi, io mormoro tra me le parole che Tolkien scriveva al figlio Christopher, impegnato in guerra come aviatore: “Conserva nel cuore la tua hobbitudine” (lettera 66).
Credo davvero di essermi convinto che “i grandi avvenimenti della storia del mondo spesso non sono determinati dai signori e dai governatori, e nemmeno dalla divinità, ma da esseri apparentemente sconosciuti e deboli” (lettera 131). Vedo la più grande risorsa dell’umanità nel fatto che “la vita di tutti i giorni, sia pur calpestata dai grandi avvenimenti e dalla politica mondiale, risorge sempre mai doma” (ivi).
Quando si andava in trattoria, i miei hobbit impazzivano per gli antipasti, mentre io li odiavo e ne veniva turbolenza. Oggi non più: grazie a Tolkien, loro si godono gli antipasti e io lo spettacolo del loro giovane appetito...........
Quando gli dici che l’intenzione di Tolkien è cristiana, i nostri ragazzi si incuriosiscono e invece di abbandonare il mito dell’autore amato, prendono a interessarsi al mito cristiano.
Invito i renitenti ad avventurarsi nella lettura di Tolkien. Chi è interessato a intendere qualcosa dei nostri figli, trova lì lo specchio che più li attrae. Gettandovi l’occhio scoprirà che ad attirarli sono elementi del credo cristiano che le chiese quasi hanno taciuto, proprio a partire dagli anni centrali del secolo scorso, quando il grande affabulatore pubblicava i tre volumi della sua storia. Forse tornando a un annuncio intero, i Vangeli potrebbero riacquistare un significato intero per la generazione a venire."

mercoledì 6 febbraio 2013

PADRE ALDO TRENTO: Quella familiarità con Cristo dei nostri santi ....la positività del dolore di Cristo...

Questa lettera di Padre Aldo mi ha colpito veramente perchè è la nostra Scuola di Cristianesimo incarnata nella vita....La Passione di Cristo unita alla sofferenza di ogni uomo dalla mano amorevole di un "samaritano" ......Walter

 «Perché devo soffrire tanto Signore?» domandava santa Teresa d’Avila a Gesù in un momento di grande sofferenza. Ed il Signore rispose: «Perché ti amo molto Teresa». La Santa, che non ha perso mai l’ironia neanche nei momenti più drammatici della sua vita, gli rispose con estrema sincerità: «Oh Gesù mio, allora preferirei che Tu mi amassi un po’ di meno». Ho ascoltato queste parole una settimana fa quando, dopo essere atterrato all’aeroporto di Malpensa, a Milano, sono andato come di consueto nel paese di Trivolzio dove si trova il santuario con il corpo di san Riccardo Pampuri, per confessarmi. Avevo sentito parlare di tanti aspetti della santa d’Avila, delle sue penitenze, della sua contemplazione e del suo misticismo, della sua attività instancabile, ma mai del suo rapporto umoristico con Gesù. Mi ha fatto molto bene, perché è splendido scoprire che i santi sono uomini e donne come noi, con gli stessi drammi, con le stesse problematiche, con la stessa stanchezza quando il dolore colpisce profondamente. È bello osservarli nella loro vita quotidiana e scoprire che soffrono ciò che soffriamo tutti, che chiedono al Signore che gli venga allontanato il dolore e che, a volte, arrivano perfino a lamentarsi. Ciò vuol dire che sono umani, non sono eroi, parola che si oppone al sostantivo santo. L’eroe è un fantasma, un’illusione, una menzogna, mentre il santo è l’uomo reale, l’uomo che vive tra le vicissitudini di questo mondo con lo sguardo fisso là, dove c’è la vera gioia, come recita una colletta della Messa. Il santo, ha detto Giovanni Paolo II parlando di san Benedetto, è «l’uomo che vive l’eroico come quotidiano ed il quotidiano come eroico». E questo coincide con la casalinga, con l’impiegata, con lo spazzino, con il malato, con il professore, con il bottegaio, con qualsiasi persona che viva intensamente il reale. Cioè la santità è possibile in qualsiasi stato o condizione della vita in cui l’uomo è chiamato a vivere. Per noi, abituati ad ammirare i santi rappresentati nelle immagini o a considerare tali esclusivamente quelli che il Papa santifica, è molto difficile questa posizione. Ma anche le persone proclamate sante dalla Chiesa sono semplicemente persone, appartenenti allo stesso mondo in cui viviamo noi. Tra loro ci sono tutti i tipi di persone, appartenenti a tutti gli strati sociali, ci sono sposati, nubili e celibi, consacrati, gente semplice, professionisti, scienziati e persone umili. La santità per la Chiesa è la vita ordinaria, vissuta con lo sguardo fisso verso il destino ultimo, con la coscienza che siamo proprietà di Cristo. Quando penso a mia madre, non posso non pensare alla sua santità. Lei non ha fatto niente di eccezionale, era una povera ed umile casalinga che si è occupata di suo marito, mio papà e dei suoi cinque figli e che alternava i lavori domestici con quelli del campo, andava a Messa e recitava il rosario ogni giorno. Non aveva tempo di partecipare a ritiri spirituali, né a nessun’altra forma di aggregazione parrocchiale, ma nonostante questo la parrocchia è stato il luogo in cui si è rafforzata la sua fede che testimoniava nella sua specifica vocazione matrimoniale e familiare. Quando ancora giovane si ammalò, imparò, tra i lamenti per il dolore, ad offrire. L’ho vista piangere a causa dei dolori fisici e morali, ma sempre dicendo: «Signore, te lo offro». Era una vera donna, perché il santo prima di tutto è un uomo, cioè un essere umano che vive intensamente il reale, guardando verso l’infinito. La sua unica preoccupazione è stata quella di cercare in tutto la gloria di Dio, vivendo la sua piccola condizione umana come un’offerta totale a Gesù. In quest’ultimo decennio è stato bello vedere come la Chiesa ha cominciato ad esporre sulla facciata della Basilica di San Pietro, circondata dalle colonne del Bernini, immagini di persone sposate proclamate sante, rompendo così la tradizione in cui sembrava che il matrimonio fosse un impedimento alla santità. Che commozione per me, quando hanno beatificato i genitori di Teresina del Bambin Gesù! Il papà di questa santa carmelitana, che ho imparato ad amare nella mia gioventù, è rimasto vedovo ancora giovane ed ha sofferto di disturbi psicologici a causa dei quali si alternava tra l’ospedale psichiatrico e casa sua. Ciò nonostante la Chiesa lo ha proclamato, insieme a sua moglie, beato e se Dio vuole presto santo. Questo è un esempio in cui notiamo che neanche una malattia psichica è un ostacolo per la santità, perché non esiste condizione fisica o psichica che impedisca totalmente e definitivamente quel minimo di libertà che permette all’uomo di riconoscersi nella frase: «Io sono Tu che mi fai». Durante questi anni di vita quotidiana con malati terminali con problemi fisici o psichici, non ho mai visto in loro perdersi completamente la possibilità di dire con me: «Tu, o Cristo!». Per questo nessuno è morto senza confessarsi, senza riconoscere la grande Presenza, senza abbandonarsi alla tenerezza del Mistero che si è fatto carne nelle loro carni, molte volte consumate dal cancro o dalle conseguenze dell’Aids. Guardando i miei figli che soffrono, vedo chiaramente cosa sia la santità e percepisco l’umorismo di santa Teresa d’Avila. Quanti di loro hanno avuto ed hanno la stessa posizione di questa santa! Ricordo Carlos, un gitano, che distrutto da un cancro al volto, prima di morire, ha composto la sua ultima canzone che ha intitolato Morire cantando. Quando la morte è arrivata a prenderselo, lui stava cantando nel suo cuore.
Mi ha commosso anche Cynthia, una ragazza molto giovane madre di due bambini, morta recentemente di Aids, o Bernardino, morto anche lui da poco per la stessa causa. Entrambi si sono preparati serenamente all’incontro con Cristo, quasi come un innamorato aspetta la sua fidanzata. Senza un lamento, ma con un’ironia fino alla fine: «Bernardino, sei ancora vivo?», gli chiedevo scherzando ogni volta che lo andavo a trovare e lui rispondeva: «Sì padre, sono ancora vivo» e dopo faceva il segno della croce. La sua vita era stata un inferno. Quando è arrivato in clinica le sue parti intime erano in pessime condizioni. Ricordo che una notte la dottoressa responsabile del reparto di malati di Aids mi chiamò, mentre stava accudendo Bernardino, e mi impressionò come gli stesse pulendo le parti intime che avevano cominciato un processo di decomposizione. Le chiesi: “Dottoressa, non le provoca nausea quello che sta facendo?” e lei mi rispose: “Padre, sto curando il corpo di Cristo”.
Cynthia quando è arrivata in clinica per morire, pesava soltanto 30 kg ed era cosciente del suo imminente incontro con Gesù. Per questo lo ha atteso, assistita da sua mamma, offrendo e pregando per tutti. Per lei il suo letto coincideva con l’altare su cui celebro la Messa, entrambi erano il luogo del sacrificio. Leggendo queste testimonianze uno può pensare: come è possibile che nella tua clinica tutto sia bello e positivo? Oppure: come uno può non esserlo, sapendo che il direttore generale è il Santissimo Sacramento e che la presenza di Cristo è più evidente del sole in una bellissima giornata senza nuvole?
La positività non è l’assenza di drammaticità, non è l’eliminazione del dolore, non è la censura delle terribili malattie dei pazienti o l’eliminazione dei gemiti causati dai dolori che provoca il cancro, ma è proprio il contrario. Tutto questo esiste, come esistono tutti i mezzi che la scienza ci offre per calmare o ridurre il dolore. Ma quando la vita di una persona è afferrata dal Mistero, attraverso la grazia di un incontro vivo, presente ogni giorno, in lei tutto acquista una positività. Il valore positivo di chi riconosce che il motivo per il quale si nasce, si vive, si soffre e si muore è la gloria umana di Cristo, la positività del dolore di Cristo. Senza di Lui perfino la cosa più bella del mondo perde senso, valore, ragione d’esistere. Quando San Paolo afferma: «Tutto posso in colui che mi dà la forza», vuole provocarci affinché possiamo sperimentare questa verità. Non vengono tolte le difficoltà, i dolori, le sofferenze, ma niente di questo impedisce di poter vivere tutto con una gioia piena di pace, di umanità, fino ad arrivare alla familiarità che Santa Teresa d’Avila aveva con Gesù. L’essere cristiano non è come una droga, un analgesico o la morfina per calmare il dolore della vita o per scappare dalla realtà, ma è un fatto che ci permette di dare senso alla vita in tutti i suoi aspetti e dentro ogni circostanza, anche nelle più dolorose. L’esperienza cristiana non toglie il dolore, ma gli attribuisce un senso.
paldo.trento@gmail.com

Hillsong - At The Cross (ALLA CROCE)

 Alla croce

Oh, Signore Tu mi hai cercato
Tu sai la mia strada
Anche quando ho fallito

So che mi ami
La tua santa presenza
Mi circonda


Io so che mi ami
Io so che mi ami


Alla croce piego le ginocchia
Dove il tuo sangue è stato versato per me
Non c'è amore più grande di questo
Hai vinto il male
 
Che cosa può separarci  adesso?

La tua mano mi sostiene
Io so che mi ami


Tu hai tolto il velo
Tu hai inventato la strada..... ...................................................La croce.............

martedì 5 febbraio 2013

Sulla Passione di Gesù...Padre Antonio a Scuola di Cristianesimo


"Noi siamo implicati realmente con la Passione di Gesù....
e questo avvenimento è direttamente in contatto con il male del mondo..
L'amore è una cosa seria...e il male cerca di distruggere il bene..
Doveva essere dimostrato che niente è più grande dell'Amore di Dio....
..e la vittoria dell'Amore ancora oggi si fa momento per momento..
vivendo una contemporaneità con la Passione di Gesù.....come l'hanno vissuta i santi"    P.Antonio.


sabato 19 gennaio 2013

UN QUARTO D'ORA D'ORAZIONE AL GIORNO.....

Voglio condividere con voi questo articolo della rivista Tempi di questa settimana....
Grazie a Pippo Corigliano che tutte le settimanae fa piccoli...ma "grandi" articoli da meditare
....Molte volte basta essere semplici e DIRETTI....

mercoledì 9 gennaio 2013

Da" IL MISTERO DEL NATALE " - Scritto di Edith Stein ....citato da Padre Antonio nella Scuola di Cristianesimo di Lunedì 7 Gennaio...


"E il Verbo si fece carne". Ciò è divenuto verità nella stalla di Betlemme. Ma si è adempiuto anche in altra forma. "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna". Il Salvatore, ben sapendo che siamo uomini quotidianamente alle prese con le nostre debolezze, viene in aiuto della nostra umanità in maniera veramente divina. Come il corpo terreno ha bisogno del pane quotidiano, così anche la vita divina aspira in noi ad essere continuamente alimentata. "Questo è il pane vivo, che è disceso dal cielo". Per chi ne fa veramente il suo pane quotidiano, in lui si compie quotidianamente il mistero del Natale, l’incarnazione del Verbo. E questa è indubbiamente la via più sicura per conservare ininterrottamente l’unione con Dio e radicarsi ogni giorno sempre più saldamente e profondamente nel corpo mistico di Cristo.

So bene che ciò apparirà a molti un’esigenza troppo radicale. In pratica essa comporta, per la maggior parte di coloro che cominciano a soddisfarla, un rivoluzionamento di tutta la loro vita, interiore ed esteriore. Ma appunto così dobbiamo fare! Nella nostra vita dobbiamo far spazio al Salvatore eucaristico, affinché possa trasformare la nostra vita nella sua.
E' questa una richiesta esagerata? Abbiamo tempo per tante cose inutili: per leggere ogni genere di libri, riviste e quotidiani futili, per bighellonare da un caffé all’altro e passare quarti d’ora e mezzore a chiacchierare per strada, tutte ‘distrazioni’ in cui sprechiamo e disperdiamo tempo e energie. Non ci è proprio possibile riservare ogni mattina un’ora, in cui non ci distraiamo, ma ci raccogliamo, in cui non ci logoriamo, ma accumuliamo energia per poi affrontare col Suo aiuto i nostri compiti quotidiani?
Ma naturalmente ci vuole più di una semplice ora del genere. Essa deve animare tutte le altre, sì da rendersi impossibile "lasciarci andare", fosse anche solo momentaneamente. Così succede nei rapporti quotidiani col Salvatore. Diventiamo sempre più sensibili nel discernere ciò che gli piace e gli dispiace. Se prima eravamo tutto sommato molto contenti di noi, ora le cose cambiano. Troveremo che molte cose sono cattive e nei limiti del possibile le cambieremo.
E scopriremo alcune cose che non possiamo ritenere belle e buone, e che pur risulta tanto difficile cambiare. Allora diventiamo a poco a poco molto piccoli e umili, pazienti e indulgenti verso le pagliuzze presenti negli occhi altrui, perché abbiamo da fare con la trave presente nei nostri; e infine, impariamo anche a sopportarci nella luce della presenza di Dio e ad affidarci alla sua misericordia, che può venire a capo di tutto ciò che si fa beffe delle nostre forze.
Edith Stein, nata a Breslavia il 12 ottobre 1891 e morta ad Auschwitz il 9 agosto 1942.
Lungo è il cammino per passare dall’autocompiacimento del "buon cattolico", che "compie i suoi doveri", ma per il resto fa come gli piace, ad una vita che si lascia guidare per mano da Dio ed è caratterizzata dalla semplicità del bambino e dall’umiltà del pubblicano. Chi però l’ha imboccata una volta, non la rifà più a ritroso.
La vita filiale in Dio significa perciò divenire piccoli e nel medesimo tempo divenire grandi. Vivere l'Eucaristia significa uscire spontaneamente dalla meschinità della propria vita e addentrarsi negli ampi spazi della vita di Cristo. Chi fa visita al Signore nella sua casa, non si occuperà più solo e sempre di sé e delle proprie faccende, ma comincerà ad interessarsi delle faccende del Signore.

domenica 25 novembre 2012

HANNO PERDONATO I LORO NEMICI....TESTIMONIANZE DI VITA

Una giovane donna e a una ragazza che sono state capaci di amare i loro nemici..

Giulia Iraca, giovane sposa, perdona gli assassini del marito, benzinaio, ucciso mentre sta per aprire la porta di casa rientrando la sera. Giulia, si riscopre cristiana di fronte allo sposo morto ammazzato. Davanti allo strazio del corpo esanime del marito, abbraccia i figli e li invita a pregare per il papà e gli assassini e dedica la vita a predicare il Vangelo del perdono. Ecco il suo racconto.
"Come Gesù perdonò i crocifissori, intercedendo per loro presso il Padre con le parole: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno! " (LC 23,34), anch'io, la sera dell'8 aprile 1987, trovandomi di fronte ad un uomo - mio marito - privo di vita (perché numerosi colpi di pistola avevano orribilmente sfigurato il suo volto e trafitto il suo cuore) e circondata dai miei tre figli trovai la forza di a abbracciarli, dicendo: "Per papà non c'è più niente da fare: è in Cielo! Preghiamo per lui e per coloro che lo hanno ucciso".
Nessuno, impietosito dalle grida di dolore e dai singhiozzi delle mie due figlie (13 e 11 anni), veniva in nostro soccorso. Eravamo sole, travolte da un dolore che ci avvolgeva. Disperazione, grida, dolore cocente, sdegno: questi erano i sentimenti alimentati dai parenti e dagli amici.
Compresi in quella tragica occasione che il perdono è il primo messaggio che Gesù aveva rivolto ai propri crocifissori! Perdonare non significa dimenticare; anzi è proprio il ricordo del torto subito e del dolore provato che rende più grande e meritevole la pratica del perdono.
Il Signore si è servito di questo tragico evento per trasformare totalmente la mia vita, per abbattere in me l'egoismo, l'orgoglio e le fatue certezze a cui il mondo si aggrappa ostinatamente. Nello stesso tempo Gesù faceva strada gradualmente e silenziosamente nella mia anima ferita, chiamandomi ad una vita più perfetta e più profondamente radicata in Lui. I

Letizia Tripodi, 24 anni, vive ad Archi, vicino a Reggio Calabria. Racconta la sua storia:
Diciannove anni fa veniva ucciso mio padre e io coi miei due fratelli, ero privata del suo sorriso. Più il tempo passava, più la ferita, invece di rimarginarsi, mi faceva male. Sentivo crescere dentro di me un sentimento di odio verso tutti e verso tutto, che mi toglieva la gioia dal cuore. lo soffrivo, e anche gli altri soffrivano, tanto meglio! Pregavo Dio che mi facesse morire. E siccome Dio mi lasciava vivere, ho finito col prendermela anche con Lui..
Poi, un giorno, ho letto il comando di Gesù: "Ma io vi dico, amate i vostri nemici". Dopo aver sperimentato che la vera felicità per me stava nel perdonare, è caduto per sempre quel velo nero che non mi permetteva di vedere la sofferenza degli altri...
Il perdono da solo, però, non basta. Dopo il perdono ci vuole l'impegno per migliorare la società in cui ognuno di noi vive. Dopo aver perdonato mi sono guardata intorno, ho visto come vive la mia gente e ho capito che Dio voleva qualcos'altro da me... scelte concrete di pace.



Tra le altre testimonianze nella Chiesa ecco quella del Card. Van Thuan,
vietnamita prigioniero per 14 anni(dal 1975 al 1989) sotto il regime comunista a Saigon.
Con la forza e la fatica del suo amore per i nemici è riuscito a trasformarli...
Così ha raccontato una volta:
“A Saigon i comunisti hanno conquistato la città e mi hanno rinchiuso in carcere,
senza processo, senza una spiegazione: mi hanno tolto i miei sacerdoti, i miei
religiosi e le religiose, i miei giovani, il mio titolo di Arcivescovo. Ero solo il signor
Van Thuan e non potevo neppure parlare con gli altri prigionieri, per non
influenzarli. Avevo solo le mie guardie, i miei carcerieri, che prima cambiavano
ogni quindici giorni, ma poi hanno visto come mutavano atteggiamento nei miei
confronti e così hanno deciso di mettermi delle guardie fisse, per non
influenzarle tutte. Ma amavo loro, perché in loro vedevo Gesù! Molte volte mi
chiedevano come facessi ed io rispondevo loro: "Vi amo perché Gesù vi ama!".
Amare, riconciliare, perdonare: sono queste le tre parole che possono costruire
la pace. (…)E se in carcere non potevo pregare, allora il Signore addirittura mi
ha mandato un comunista che pregava per me: un poliziotto mi ha chiesto di
imparare un canto in latino e, tra i tanti, ha scelto il "Veni Creator". Così, quando
faceva ginnastica, tutte le mattine, cantava il "Veni Creator" ed io pregavo con il
suo canto. Anche un altro poliziotto, un colonnello, prima di tornare a casa, mi
aveva promesso che avrebbe pregato per me nel santuario che aveva a tre
chilometri dalla sua abitazione. Tempo dopo, ricevo (in carcere!) una lettera di
questo poliziotto che mi raccontava di come ogni domenica, quando non
pioveva, prendesse la bicicletta per andare al santuario. E mi scrive la preghiera
che diceva, perché non voleva sbagliare: "Non so come pregare, ma dagli
quello di cui ha bisogno". Non vedo quale preghiera più bella poteva dire per
me!


sabato 24 novembre 2012

I GENITORI DI CHIARA LUCE BADANO,I GENITORI DI GIULIA GABRIELI.....la famiglia dei giovani santi....

http://it.gloria.tv/?media=336780

Vedi questo video tratto dalla trasmissione.."La via di Damasco"
La nostra Scuola di Cristianesimo dice:"Nella nuova legge inaugurata da Cristo ,la famiglia diviene "piccola Chiesa":cioè modo di indicare e trasmettere la fede risanante che il Figlio di Dio ci ha meritato"

"L'amore e il dono di sè sono lo scopo di tutto ciò che esiste
la carne è custode della persona e del dono della persona
ogni essere umano esiste per un altro e con un altro
ogni essere  umano à destinato a venire al mondo dal di dentro di un altro essere umano "

Questo è il modo di costruire una casa.......una famiglia....una famiglia di famiglie....una Scuola per i Santi....

martedì 20 novembre 2012

EUGENIO MARRONE , PAOLA STOCCO ...e il sito "Buongiorno nel Signore"

http://buongiornonelsignore.rbrverona.it/ita/index.html
Ieri sera Eugenio Marrone  e Paola Stocco di Verona ci hanno portato la loro testimonianza di vita di coppia..Una testimonianza che ci ha riempiti tutti di fiducia e speranza nel Signore.
Una testimonianza che può continuare con la newsletter che ci possono inviare ogni giorno iscrivendosi a questo loro sito...Grazie...

 Dal sito Zenit http://www.zenit.org/article-18619?l=italian questo articolo del 2009

Paola Stocco ha 50 anni, è casalinga ed è sposata da 27 anni con Eugenio Marrone. Dal 1988 fanno parte del Cammino Neocatecumenale della Parrocchia S. Teresa del Bambino Gesù a Verona. Hanno sei figli naturali e quattro adottati, altri sette figli sono in cielo.
"La nostra è una famiglia cristiana che grazie all'Amore di Dio, incontrato nei fatti dolorosi della vita, è potuta crescere prima nell'amore coniugale e poi come nucleo familiare - ha testimoniato Paola -. Avevamo sei figli, tutti voluti, desiderati, cercati... ciò che ci interrogava e ci turbava, non era il pensiero di queste stupende creature, ma il fatto che oltre a questi sei doni, ce n'erano altri sette volati in cielo senza venire alla luce".
/"Nella mia mente si faceva sempre più certa l'idea che Dio, con questi fatti dolorosi, ci voleva mandare un messaggio". La conferma è arrivata nel dicembre del 2000, quando le spoglie di Santa Teresina hanno visitato la Basilica a Tombetta (Verona).
"In una notte intera di veglia, fruttuosa per tutta la nostra famiglia, durante la preghiera e l'intensa meditazione ho sentito che era veramente quanto dovevamo fare: aprirci all'adozione. Ne ho parlato con mio marito alla fine della veglia e, dopo aver ottenuto il consenso entusiasta e unanime dei nostri figli, abbiamo cominciato a pensare come realizzare questa 'rivelazione'".
"Ho pregato tanto S. Teresina e S. Rita, la Santa dell'impossibile, perché sapendo che anche lei aveva provato il dolore della perdita dei suoi figli poteva ridonare al mio cuore la vera Pace", ha confessato Paola.
"Ora abbiamo dieci figli con noi e sette in cielo che preparano la festa. Come non essere grati a Dio per questi doni? Certo la nostra vita non è una passeggiata, ma a noi piace la montagna e sappiamo che dopo una dura e lunga salita, ci aspetta il panorama più bello del mondo. Non ci manca nulla, abbiamo Cristo con noi... cos'altro ci potrebbe servire? Ma la cosa più sbalorditiva è che, pur arrivando ogni notte a letto sfiniti, mai ci manca la forza per dire al Signore il nostro GRAZIE per l'Amore che ha messo nei nostri cuori e che ci accompagna sempre".
"E' un messaggio di speranza per i bimbi abbandonati, per le famiglie senza figli, per coloro che fanno fatica ad arrivare a fine mese: Dio provvede".

 E UNA LORO TESTIMONIANZA.....LETTA IN INTERNET....

“A noi sta bene quello che fa il Signore”

  Ricordo di Francesco quando ci raccontò del suo invio in Seminario nella convivenza dei giovani che si erano dati disponibili ad intraprendere il cammino vocazionale verso il presbiterato:
"Eravamo rimasti pochi con destinazione Sidney, o Hong Kong, o Toronto. Estrassero il mio nome che fu abbinato al Seminario di Toronto. Il Responsabile mi chiese se ero disposto a seguire la chiamata di Dio a Toronto ed io prima che finisse la domanda gridai "Sì, sì..." Papà - mi disse - come potevo rifiutarmi? Dopo tutto l'amore che Dio ha avuto per voi e per noi potevo ancora dubitare e pensare che mi stesse "fregando"?
No, una voce dentro mi spingeva a gridare il mio sì, e non me ne pento. In quegli attimi non sei tu, é Dio che parla in te!"

Ricordo quando anche a noi (a me e mia moglie) un giorno dopo che ci eravamo alzati disponibili per andare in Missione con tutta la nostra famiglia, per sempre, il catechista chiese "Siete disposti ad andare dove il Signore vi chiamerà? In Cina, nelle Filippine, sulle palafitte, dove vorrà il Signore, per testimoniare con la vostra famiglia l'Amore di Dio per gli uomini?" e noi subito, senza pensarci "Sì, sì..." Ma come potevamo dire di no? Dio ci aveva tratti dalla morte anche fisica, aveva salvato la nostra famiglia, i nostri figli, come non sentire il bisogno di testimoniare questo a tutto il mondo?
Poi lui (Francesco) é partito per il Seminario, e noi siamo rimasti a casa in quanto i nostri figli, per la missione che ci era stata proposta, erano troppo grandi. Bene, il Signore ha messo nel nostro cuore questo desiderio e poi si é accontentato, come con Abramo e Isacco. A noi sta bene quello che fa il Signore. Paura? Sì, umanamente parlando, ma con il sorriso e la serenità nel cuore: siamo nelle mani di Dio, cosa ci può mancare?

  Eugenio Marrone

Indirizzo di posta elettronica: eugenio@marrone.vr.it


sabato 10 novembre 2012

AMARE I NEMICI...la nuova legge di Gesù..la nuova legge dei santi..

Dalle omelie di San Giovanni Maria Vianney (il curato d'Ars)
Il buon Dio perdonerà solamente coloro che avranno perdonato: è la legge.
I santi non nutrono né odio, né astio; essi perdonano tutto, anzi, ritengono sempre di meritare, per le offese che hanno arrecato al buon Dio, molto di più del male che viene loro fatto. I cattivi cristiani, invece, sono vendicativi. Quando si odia il proprio prossimo, Dio ci restituisce questo odio: è un atto che si ritorce contro di noi. Un giorno dicevo ad una persona: “Ma allora non desidera andare in paradiso, dato che non vuole vedere quell’uomo!”, “Oh, sì che voglio andarci…. tuttavia cercheremo di stare lontani l’uno dall’altro, in modo da non vederci”. Non avranno di che preoccuparsi, poiché la porta del paradiso è chiusa all’odio. In paradiso non esiste il rancore. Per questo, i cuori buoni e umili, che sopportano le ingiurie e le calunnie con gioia o indifferenza, cominciano a godere del loro paradiso in questo mondo; coloro, invece, che serbano rancore sono infelici: hanno l’espressione preoccupata ed uno sguardo che sembra divorare ogni cosa attorno a sé. Ci sono persone che, in apparenza devote, se la prendono per la minima ingiuria, per la più piccola calunnia…. Si può essere santi da fare miracoli ma, se non si ha la carità, non si andrà in paradiso.
L’unico modo per spiazzare il demonio, quando questi suscita in noi sentimenti di odio verso coloro che ci fanno del male, è pregare subito per loro. Ecco come si riesce a vincere il male con il bene, ed ecco cosa significa essere santi.