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venerdì 6 aprile 2018

IO SONO LA LUCE E VOI NON MI VEDETE.....

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Senza la resurrezione di Cristo c’è una sola alternativa: il niente.(Don Giussani)

Senza la resurrezione di Cristo c’è una sola alternativa: il niente.
 Noi non pensiamo mai a questo. 
Perciò passiamo le giornate con quella viltà, con quella meschinità, con quell’istintività ottusa, con quella distrazione ripugnante in cui l’io - l’io! - si disperde. 
Così che, quando diciamo «io», lo diciamo per affermare un nostro pensiero, una nostra misura (chiamata anche “coscienza”) o un nostro istinto, una nostra voglia di avere, un nostro preteso, illusorio possesso. 
Al di fuori della resurrezione di Cristo, tutto è illusione: ci gioca. Illusione è una parola latina che ha come ultima sua radice la parola “gioco”: siamo giocati, giocati dentro, illusi.
 Ci è facile guardare tutto lo sterminato gregge degli uomini nella nostra società: è la grande, sterminata presenza della gente che vive nella nostra città, della gente che vive vicino a noi nella parrocchia, nella Chiesa, della gente più strettamente vicina a noi nella casa. 
E noi non possiamo negare di sperimentare questa meschinità, questa grettezza,, questa distrazione, questo smarrirsi totale dell’io, questo ricondursi dell’io ad affermazione accanita e presuntuosa del pensiero che viene (chiamandolo “voce” o “verità della mia coscienza”) o dell’istinto che pretende afferrare e possedere una cosa che lui decide essergli piacevole, soddisfacente, utile. 
È che tutto è illusione. Distaccatevi due metri dalla vostra casa, guardate tutta la gente come vive tante volte; normalmente viviamo così. Guardatela, uscite dalla vostra casa e state lì a guardarla, due metri fuori: ditemi se l’ambiente non è così, se l’umanità non è questa! 


Sostieni sempre Signore la fragilità della nostra esistenza con la tua grazia, unico fondamento della nostra speranza».
La Tua Resurrezione Signore è l’unico fondamento della nostra speranza: questa è la premessa della fedeltà alla vocazione nelle circostanze concrete, banali, ottuse, ripugnanti, in cui Dio ci ha messi! .

(Don Giussani)


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MATERIALISMO CRISTIANO

MATERIALISMO CRISTIANO

"Ma venne Gesù. Doveva fare tre anni. Fece i suoi tre anni. Ma non perse i suoi tre anni, non li usò per frignare e per invocare i mali dei tempi. Eppure c’erano i mali dei tempi, del suo tempo. Arrivava il mondo moderno, era pronto. E lui tagliò (corto). Oh, in modo molto semplice. Facendo il cristianesimo.
Mettendoci in mezzo il mondo cristiano.
Non incriminò, non accusò nessuno. Salvò.
Non incriminò il mondo. Salvò il mondo. 
Questi (altri) vituperano, raziocinano, incriminano. Medici ingiuriosi che se la prendono con il malato. Accusano le sabbie del secolo, ma anche al tempo di Gesù c’erano il secolo e le sabbie del secolo.
Ma sulla sabbia arida, sulla sabbia del secolo scorreva una fonte, una fonte inesauribile di grazia».
Oggi, come allora, l’unica possibilità è che nel deserto accada la salvezza.
Può accadere che il cuore dell’uomo, toccato dalla grazia, si stupisca.

(C. PEGUY)

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giovedì 1 gennaio 2015

VIVERE NELLO SPIRITO...CONSIGLI DI H.NOUWEN....PER IL NUOVO ANNO....LEGGETELI !!!

E STAMPATEVELI..SE POTETE.. PER MEDITARLI TUTTO L'ANNO....AUGURIIII!!!





È difficile vivere nel presente. Il passato e il futuro continuano a tormentarci. Il passato con la colpa, il futuro con le ansie. Tante cose sono accadute nella nostra vita per le quali ci sentiamo a disagio, pieni di rimpianti, di rabbia, di confusione o, per lo meno, ambivalenti. E tutti questi sentimenti sono spesso colorati di colpa. La colpa che dice: "Dovevi fare qualcosa di diverso da quello che hai fatto; dovevi dire qualcosa di diverso da quello che hai detto". Questi "dovevi" continuano a farci sentire in colpa rispetto al passato e ci impediscono di essere pienamente presenti nel momento attuale.
Peggiori della colpa sono però le nostre ansie. Le nostre ansie riempiono la nostra vita di "se": "se perdo il lavoro, se mio padre muore, se non ci sarà abbastanza denaro, se l'economia va male, se scoppia una guerra?". Tutti questi "se" possono talmente riempire la nostra mente che diventiamo ciechi ai fiori nel giardino e ai bambini nelle strade, o sordi alla voce grata di un amico.
I veri nemici della nostra vita sono questi "dovevi" e questi "se". Ci spingono indietro nell'inalterabile passato e in avanti verso un imprevedibile futuro. Ma la vera vita ha luogo qui ed ora. Dio è un Dio del presente. Dio è sempre nel momento presente, che quel momento sia facile o difficile, gioioso o doloroso. Quando Gesù parlava di Dio ne parlava sempre come di un Dio che è quando e dove noi siamo. "Chi ha visto me ha visto il Padre. Chi ascolta me ascolta il Padre." Dio non è qualcuno che era o che sarà, ma Colui che è, e che è per me in questo momento. Perciò Gesù è venuto a spazzar via il peso del passato e le ansie del futuro. Egli vuole che noi scopriamo Dio proprio là dove siamo, qui e ora.

Vi è una relazione intima tra gioia e speranza. Mentre l'ottimismo ci fa vivere come se presto un giorno le cose dovessero andare meglio per noi, la speranza ci libera dalla necessità di prevedere il futuro e ci consente di vivere nel presente, con la profonda fiducia che Dio non ci lascerà mai soli, ma adempirà i desideri più profondi del nostro cuore.
In questa prospettiva, la gioia è il frutto della speranza. Quando ho la profonda fiducia che Dio è veramente con me e mi tiene al sicuro in un abbraccio divino, guidando ognuno dei miei passi, posso liberarmi dall'ansioso bisogno di sapere come sarà domani, o quel che accadrà il prossimo mese, o l'anno prossimo. Posso essere pienamente dove sono e prestare attenzione ai tanti segni dell'amore di Dio in me e intorno a me.
Spesso parliamo del "buon tempo andato", ma quando vi riflettiamo criticamente e lasciamo perdere i nostri ricordi pieni di romanticismo, scopriremo presto che proprio a quell'epoca eravamo in grandi ansie circa il nostro futuro.
Quando confidiamo profondamente che l'oggi è il giorno del Signore e che il domani è saldamente nascosto nell'amore di Dio, i nostri volti possono distendersi e possiamo sorridere a Colui che ci sorride.
Ricordo che una volta camminavo lungo la spiaggia con un amico. Parlavamo intensamente del nostro rapporto, sforzandoci di spiegare l'un all'altro e di comprendere i nostri sentimenti reciproci. Eravamo così preoccupati delle nostre difficoltà che non notammo il magnifico tramonto da cui si sprigionava un ricco spettro di colori, sopra le onde incappucciate di schiuma che si rompevano sulla vasta, silenziosa spiaggia.
All'improvviso il mio amico esclamò: "Guarda... Guarda il sole... Guarda!". Mi mise un braccio intorno alle spalle e insieme contemplammo la rutilante sfera di fuoco scomparire gradualmente sotto l'orizzonte del vasto oceano.
In quel momento entrambi conoscemmo la speranza e la gioia.

Un modo molto importante per farci amico il dolore è farlo uscire dall'isolamento e condividerlo con qualcuno che può accoglierlo. Tanta parte del nostro dolore rimane nascosto, anche ai nostri amici più intimi. Quando ci sentiamo soli, andiamo da qualcuno in cui abbiamo fiducia e gli diciamo: "Mi sento solo. Ho bisogno del tuo sostegno e della tua compagnia"? Quando ci sentiamo ansiosi, sessualmente inquieti o inaspriti, osiamo chiedere a un amico di essere con noi e di accogliere la nostra pena?
Troppo spesso pensiamo o diciamo: "Non voglio disturbare gli amici con i miei problemi; ne hanno abbastanza dei loro". Ma la verità è che invece onoriamo i nostri amici confidando loro le nostre lotte. Non diciamo forse anche noi ai nostri amici che ci hanno nascosto i loro sentimenti di paura e di vergogna: "Perché non me l'hai detto, perché l'hai tenuto segreto per tanto tempo?". Certo, non tutti possono accogliere le nostre pene nascoste; ma io credo che se desideriamo veramente crescere acquistando maturità spirituale, Dio ci manderà gli amici di cui abbiamo bisogno.
Tanta parte della nostra sofferenza deriva non soltanto dalla nostra situazione dolorosa, ma dal nostro sentimento di essere isolati nel nostro dolore. Molta gente che soffre profondamente per una cattiva abitudine - all'alcool, alla droga, al sesso o al cibo - trova il suo primo vero sollievo quando può condividere la propria pena con altri e scoprire di essere veramente ascoltata. I tanti servizi di consulenza sono una incisiva testimonianza della verità che condividere il nostro dolore è l'inizio della guarigione. Quando scopro di non essere più solo nella mia lotta e quando comincio a sperimentare una nuova "fraternità nella debolezza", allora può prorompere la vera gioia, proprio in mezzo al dolore.
Non è facile tuttavia uscire dal nostro isolamento. In qualche modo, vogliamo sempre risolvere da soli i nostri problemi. Ma Dio ci ha dato gli uni agli altri per costruire una comunità di amore reciproco, dove possiamo scoprire insieme che la gioia non è soltanto per altri ma per tutti noi.

Pur rendendomi conto che dieci anni fa non avevo la minima idea che sarei andato a finire dove sono ora, mi piace tuttavia conservare l'illusione che la mia vita è sotto controllo. Mi piace decidere di che cosa ho più bisogno, che farò tra poco, che cosa voglio raggiungere e che cosa gli altri penseranno di me. Mentre sono così occupato a condurre la mia esistenza, mi scopro dimentico dei lievi movimenti dello Spirito di Dio in direzioni completamente diverse dalle mie.
Ci vuole molta solitudine interiore e molto silenzio per diventare coscienti di questi movimenti divini. Dio non grida, non urla e non spinge. Lo Spirito di Dio è dolce e gentile come una voce sommessa o una leggera brezza. È lo spirito dell'amore. Forse non crediamo ancora del tutto che lo Spirito di Dio sia davvero uno Spirito di amore, che ci conduce sempre più nelle profondità dell'amore. Forse non abbiamo fiducia in questo Spirito, per paura di essere  condotti in luoghi nei quali perderemmo la nostra libertà. Forse pensiamo ancora allo Spirito di Dio come a un nemico che vuole da noi qualcosa che non è bene per noi.
Ma Dio è amore, soltanto amore, e lo Spirito di Dio è lo Spirito di amore che vuole guidarci al luogo dove possano essere adempiuti i desideri più profondi del nostro cuore. Spesso noi stessi non sappiamo neppure quale sia il nostro desiderio più profondo. Restiamo così facilmente prigionieri della nostra avidità e della nostra rabbia, nel presupposto sbagliato che esse ci dicano ciò che realmente vogliamo.
Lo Spirito dell'amore dice: "Non aver paura di abbandonare il bisogno di dominare la tua esistenza. Lascia che io adempia il vero desiderio del tuo cuore."

Abbiamo uno scopo chiaro nella vita? Gli atleti che hanno come scopo quello di guadagnarsi la medaglia olimpica sono disposti a lasciare che tuttto il resto diventi secondario. Il modo in cui mangiano, dormono, studiano e si allenano, tutto è determinato da quello scopo preciso.
Questo è vero sia nella vita spirituale che nella vita delle competizioni sportive. Senza un chiaro scopo saremmo sempre distratti e spenderemmo le nostre energie per cose secondarie. "Fissate lo sguardo sul premio", diceva Martin Luther King alla sua gente. Qual è il nostro premio? È la vita divina, la vita eterna, la vita con Dio e in Dio. Gesù ci ha annunciato quello scopo, quel premio celeste. A Nicodemo ha detto: "Dio infatti ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna". (Gv 3,16)
Non è facile mantenere lo sguardo fisso sulla vita eterna, specialmente in un mondo che continua a dirci che ci sono cose più immediate e urgenti alle quali prestare attenzione. È raro che vi sia un giorno che non svii la nostra attenzione dalla nostra meta, rendendola vaga e nebulosa. Pure, sappiamo per esperienza che senza un chiaro scopo la nostra vita si spezzetta in tanti compiti e obblighi che ci trascinano lasciandoci un senso di stanchezza e di inutilità. In che modo allora conserviamo una visione chiara del nostro scopo, come fissiamo lo sguardo sul premio? Con la disciplina della preghiera: la disciplina che ci aiuta a riportare sempre di nuovo Dio al centro della nostra vita. Continueremo sempre a essere distratti, costantemente occupati da tante esigenze impellenti, ma quando vi sono un tempo e un luogo messi da parte per tornare al nostro Dio, che ci offre la vita eterna, allora gradualmente diventeremo consapevoli che le tante cose che dobbiamo fare, dire o pensare non ci distraggono più, ma ci portano invece tutte più vicino al nostro scopo. È tuttavia importante che il nostro scopo rimanga chiaro. La preghiera mantiene chiaro il nostro scopo, e quando il nostro scopo diventa vago, la preghiera lo rende chiaro di nuovo.

Come possiamo vivere una vita davvero riconoscente? Quando riguardiamo a tutto quello che ci è accaduto, facilmente dividiamo la nostra vita tra cose buone e cose cattive da dimenticare. Ma con un passato così diviso non possiamo andare liberamente verso l'avvenire. Con tante cose da dimenticare, possiamo soltanto andare zoppicando verso il futuro.
La vera gratitudine spirituale abbraccia tutto il nostro passato, gli eventi buoni come quelli cattivi, i momenti gioiosi come quelli tristi. Dal punto in cui stiamo ogni cosa che è avvenuta ci ha portato a questo momento, e vogliamo ricordarlo tutto come una parte della guida di Dio. Questo non significa che tutto quello che è accaduto in passato sia buono, ma significa che anche il male non è avvenuto al di fuori dell'amorevole presenza di Dio.
La sofferenza di Gesù stesso gli fu imposta dalle forze delle tenebre, eppure egli parla della sua sofferenza e della sua morte come del suo cammino verso la gloria.
È molto difficile riuscire a portare tutto il nostro passato sotto la luce della gratitudine. Vi sono tante cose di cui ci sentiamo colpevoli e proviamo vergogna, tante cose che semplicemente vorremmo che non fossero accadute. Ma ogni volta che abbiamo il coraggio di guardare "tutto" e di guardarlo come Dio lo vede, la nostra colpa diventa una felice colpa e la nostra vergogna una felice vergogna, perché ci hanno portato a un riconoscimento più profondo della misericordia di Dio, a una convinzione più forte della guida di Dio, a un impegno più radicale per una vita al servizio di Dio.
Quando tutto il nostro passato viene ricordato con gratitudine, siamo liberi di essere mandati nel mondo a proclamare la buona notizia agli altri. Come il rinnegamento di Pietro, una volta perdonato, non lo ha paralizzato, ma è diventato per lui una nuova fonte di fedeltà, così tutti i nostri fallimenti e tradimenti possono essere trasformati in gratitudine e renderci capaci di diventare messaggeri di speranza.

Uno dei modi meno idonei per smetterla di angosciarci è cercare di non pensare alle cose che ci procurano quest'ansia. Non possiamo scacciare le nostre ansie con la mente. Quando giaccio nel mio letto e mi preoccupo per il prossimo incontro, non posso far cessare le mie ansie dicendomi: "Non pensare a queste cose; addormentati. Le cose si metteranno a posto domani." La mia mente risponde semplicemente: "Come lo sai?", e ricomincia ad angosciarsi.
L'invito di Gesù ad applicarci col cuore al suo Regno in un certo senso è paradossale. Si potrebbe interpretarlo cosi: "Se vuoi angosciarti, fallo per qualcosa per cui valga la pena. Preoccupati di cose più grandi della tua famiglia, dei tuoi amici, o dell'incontro di domani. Preoccupati delle cose di Dio: la verità, la vita, la luce!". Appena applichiamo il nostro cuore a queste cose la nostra mente smette di agitarsi, perché entriamo in comunione con Colui che è presente con noi qui e ora, ed è qui per darci quello di cui abbiamo più bisogno. L'ansia diventa allora preghiera, e i nostri sentimenti di impotenza si trasformano nella coscienza di essere fortificati dallo Spirito di Dio.
In verità, con l'ansia non possiamo prolungare la nostra vita, ma possiamo andare molto al di là dei confini della nostra breve esistenza e reclamare la vita eterna quali diletti figli di Dio.
Con questo le nostre ansie finiranno? Probabilmente no. Finché siamo in questo mondo, pieno di tensioni e di pressioni, la nostra mente non sarà mai libera dall'ansia, ma se siamo costanti nel tornare col cuore e con la mente all'amore di Dio che ci avvolge, allora possiamo continuare a sorridere del nostro io ansioso e a tenere occhi ed orecchi aperti alle visioni e ai suoni del Regno.

La compassione è cosa diversa dalla pietà. La pietà suggerisce distanza, persino una certa condiscendenza. Io spesso agisco con pietà: do del denaro a un mendicante nelle strade di Toronto o di New York, ma non lo guardo negli occhi, non mi siedo con lui, non gli parlo. Sono troppo occupato per fare veramente attenzione all'uomo che mi si rivolge. Il mio denaro sostituisce la mia personale attenzione e mi dà una scusa per proseguire il mio cammino.
Compassione significa stare vicino a chi soffre. Ma possiamo stare vicino a un'altra persona soltanto se siamo disposti a diventare vulnerabili noi stessi. Una persona compassionevole dice: "Sono tuo fratello; sono tua sorella; sono umano, fragile e mortale, proprio come te. Non mi scandalizzo per le tue lacrime e non ho paura del tuo dolore. Anch'io ho pianto. Anch'io ho sofferto". Possiamo essere con l'altro soltanto quando l'altro cessa di essere "altro" e diventa come noi.
È forse questa la ragione principale per cui talvolta troviamo più facile mostrare pietà che non compassione. La persona che soffre ci invita a diventare consapevoli della nostra propria sofferenza. Come posso dare risposta alla solitudine di qualcuno se non ho contatto con la mia stessa esperienza della solitudine? Come posso essere vicino a un handicappato, se rifiuto di riconoscere i miei handicap? Come posso essere col povero quando non sono disposto a confessare la mia propria povertà?
Quando rifletto sulla mia vita, mi rendo conto che i momenti di maggiore conforto e consolazione sono stati momenti in cui qualcuno mi ha detto: "Non posso toglierti il tuo dolore, non posso offrire una soluzione al tuo problema, ma posso prometterti che non ti lascerò solo e starò con te finché potrò e nel modo migliore di cui sarò capace". Vi è molta sofferenza e molto dolore nella nostra vita, ma quale benedizione quando non dobbiamo vivere da soli il nostro dolore e la nostra sofferenza. Questo è il dono della compassione.

La gente dice: "Non ti preoccupare, tutto andrà bene". Ma noi ci preoccupiamo e non possiamo smetterla di angosciarci soltanto perché qualcuno ce lo dice. Una delle cose che causano più sofferenza nella vita è che ci preoccupiamo molto per i nostri figli, i nostri amici, il nostro coniuge, il nostro lavoro, il nostro futuro, la nostra famiglia, il nostro paese, il nostro mondo e infinite altre cose. Conosciamo già la risposta di Gesù: "E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita?" (Mt 6,27). Sappiamo che la nostra ansia non ci aiuta e non risolve nessuno dei nostri problemi. Pure, ci angosciamo spesso, e quindi soffriamo molto. Vorremmo smetterla di stare in ansia, ma non sappiamo come fare. Anche se ci rendiamo conto che domani avremo forse dimenticato quello per cui ci eravamo tanto angosciati oggi, ci rimane tuttavia impossibile distogliere la nostra mente dall'ansia.
Mia madre, che era una donna che si curava molto degli altri e pregava molto, si angosciava parecchio, specialmente per me, per mio fratello e mia sorella. Quando ero a casa non andava mai a dormire se non era sicura che io vi avessi fatto ritorno sano e salvo. Ed era così non solo quando ero adolescente e mi piaceva far tardi con gli amici la sera, ma anche dopo che ebbi viaggiato in lungo e in largo in aereo, in treno, in autobus, trovandomi talvolta in situazioni davvero pericolose. Quando tornavo a casa, avessi diciotto o quarant'anni, mia madre se ne stava sveglia a preoccuparsi per il figlio finché non era sicura che fosse al sicuro nel suo letto!
Molti fra noi non agiscono diversamente. E allora la vera domanda è: possiamo far qualcosa per angosciarci di meno e stare più tranquilli? Se è vero che non possiamo cambiare nulla con la nostra ansia, come possiamo allora insegnare al nostro cuore e alla nostra mente a non sprecare tempo ed energie in ansiose elucubrazioni che ci fanno girare a vuoto dentro noi stessi? Gesù dice: "Cercate prima il regno di Dio". Questo ci dà un'indicazione della giusta direzione.

Tutte le relazioni umane, siano esse tra genitori e figli, tra mariti e mogli, tra amanti e tra amici o tra membri di una comunità, vanno intese come segni dell'amore di Dio per l'umanità nel suo insieme e per ciascuno in particolare. È un punto di vista assai poco comune, ma è il punto di vista di Gesù. Gesù dice: "Come io vi ho amato, così anche amatevi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli" (Gv 13,34-35). E come ci ama Gesù? Egli dice: "Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi" (Gv 15,9). L'amore di Gesù per noi è la piena espressione dell'amore di Dio per noi, perché Gesù e il Padre sono uno. "Le parole che io vi dico non le dico da me; ma il Padre che è in me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me" (Gv 14,10-11).
Queste parole sulle prime suonano molto irreali e mistificanti, ma hanno una conseguenza diretta e radicale per il modo in cui viviamo i nostri rapporti giorno per giorno.
Gesù ci rivela che siamo chiamati da Dio a essere testimoni viventi del suo amore, e lo diventiamo seguendo Gesù e amandoci a vicenda come egli ci ama. Che cosa ha da dire tutto questo al matrimonio, all'amicizia e alla comunità? Dice che la fonte dell'amore che sostiene questi rapporti non sono coloro che li vivono, ma Dio che li chiama insieme. Amarsi l'un l'altro non significa aggrapparsi all'altro per essere sicuri in un mondo ostile, ma vivere insieme in modo tale che chiunque possa riconoscerci come persone che rendono visibile l'amore di Dio nel mondo. Non soltanto ogni paternità e maternità vengono da Dio, ma anche ogni amicizia, ogni associazione nel matrimonio e ogni comunità. Quando viviamo come se i rapporti umani fossero di natura solo umana, e quindi soggetti alle trasformazioni e ai mutamenti e delle norme e dei costumi umani, non possiamo aspettarci altro che l'immensa frammentazione e alienazione che caratterizzano la nostra società. Ma quando ci appelliamo a Dio e lo reclamiamo costantemente come fonte di ogni amore, scopriremo l'amore come un dono di Dio al popolo di Dio.

La vita spirituale richiede che reclamiamo continuamente la nostra identità. La nostra vera identità è che siamo figli di Dio, diletti figli e figlie del nostro Padre celeste. La vita di Gesù ci rivela questa misteriosa verità. Dopo che fu battezzato da Giovanni nel Giordano, mentre usciva dall'acqua Gesù vide i cieli aperti e lo Spirito, in forma di colomba, che scendeva su di lui. E una voce venne dal cielo: "Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Mc 1,10-11). È il momento decisivo della vita di Gesù. La sua vera identità gli viene dichiarata. Egli è il Diletto di Dio. Come tale viene inviato nel mondo affinché attraverso di lui la gente scopra e reclami la propria appartenenza a Dio.
Ma il medesimo Spirito che è disceso su Gesù e ha affermato la sua identità come Diletto Figlio di Dio, lo ha anche condotto nel deserto per essere messo alla prova da Satana. Satana gli chiese di provare che era il Figlio Diletto di Dio trasformando le pietre in pane, gettandosi dal pinnacolo del tempio per essere trasportato dagli angeli e accettando i regni del mondo. Ma Gesù resistette alla tentazione del successo, della popolarità e del potere, reclamando con forza per se stesso la propria identità. Gesù non doveva provare al mondo di essere degno di amore. Egli era già il "Diletto" e questo gli consentiva di vivere libero dai giochi e dalle manipolazioni del mondo, sempre fedele alla voce che gli aveva parlato al Giordano. L'intera vita di Gesù fu una vita di obbedienza, di attento ascolto di colui che lo aveva chiamato "Diletto". Tutto quel che Gesù disse e fece proveniva da quella comunione spirituale, profondamente intima. Gesù ci ha rivelato che noi esseri umani, peccatori e sbandati, siamo invitati alla medesima comunione che Gesù ha vissuto; che siamo i diletti figli e figlie di Dio, così come egli è il Figlio Prediletto; che siamo mandati nel mondo a proclamare la predilezione di Dio per tutti, così come Gesù fu mandato, e che alla fine scamperemo ai poteri distruttivi della morte, come egli vi scampò.
(Tratto da: Henri J. M. Nouwen, "Vivere nello spirito", Ed. Queriniana)


martedì 30 dicembre 2014

Il mistero del Natale -S. Edith Stein [Teresa Benedetta della Croce ocd]



"Ho sempre pensato - e forse è un azzardo - che il mistero dell'Incarnazione sia più grande della Resurrezione.
Perché un Dio che si fa bambino... e poi ragazzo... e poi uomo, quando muore non può che risorgere"
(Edith Stein).
I giorni del Natale
Quando i giorni diventano via via più corti, quando, nel corso di un inverno normale cadono i primi fiocchi di neve, timidi e sommessi si fanno strada i primi pensieri del Natale. Questa semplice parola emana un fascino misterioso, cui ben difficilmente un cuore può sottrarsi.
Ma per il cristiano - e in particolare per il cristiano cattolico - Natale è anche qualcos’altro. La stella lo guida alla mangiatoia col Bambino Gesù, che porta la pace in terra. L’arte cristiana ce lo pone davanti agli occhi in innumerevoli e delicate immagini, mentre antiche melodie, da cui risuona tutto l’incantesimo dell’infanzia, lo cantano.
Nel cuore di colui che vive con la Chiesa, le campane del "Rorate" (1) e i canti dell’Avvento risvegliano una santa e ardente nostalgia, e a chi si disseta alla fonte inesauribile della sacra liturgia il grande profeta dell’incarnazione ripete, giorno dopo giorno, le sue grandiose esortazioni e promesse: "Stillate, cieli, dall’alto, e le nubi piovano il Giusto! Il Signore è vicino! Adoriamolo! Vieni, Signore, e non tardare! Esulta, Gerusalemme, sfavilla di gioia, perché viene a te il tuo Salvatore!".
Dal 17 al 24 dicembre le grandi antifone gridano con un desiderio e ardore crescente il loro "Vieni a salvarci". Sì, quando la sera gli alberi di Natale luccicano e ci si scambiano i doni, una nostalgia inappagata continua a tormentarci e a spingerci verso un’altra luce splendente, fintanto che le campane della Messa di mezzanotte suonano e il miracolo della Notte Santa si rinnova su altari inondati di luci e di fiori :"E il Verbo si fece carne". Allora è il momento in cui la nostra speranza si sente beatamente appagata.
Seguire il Figlio incarnato di Dio
Ognuno di noi ha già sperimentato una simile felicità del Natale. Ma il cielo e la terra non sono ancora divenuti una cosa sola. La stella di Betlemme è una stella che continua a brillare anche oggi in una notte oscura. Già all’indomani del Natale la Chiesa depone i paramenti bianchi della festa e indossa il colore del sangue: Stefano, il protomartire, che seguì per primo il Signore nella morte, e i bambini innocenti, i lattanti di Betlemme e della Giudea, che furono ferocemente massacrati dalle rozze mani dei carnefici.
"Rallegriamoci tutti nel Signore, perché è nato nel mondo il Salvatore! Oggi la vera pace è discesa dal Cielo." [Notre Dame - Paris]
Che significa questo? Dov’è ora il giubilo delle schiere celesti, dov’è la beatitudine silente della notte santa? Dov’è la pace in terra? "Pace in terra agli uomini di buona volontà". Ma non tutti sono di buona volontà. Per questo il Figlio dell’eterno Padre dovette scendere dalla gloria del cielo, perché il mistero dell’iniquità aveva avvolto la terra.
Le tenebre ricoprivano la terra, ed Egli venne come la luce che illumina le tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolto. A quanti lo accolsero Egli portò la luce e la pace; la pace col Padre celeste, la pace con quanti come essi sono figli della luce e figli del Padre celeste, e la pace interiore e profonda del cuore; ma non la pace con i figli delle tenebre.
Ad essi il Principe della pace non porta la pace, ma la spada. Per essi Egli è la pietra d’inciampo, contro cui urtano e si schiantano. Questa è una verità grave e seria, che l’incanto del Bambino nella mangiatoia non deve velare ai nostri occhi. Il mistero dell’incarnazione e il mistero del male sono strettamente uniti. Alla luce, che è discesa dal cielo, si oppone tanto più cupa e inquietante la notte del peccato. Il Bambino protende nella mangiatoia le piccole mani, e il suo sorriso sembra già dire quanto più tardi, divenuto adulto, le sue labbra diranno: "Venite a me voi tutti che siete stanchi e affaticati".
Alcuni seguirono il suo invito. Così i poveri pastori sparsi per la campagna attorno a Betlemme che, visto lo splendore del cielo e udita la voce dell’angelo che annunciava loro la buona novella, risposero pieni di fiducia : "Andiamo a Betlemme" e si misero in cammino; così i re che, partendo dal lontano Oriente, seguirono con la stessa semplice fede la stella meravigliosa. Su di loro le mani del Bambino riversarono la rugiada della grazia, ed essi "provarono una grandissima gioia".
Queste mani danno e esigono nel medesimo tempo; voi sapienti deponete la vostra sapienza e divenite semplici come i bambini; voi re donate le vostre corone e i vostri tesori e inchinatevi umilmente davanti al Re dei re; prendete senza indugio su di voi le fatiche, le sofferenze e le pene che il suo servizio richiede. Voi bambini, che non potete ancora dare alcunché da parte vostra: a voi le mani del Bambino nella mangiatoia prendono la tenera vita prima ancora che sia propriamente cominciata; il modo migliore di impiegarla è quello di essere sacrificata per il Signore della vita.
"Seguitemi", così dicono le mani del Bambino, come più tardi diranno le labbra dell’uomo adulto. Così dissero esse al giovane amato dal Signore e che ora fa anche parte della schiera disposta attorno alla mangiatoia. E san Giovanni, il giovane dal cuore puro e semplice, lo seguì senza domandare: Dove? A che scopo? Abbandonò la barca del padre e andò dietro al Signore su tutte le sue strade, fino al Golgota.
"Seguimi", questo invito percepì anche il giovane Stefano. Egli seguì il Signore nella lotta contro le potenze delle tenebre, contro l’accecamento della testarda mancanza di fede; gli rese testimonianza con le sue parole e col suo sangue; lo seguì anche nel suo spirito, nello spirito dell’amore, che combatte il peccato, ma ama il peccatore e intercede per l’assassino davanti a Dio anche in punto di morte.
Di fronte ad essi sta la notte dell’indurimento e dell’accecamento incomprensibile: gli scribi, che sono in grado di dare informazioni sul tempo e sul luogo in cui il Salvatore del mondo deve nascere, ma che non deducono alcun "Andiamo a Betlemme!"; il re Erode, che vuole uccidere il Signore della vita. Di fronte al Bambino nella mangiatoia gli spiriti si dividono. Egli è il Re dei re e il Signore della Vita e della morte, pronuncia il suo "Seguimi", e chi non è per lui è contro di lui. Egli lo pronuncia anche per noi e ci pone di fronte alla decisione di scegliere fra luce e tenebre.
Il corpo mistico di Cristo
Dove il Bambino divino intenda condurci sulla terra è cosa che non sappiamo e a proposito della quale non dobbiamo fare domande prima del tempo. Una cosa sola sappiamo, e cioè che a quanti amano il Signore tutte le cose ridondano in bene. E inoltre che le vie, per le quali il Salvatore conduce, vanno al di là di questa terra.
Il Presepe aiuta a contemplare il mistero del Figlio di Dio che si fa uomo, in un mondo anche allora pieno di contraddizioni, tensioni sociali e politiche, lotte di potere. Solo i poveri e gli umili di cuore lo accolgono, sono loro i testimoni dell'evento
più importante della storia.
O scambio mirabile! Dio è diventato un figlio degli uomini, affinché gli uomini potessero diventare figli di Dio. Uno di noi aveva lacerato il legame della figliolanza divina, uno di noi doveva di nuovo riannodarlo e pagare per il peccato. Ma nessun discendente di questa progenie antica, malata e imbastardita, era in grado di farlo. Su di essa andava innestato un ramoscello nuovo, sano e nobile. Egli è divenuto uno di noi, anzi di più ancora, una cosa sola con noi.
Questa è infatti la cosa meravigliosa del genere umano, il fatto che siamo tutti una cosa sola. Se le cose stessero diversamente, la caduta dell’uno non si sarebbe tirata dietro la caduta di tutti gli altri. Egli è il nostro capo, noi le sue membra. Se mettiamo le nostre mani nelle mani del Bambino divino e rispondiamo con un "sì" al suo "Seguimi", allora siamo suoi, è libera la via perché la sua vita divina possa riversarsi in noi.
Non è ancora la contemplazione beata di Dio nella luce della gloria; è ancora l’oscurità della fede, però la nostra vita non è più di questo mondo ed è già un’esistenza nel regno di Dio. Tale regno sopravvenne in maniera diversa da come ce lo si era immaginato in base ai salmi e ai profeti. I romani rimasero i padroni del paese, e i sommi sacerdoti e gli scribi continuarono a tenere il popolo povero sotto il loro giogo. Chiunque apparteneva al Signore portava invisibilmente il regno di Dio in sé. Egli non si vide alleggerito dei pesi dell’esistenza terrena, anzi ne vide aggiungere degli altri; ma dentro era sorretto da una forza alata, che rendeva dolce il giogo e leggero il peso. La vita divina, che viene accesa nell’anima, è la luce che è venuta nelle tenebre, il miracolo della Notte Santa.
Essere una cosa sola in Dio
Essere una cosa sola con Dio: questa è la prima cosa. Ma una seconda ne segue immediatamente. Se nel corpo mistico Cristo è il capo e noi le membra, allora noi siamo membra gli uni degli altri, e tutti insieme siamo una cosa sola in Dio, una vita divina. Se Dio è in noi e se egli è amore, allora non possiamo che amare i fratelli. Per questo il nostro amore del prossimo è la misura del nostro amore di Dio.
Ma si tratta di un amore diverso dall’amore naturale per gli uomini. L’amore naturale si dirige verso questo o verso quello, verso chi è a noi legato da vincoli di sangue, da affinità di carattere o da interessi comuni. Gli altri sono "estranei", di essi "non ci importa alcunché". Per il cristiano non esiste alcun "estraneo". Cristo è venuto per i peccatori e non per i giusti. E se il suo amore vive in noi, allora agiamo come lui e andiamo dietro alla pecorella smarrita.
L’amore naturale tende ad avere per sé la persona amata e a possederla nella maniera più indivisa possibile. Cristo è venuto per riportare al Padre l’umanità perduta; e chi ama col suo amore vuole gli uomini per Dio e non per sé. Questa è naturalmente nello stesso tempo la via più sicura per possederli eternamente; quando infatti abbiamo posto in salvo una persona in Dio, siamo con lei in Dio una cosa sola, mentre il desiderio di conquistarla conduce spesso – anzi prima o poi sempre – alla sua perdita. Ciò vale per l’altrui anima come per la propria e per ogni bene esteriore: chi si dedica alle cose esteriori per conquistarle e conservarle, le perde. Chi ne fa dono a Dio, le guadagna.
"Sia fatta la Tua volontà!"
Tocchiamo così un terzo segno della figliolanza divina. Essere una cosa sola con Dio, il primo. Il fatto che tutti sono una cosa sola in Dio, il secondo. Il terzo :"Da questo riconoscerò che mi amate, se osserverete i miei comandamenti". Essere figlio di Dio significa camminare dando la mano a Dio, fare la volontà di Dio e non la propria, riportare nelle sue mani ogni preoccupazione e speranza, non affannarsi più per sé e per il proprio futuro. Questa è la base della libertà e della gioia del figlio di Dio.
La vita divina che Cristo accende nell'anima è la luce che è venuta a rischiarare le nostre tenebre...
[dipinto di Hans Mëmling]
Tutti conoscono la parabola degli uccelli del cielo e dei gigli del campo. Ma quando incontrano una persona che non possiede alcun bene, non ha alcuna pensione e alcuna assicurazione e tuttavia va incontro serena al suo futuro, scuotono il capo come se si trovassero di fronte a un tipo strano. La fiducia in Dio rimane incrollabile solo se essa include la disponibilità ad accogliere qualunque cosa dalla sua mano. Dio solo infatti sa quel che è bene per noi. E se un giorno per noi dovessero esser meglio la miseria, la privazione, anziché un reddito sicuro, oppure l’insuccesso e l’umiliazione al posto dell’onore e del prestigio, dovremmo tenerci pronti anche a questo. Se lo facciamo, allora possiamo vivere il presente senza lasciarci turbare dal futuro.
Il "sia fatta la tua volontà", in tutta la sua estensione, deve essere il criterio della vita cristiana. Esso deve scandire la giornata dal mattino alla sera, il corso dell’anno e tutta la vita. E deve quindi essere anche l’unica preoccupazione del cristiano. Tutte le altre il Signore le prende su di sé.
Chi appartiene a Cristo deve vivere tutta la sua vita. Deve maturare fino all’età adulta di Cristo, imboccare un giorno la via della croce, dirigersi al Getsemani e al Golgota. E tutte le sofferenze che provengono dall’esterno sono un nulla a paragone della notte oscura dell’anima, allorché la luce divina non brilla più e la voce del Signore tace. Perché fa così? Siamo qui di fronte ai suoi misteri, misteri che non possiamo penetrare fino in fondo. Un pò però li possiamo già perscrutare.
Dio è divenuto uomo per farci di nuovo partecipare alla sua vita. Partecipazione che era al principio e che è l’ultimo fine. Ma nell’intervallo c’è ancora qualcos’altro.. Cristo è Dio e uomo, e chi vuol partecipare alla sua vita, deve prender parte alla sua vita divina e umana. La natura umana da lui assunta gi diede la possibilità di soffrire e morire. La natura divina, da lui posseduta dall’eternità, conferì alla sua passione e morte un valore infinito e la capacità di compiere la redenzione.
La passione e la morte di Cristo continuano nel suo corpo mistico e in ognuna delle sue membra. Ogni uomo deve soffrire e morire. Ma se egli è un membro vivo del corpo di Cristo, la sua sofferenza e la sua morte diventano, grazie alla divinità del capo, redentrici.
Questo è il motivo oggettivo, per cui tutti i santi hanno aspirato a soffrire. Non si tratta di un desiderio malsano. Gli occhi della mente naturale lo vedono come una perversione. Ma alla luce del mistero della redenzione esso appare come estremamente ragionevole. E così colui che è unito a Cristo persevera incrollabile anche nella notte oscura della lontananza soggettiva da Dio; forse la provvidenza divina gli impone questo tormento per liberare una persona oggettivamente incatenata. Diciamo pertanto: "Sia fatta la tua volontà!" anche e proprio per questo, nella notte più oscura.
Mezzi di salvezza
Ma possiamo ancora pronunciare questo "sia fatta la tua volontà" , quando non sappiamo più con certezza che cosa la volontà di Dio esige da noi? Esistono mezzi così potenti che uno sbandamento, per quanto in linea di principio possibile, diventa in realtà infinitamente inverosimile. Dio è infatti venuto per redimerci, per unirci a sé, per rendere la nostra volontà conforme alla sua. Conosce la nostra natura. Ne tiene conto e ci ha quindi fatto dono di tutto ciò che può aiutarci a raggiungere il traguardo.
Il Bambino divino è diventato il Maestro e ci ha detto che cosa dobbiamo fare. Per permeare tutta una vita umana di vita divina non basta inginocchiarsi una volta all’anno davanti alla mangiatoia e lasciarsi prendere dall’incanto della notte santa. A questo scopo bisogna stare quotidianamente in contatto con Dio per tutta la vita, ascoltare le parole che egli ha pronunciato e che ci sono state tramandate, e metterle in pratica. Prima di tutto bisogna pregare, così come il Salvatore ci ha insegnato a fare e ha continuamente e pressantemente raccomandato. "Chiedete e vi sarà dato". E’ una sicura promessa di esaudimento. E chi recita quotidianamente di cuore il suo "Signore, sia fatta la tua volontà", può confidare di non tradire la volontà divina anche quando non ne ha più alcuna certezza soggettiva.
Inoltre: Cristo non ci ha lasciati orfani. Ha inviato il suo Spirito, che insegna a tutti noi la verità. Ha fondato la Chiesa, che è guidata dal suo Spirito, e ha istituito in essa i suoi rappresentanti, dalla cui bocca il suo Spirito ci parla in parole umane. In essa egli ha unito i fedeli in una comunità e vuole che ognuno sia responsabile di ogni altro. Pertanto non siamo soli, e dove viene meno la fiducia nel proprio giudizio e anche nella propria preghiera siamo soccorsi dalla forza dell’obbedienza e della forza dell’intercessione.
"E il Verbo si fece carne". Ciò è divenuto verità nella stalla di Betlemme. Ma si è adempiuto anche in altra forma. "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna". Il Salvatore, ben sapendo che siamo uomini quotidianamente alle prese con le nostre debolezze, viene in aiuto della nostra umanità in maniera veramente divina. Come il corpo terreno ha bisogno del pane quotidiano, così anche la vita divina aspira in noi ad essere continuamente alimentata. "Questo è il pane vivo, che è disceso dal cielo". Per chi ne fa veramente il suo pane quotidiano, in lui si compie quotidianamente il mistero del Natale, l’incarnazione del Verbo. E questa è indubbiamente la via più sicura per conservare ininterrottamente l’unione con Dio e radicarsi ogni giorno sempre più saldamente e profondamente nel corpo mistico di Cristo.
So bene che ciò apparirà a molti un’esigenza troppo radicale. In pratica essa comporta, per la maggior parte di coloro che cominciano a soddisfarla, un rivoluzionamento di tutta la loro vita, interiore ed esteriore. Ma appunto così dobbiamo fare! Nella nostra vita dobbiamo far spazio al Salvatore eucaristico, affinché possa trasformare la nostra vita nella sua.
E' questa una richiesta esagerata? Abbiamo tempo per tante cose inutili: per leggere ogni genere di libri, riviste e quotidiani futili, per bighellonare da un caffé all’altro e passare quarti d’ora e mezzore a chiacchierare per strada, tutte ‘distrazioni’ in cui sprechiamo e disperdiamo tempo e energie. Non ci è proprio possibile riservare ogni mattina un’ora, in cui non ci distraiamo, ma ci raccogliamo, in cui non ci logoriamo, ma accumuliamo energia per poi affrontare col Suo aiuto i nostri compiti quotidiani?
Ma naturalmente ci vuole più di una semplice ora del genere. Essa deve animare tutte le altre, sì da rendersi impossibile "lasciarci andare", fosse anche solo momentaneamente. Così succede nei rapporti quotidiani col Salvatore. Diventiamo sempre più sensibili nel discernere ciò che gli piace e gli dispiace. Se prima eravamo tutto sommato molto contenti di noi, ora le cose cambiano. Troveremo che molte cose sono cattive e nei limiti del possibile le cambieremo.
E scopriremo alcune cose che non possiamo ritenere belle e buone, e che pur risulta tanto difficile cambiare. Allora diventiamo a poco a poco molto piccoli e umili, pazienti e indulgenti verso le pagliuzze presenti negli occhi altrui, perché abbiamo da fare con la trave presente nei nostri; e infine, impariamo anche a sopportarci nella luce della presenza di Dio e ad affidarci alla sua misericordia, che può venire a capo di tutto ciò che si fa beffe delle nostre forze.
Edith Stein, nata a Breslavia il 12 ottobre 1891 e morta ad Auschwitz il 9 agosto 1942.
Lungo è il cammino per passare dall’autocompiacimento del "buon cattolico", che "compie i suoi doveri", ma per il resto fa come gli piace, ad una vita che si lascia guidare per mano da Dio ed è caratterizzata dalla semplicità del bambino e dall’umiltà del pubblicano. Chi però l’ha imboccata una volta, non la rifà più a ritroso.
La vita filiale in Dio significa perciò divenire piccoli e nel medesimo tempo divenire grandi. Vivere l'Eucaristia significa uscire spontaneamente dalla meschinità della propria vita e addentrarsi negli ampi spazi della vita di Cristo. Chi fa visita al Signore nella sua casa, non si occuperà più solo e sempre di sé e delle proprie faccende, ma comincerà ad interessarsi delle faccende del Signore.
La partecipazione al sacrificio quotidiano ci immerge, senza che ce ne accorgiamo, nella vita liturgica. Le preghiere e i riti dell’altare ripropongono continuamente davanti alla nostra anima, nel corso dell’anno liturgico, la storia della salvezza e ce ne fanno penetrare sempre più profondamente il senso. E l’azione sacrificale ci impregna instancabilmente del mistero centrale della nostra fede, cardine della storia del mondo: del mistero dell’incarnazione e della redenzione. Chi può assistere con spirito e cuore aperto al sacrificio eucaristico senza entrare a sua volta nel suo dinamismo, senza essere preso dal desiderio di inserire se stesso e la propria piccola vita personale nella grande opera del Redentore?
I misteri del cristianesimo sono un tutto indivisibile. Chi ne approfondisce uno, finisce per toccare tutti gli altri. Così la vita che si diparte da Betlemme procede inarrestabilmente verso il Golgota, va dalla mangiatoia alla Croce. Quando la santissima Vergine presentò il Bambino al tempio, le fu predetto che la sua anima sarebbe stata trafitta da una spada, che quel bambino era posto per la caduta e la risurrezione di molti e come segno di contraddizione.
Nella notte del peccato brilla la stella di Betlemme. Sullo splendore luminoso che irradia dalla mangiatoia cade l’ombra della croce. La luce si spegne nell’oscurità del venerdì santo, ma torna a brillare più luminosa, sole di misericordia, la mattina della risurrezione. Il Figlio incarnato di Dio pervenne attraverso la croce e la passione alla gloria della risurrezione. Ognuno di noi, tutta l’umanità. perverrà col Figlio dell’uomo, attraverso la sofferenza e la morte, alla medesima gloria.
[Nota: questo scritto di Edith Stein, qui riportato quasi integralmente, è stato pubblicato postumo, a Colonia, nel 1950

venerdì 26 dicembre 2014

Benedetto questo nuovo giorno che è Natale (M.Delbrel)

Il nuovo giorno di Madeleine Delbrêl

Tratto da Madeleine Delbrêl, Il piccolo monaco, P.Gribaudi editore, Torino, 1990
Se vuoi trovare Dio sappi che è dappertutto, ma sappi anche che non è solo… 
Se vai in capo al mondo, trovi le orme di Dio; se vai nel profondo di te stesso, troverai Dio in persona»  «Mio Dio, se tu sei dappertutto, come mai io sono così spesso altrove?»
 
Inizia un altro giorno.
Gesù vuol viverlo in me. Lui non si è isolato.
Ha camminato in mezzo agli uomini.
Con me cammina tra gli uomini d'oggi.

Incontrerà
ciascuno di quelli che entreranno nella mia casa,
ciascuno di quelli che incrocerò per la strada,
altri ricchi come quelli del suo tempo, altri poveri,
altri eruditi e altri ignoranti,
altri bimbi e altri vegliardi,
altri santi e altri peccatori,
altri sani e altri infermi.
Tutti saranno quelli che egli è venuto a cercare.
Ciascuno, colui che è venuto a salvare.
A coloro che mi parleranno, egli avrà qualche cosa
da dire.
A coloro che verranno meno, egli avrà qualche cosa
da dare.
Ciascuno esisterà per lui come se fosse il solo.
Nel rumore egli avrà il suo silenzio da vivere.
Nel tumulto, la sua pace da portare.
Gesù, in tutto, non ha cessato di essere il Figlio.
Vuole in me rimanere legato al Padre.
Dolcemente legato,
ogni secondo,
sospeso su ciascun secondo,
come un sughero sull'acqua.
Dolce come un agnello
di fronte a ogni volontà del Padre.
Tutto sarà permesso in questo giorno che viene,
tutto sarà permesso ed esigerà che io dica il mio sì.
Il mondo dove Lui mi lascia per esservi con me
non può impedirmi di essere con Dio;
come un bimbo portato sulle braccia della madre
non è meno con lei
per il fatto che lei cammina tra la folla.

Gesù, dappertutto, non ha cessato d'essere inviato.
Noi non possiamo esimerci d'essere,
in ogni istante,
gl'inviati di Dio nel mondo.
Gesù in noi, non cessa di essere inviato,
durante questo giorno che inizia,
a tutta l'umanità, del nostro tempo, di ogni tempo,
della mia città e del mondo.

Attraverso i fratelli più vicini ch'egli ci farà
servire amare salvare,
le onde della sua carità giungeranno
sino in capo al mondo,
andranno sino alla fine dei tempi.

Benedetto questo nuovo giorno che è Natale
per la terra,

poiché in me Gesù vuole viverlo ancora.

Ballata della speranza [DAVID MARIA TUROLDO]

Letta alla meditazione durante il concerto di Natale del Coro S.Luca a Brescia il 21 Dicembre 2014

Ballata della speranza
[DAVID MARIA TUROLDO]
“Oh, se sperassimo tutti insieme, tutti la stessa speranza e intensamente ferocemente sperassimo…”. Un appassionato testo poetico di David Maria Turoldo, 

Tempo del primo avvento
tempo del secondo avvento
sempre tempo d’avvento:

esistenza, condizione
d’esilio e di rimpianto.
Anche il grano attende
anche l'albero attende
attendono anche le pietre
tutta la creazione attende.
Tempo del concepimento
di un Dio che ha sempre da nascere.
Avvento, tempo di solitudine
e tenerezza e speranza.

Oh, se sperassimo tutti insieme
tutti la stessa speranza
e intensamente
ferocemente sperassimo
sperassimo con le pietre
e gli alberi e il grano sotto la neve
e gridassimo con la carne e il sangue
con gli occhi e le mani e il sangue;
sperassimo con tutte le viscere
con tutta la mente e il cuore
Lui solo sperassimo;
oh, se sperassimo tutti insieme
con tutte le cose
sperassimo Lui solamente
desiderio dell’intera creazione;
e sperassimo con tutti i disperati
con tutti i carcerati
come i minatori quando escono
dalle viscere della terra,
sperassimo con la forza cieca
del morente che non vuole morire,
come l’innocente dopo il processo
in attesa della sentenza,
oppure con il condannato
davanti il plotone di esecuzione
sicuro che i fucili non spareranno;
se sperassimo come l’amante
che ha l’amore lontano
e tutti insieme sperassimo,
a un punto solo
tutta la terra uomini
e ogni essere vivente
sperasse con noi
e foreste e fiumi e oceani,
la terra fosse un solo
oceano di speranza

e la speranza avesse una voce sola
un boato come quello del mare,
e tutti i fanciulli e quanti
non hanno favella
per prodigio
a un punto convenuto
tutti insieme
affamati malati disperati,
e quanti non hanno fede
ma ugualmente abbiano speranza
e con noi gridassero
astri e pietre,
purché di nuovo un silenzio altissimo,
il silenzio delle origini,
prima fasci la terra intera
e la notte sia al suo vertice;
quando ormai ogni motore riposi
e sia ucciso ogni rumore
ogni parola uccisa
(finito questo vaniloquio!)
e un silenzio mai prima udito
(anche il vento faccia silenzio,
anche il mare abbia un attimo di silenzio,
un attimo che sarà la sospensione del mondo),
quando si farà questo
disperato silenzio
e stringerà il cuore della terra
e noi finalmente in quell’attimo dicessimo
quest’unica parola
perché delusi di ogni altra attesa
disperati di ogni altra speranza,
quando appunto così disperati
sperassimo e urlassimo
(ma tutti insieme
e a quel punto convenuti)
certi che non vale chiedere più nulla
ma solo quella cosa
allora appunto urlassimo
in nome di tutto il creato,
(ma tutti insieme e a quel punto)

VIENI, VIENI, VIENI, SIGNORE!

Allora tutto si riaccenderà
alla sua luce
e il cielo di prima
e la terra di prima
non sono più
e non ci sarà più né lutto
né grido di dolore
perché le cose di prima passarono
e sarà tersa ogni lacrima dai nostri occhi
perché anche la morte non sarà più.
E una nuova città scenderà dal cielo
bella come una sposa
per la notte d’amore.
Allora il nostro stesso desiderio
avrà bruciato tutte le cose di prima
e la terra arderà dentro un unico incendio
e anche i cieli bruceranno
in quest’unico incendio
e anche noi, gli uomini,
saremo in quest'unico incendio
e invece di incenerire usciremo
nuovi come zaffiri
e avremo occhi di topazio:
quando appunto Egli dirà
“ecco già nuove sono fatte tutte le cose”
allora canteremo
allora ameremo
allora allora…


MARANATHA’, VIENI SIGNORE GESU’!
                                         David Maria Turoldo

mercoledì 25 dicembre 2013

BUON NATALE!!!...TUTTI I GIORNI GESU' VUOLE VIVERLO CON ME...

Gesù viene a noi per donarci la sua santa umanità e per chiederci in dono la nostra umanità,così da farla diventare un prolungamento della sua...(P.Antonio Sicari)


...Gesù ..con me cammina tra gli uomini d'oggi.
Incontrerà
ciascuno di quelli che entreranno nella mia casa,
ciascuno di quelli che incrocerò per la strada,
altri ricchi come quelli del suo tempo, altri poveri,
altri eruditi e altri ignoranti,
altri bimbi e altri vegliardi,
altri santi e altri peccatori,
altri sani e altri infermi.
Tutti saranno quelli che egli è venuto a cercare.
Ciascuno, colui che è venuto a salvare.

A coloro che mi parleranno, egli avrà qualche cosa
da dire.
A coloro che verranno meno, egli avrà qualche cosa
da dare.
Ciascuno esisterà per lui come se fosse il solo.
Nel rumore egli avrà il suo silenzio da vivere.
Nel tumulto, la sua pace da portare.
Gesù, in tutto, non ha cessato di essere il Figlio.
Vuole in me rimanere legato al Padre.
Dolcemente legato,
ogni secondo,
sospeso su ciascun secondo,
come un sughero sull'acqua.
Dolce come un agnello
di fronte a ogni volontà del Padre.
Tutto sarà permesso in questo giorno che viene,
tutto sarà permesso ed esigerà che io dica il mio sì.
Il mondo dove Lui mi lascia per esservi con me
non può impedirmi di essere con Dio;
come un bimbo portato sulle braccia della madre
non è meno con lei
per il fatto che lei cammina tra la folla.


Gesù, dappertutto, non ha cessato d'essere inviato.
Noi non possiamo esimerci d'essere,
in ogni istante,
gl'inviati di Dio nel mondo.
Gesù in noi, non cessa di essere inviato,
durante questo giorno che inizia,
a tutta l'umanità, del nostro tempo, di ogni tempo,
della mia città e del mondo.


Attraverso i fratelli più vicini ch'egli ci farà
servire amare salvare,
le onde della sua carità giungeranno
sino in capo al mondo,
andranno sino alla fine dei tempi.

Benedetto questo nuovo giorno che è Natale
per la terra,
poiché in me Gesù vuole viverlo ancora.


(Madeleine Delbrel)
Il piccolo monaco, P.Gribaudi editore, Torino, 1990

giovedì 7 novembre 2013

Etty Hillesum:L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi è anche l'unica che veramente conti: è un piccolo pezzo di Te in noi, mio Dio.

Etty Hillesum, una ragazza ebrea olandese, che ad Auschwitz, nel luogo dove qualcuno ha tentato di disumanizzare l’umano ha scritto così: 

“Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Una cosa però diventa sempre più evidente per me e cioè che Tu non puoi aiutare noi ma che siamo noi a dover aiutare Te e, in questo modo, aiutiamo anche noi stessi. L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi è anche l'unica che veramente conti: è un piccolo pezzo di Te in noi, mio Dio. 

Sì, mio Dio, sembra che Tu non possa fare molto per modificare le circostanze attuali, ma anche esse fanno parte di questa vita. 
Io non chiamo in causa la tua responsabilità, o Dio, più tardi sarai Tu a dichiarare noi responsabili e, quasi ad ogni battito di cuore, cresce la mia certezza: Tu non puoi aiutarci ma tocca a noi aiutare Te, difendendo fino all'ultimo la Tua casa in noi.”

domenica 20 ottobre 2013

La preghiera....la porta della felicità!

Piazza S. Pietro vista dalla chiesa "degli olandesi"

La porta della felicità si apre verso l'esterno cosicché può essere richiusa solo andando fuori da se stessi.

                                                    
SOREN KIERKEGAARD

martedì 15 ottobre 2013

S.Teresa d'Avila ...la sua vita .. testo tratto da: NUOVI RITRATTI DI SANTI di Antonio Sicari ed. Jaca Book

                     SANTA TERESA D'AVILA
                                                              Dottore della Chiesa 
La mia vita era una vita tra le più penose che si possa immaginare perché non godevo di Dio, nè trovavo felicità nel mondo... Anelavo a vivere, giacché mi rendevo conto di non stare vivendo, bensì lottando contro un’ombra di morte... Oramai la mia anima si sentiva stanca e, sebbene lo volesse, le sue antiche abitudini non le permettevano assolutamente di riposare... (Autobiografia 8,2.12; 9,1).
La donna che parla così di se stessa, colta in un momento di disperante stanchezza spirituale, è Teresa d’Avila, a circa quarant’anni
di età, quando non si era ancora arresa totalmente a Dio, anche se era già monaca carmelitana da vent’anni.
Di questo primo periodo monastico, ella scrive:
Trascorsi quasi vent’anni in questo procelloso mare, cadendo e rialzandomi, ma rialzandomi male perché tornavo sempre a cadere (8,2):
una vicenda così meschina, per cui bramerei che i miei lettori mi aborrissero, vedendo descritta un’anima tanto ostinata e misconoscente verso Colui che le ha accordato tante grazie (8,1).
Che cosa accadeva dunque dietro le mura di quel Monastero dell’Incarnazione, ad Avila, in cui Teresa de Ahumada viveva ormai da due lunghi decenni?
- Io sono la più debole e misera creatura dell’intera umanità» (7, 22)—ella confessa—, e noi abbiamo ragione a immaginate un dramma interiore di estrema gravità e violenza.
Eppure si tratta di un dramma alla cui qualità noi non siamo certo abituati; noi immaginiamo facilmente tentazioni, cadute e pentimenti secondo schemi corposi e in fondo banali, ma ci è difficile immaginare l’esistenza di drammi spirituali che si sviluppano più duramente di una battaglia, ma su un terreno in cui si tratta esclusivamente dell’amore dovuto a Dio.
Teresa parla della sua « vita disgraziata» di allora, della sua  « vita rovinosa », ma noi resteremmo molto sorpresi se ci mettessimo a cercare quelli che siamo soliti chiamare « peccati gravi». Lei stessa ce ne avverte:
Malata io nell’anima... – scrive - invischiata com’ero in tanta vanità, eppure non al punto di trovarmi consapevolmente in peccato morta­e, neppure al tempo della mia massima dissipazione... infatti qualora la coscienza mi avesse avvertito di una cosa del genere, non sarei assolutamente rimasta in tale stato (7,14).
C’è quindi nella sua vita qualcosa che non si può neppure chiamare « peccato» (anzi, alcuni confessori la tranquillizzavano dicendole che col suo comportamento faceva del bene al prossimo), eppure era per lei talmente grave che Teresa diceva di sè: « ero come una che si porta addosso la sua perdizione».
Ce n’è abbastanza per acuire la nostra curiosità e, ancor più, per far vibrate la nostra coscienza che così facilmente si adagia nell’abitudine, fino a diventare inerte e opaca.
Per capire di quale dramma si tratti, dobbiamo tornare all’infanzia di Teresa.
Agli inizi di quel secolo XVI in cui nasce ad Avila Teresa de Ahumada, nel 1315, la Castiglia si apriva al mondo: non era più una semplice contea e neppure solo un regno. Ma era diventata improvvisamente (con Carlo v) il centro di un impero su cui non tramontava mai il sole. Teresa non aveva ancora 16 anni che la sua piccola città di Avila, splendida come un castello, si apriva per accogliere l’imperatrice che veniva a passare l’estate col piccolo Filippo II, di quattro anni: trecento coppie di fanciulle della nobiltà (tra le quali certamente Teresa) avevano danzato per festeggiare l’arrivo delle loro imperiali maestà. Qualche anno dopo lo stesso Carlo v (che nel 1330 aveva ricevuto dal Papa a S. Petronio di Bologna la corona d’oro d’imperatore) entrava trionfalmente ad Avila inaugurando una di quelle feste per le quali era capace di spendere quanto sarebbe bastato per armare un esercito.
Nella casa di D. Alfonso de Cepeda y Ahumada vivevano sei maschi e tre femmine, la madre era morta quando Teresa aveva appena dodici anni. Uno alla volta i maschi partivano per il nuovo mondo scoperto da Cristoforo Colombo, al di là dell’Oceano, spinti da un impulso che stava a metà strada tra il desiderio di carriera e di conquista e la coscienza d’avere una missione cristiana da compiere.
Restavano a casa le tre femmine, delle quali la più impetuosa era certamente Teresa.
A sei anni era già capace—in quel tempo!—di leggere da sola e il libro che la affascinava era il Flos sanctorum che raccoglieva assieme la vita di Cristo e quella « eroica» di alcuni santi (martiri, eremiti e sante vergini).
Durante le lunghe sere lo si leggeva insieme in famiglia, ma poi Teresa si prendeva il volume per suo conto e ne ragionava col fratellino Rodrigo di otto anni.
Tra i due nasceva una specie di « gioco» spirituale: « C’è una vita che è per sempre, per sempre, per sempre! ,—diceva Teresa.
E Rodrigo doveva rispondere esattamente: « Sì, Teresa, per sempre, per sempre, per sempre».
Poi quella minuscola bambina riprendeva implacabile: e c’è una pena che è per sempre, per sempre, per sempre».
E Rodrigo obbediente: « Sì, Teresa, per sempre, per sempre, per sempre». E i due bimbi restavano li, assieme, a gustare—un po’ atterriti e un po’ deliziati—il brivido dell’eternità.
Il « gioco» divenne così serio che un mattino, assai presto, i due piccoli fuggirono di casa: volevano andare in una imprecisata terra dei mori» (la Spagna era stata liberata dal dominio arabo solo da poco), in modo da farsi uccidere per la fede, come i martiri, e così poter entrare in quella « vita eterna» che tanto li affascinava.
Allo zio che riuscì a rintracciarli (quando ormai quasi li piangevano morti, pensandoli caduti in uno dei numerosi pozzi aperti nelle campagne), e poi anche alla mamma che li rimproverava inquieta, Rodrigo rispondeva piangendo d’aver fatto quello che aveva voluto Teresa, ma Teresa, con la voce e gli occhi pieni di desiderio e di sfida, aveva insistito: « Io voglio andare a vedere Dio».
Nella autobiografia, scriverà poi con tenerezza e humor: « La difficoltà più grave per mettere in atto i nostri progetti era quella di avere dei genitori».
La piccola comunque non disarmò: se non potevano diventare martiri, potevano almeno vivere come eremiti (era la seconda categoria di santi che conoscevano), e così convinse il fratellino a costruire assieme, nel giardino di casa, una specie di celletta in muratura, ma...
« accatastavamo piccoli sassi che finivano per cadere quasi subito».
Certo noi possiamo sorridere di questi ardori infantili, eppure Teresa, divenuta ormai una grande mistica e rileggendo questi primi episodi, scrive:
Suscita in me una devota tenerezza constatare come Dio mi abbia concesso subito, fin da principio, ciò che poi ho perduto per mia colpa.
In fondo è quello che ognuno di noi dovrebbe dire, anche solo pensando al suo battesimo.
La Santa sottolineerà molto l’importanza di quei primi episodi, spiegandoli con una formula un po’ strana ma molto significativa:
Piacque al Signore che mi restasse impresso nell’anima, fin dalla più tenera infanzia, il cammino della verità (1,4).
Anche se ella spinge la sua analisi fino a sottolineare con tale sincerità, una certa radice non del tutto sana che avrebbe avuto poi conseguenze negative nella sua vita spirituale.
Dice:
...desideravo molto di morire così (cioè, da martire), sebbene non perché avessi per Dio un vero amore, ma piuttosto per andare a godere assai alla svelta e a buon mercato di quei beni che leggevo esserci in cielo (1,4).
Come è esigente Teresa con se stessa bambina! eppure è proprio in questa prima radice che si nasconde il problema esistenziale che travaglierà a lungo la sua vita: allora l’attraeva più il « gioco» del paradiso che l’amore di Dio.
Ed ecco che man mano che Teresa entra nello splendore della sua adolescenza e poi della giovinezza, scopre sì d’amare Dio così come si ama la bellezza, la felicità, l’eternità, ma scopre anche di amare la vita, il suo corpo, il fascino degli affetti e delle avventure umane.
Comincia ad amare assieme, per così dire, il cielo e la terra, e non sa bene come le due cose si possano conciliare.
Come a sei anni aveva letto ripetutamente il Flos .sanctorum, così ora, nella prima adolescenza, Teresa legge di nascosto, quei romanzi di cavalleria che allora riempivano la Spagna, con i quali la madre malaticcia si distrae nelle lunghe ore di degenza...
Vi consuma « tante ore del giorno e della notte »—bene attenta a che il papà non la scopra, e se ne imbeve talmente che—sempre col fratello Rodrigo—ne scrive uno a due mani: un romanzo cavalleresco che di nascosto i fratelli e i cugini si passano di mano in mano. E pare sia stato molto apprezzato.
Intanto fiorisce la squisita femminilità di questa fanciulla che per tutta la vita riuscirà sempre ad affascinare chiunque le si accosti.
Dissero di lei: « Teresa aveva le proprietà della seta dorata che si accorda bene con ogni tipo di tessuto e con ogni gradazione di colore ».
E lei stessa ammette semplicemente:
Il Signore mi ha fatto trovare affetto dappertutto, e sempre.
Iniziò a coltivare esageratamente—per l’età e l’ambiente in cui viveva—la sua persona:
Cominciai a vestirmi con ricercatezza e a desiderare di comparire. Avevo somma cura delle mani e dei capelli. Usavo profumi e ogni altra possibile vanità: tutte cose che per essere io molto raffinata, non mi bastavano mai.
Contemporaneamente, nel gruppo dei cugini e dei parenti, diventa lei la confidente di tutte le piccole avventure amorose, e il centro dove s’intrecciano le fila di tutte le affezioni. Lo fa con ingenuità e innata signorilità, ma è nell’età più pericolosa e ciò che osserva e ascolta le si imprime dentro profondamente.
Si va così costruendo quel dramma che abbiamo annunciato all’inizio e che meriterebbe una più profonda analisi psicologica e teologica assieme. Qui possiamo solo accennarvi.
Da un lato resta inestirpabile in lei la persuasione dei valori eterni, definitivi ai quali occorre consacrare interamente la vita (e questo—soprattutto nella mentalità di quel tempo—voleva dire: vocazione monastica), dall’altro si sviluppa in lei il fascino di tutto ciò che nel mondo è bello, desiderabile, cavalleresco, raffinato, amabile.
A volte il pensiero del chiostro la affascina col suo radicalismo, e a volte ne prova « fortissima avversione ». E d’altra parte anche il matrimonio le sembra limitare la sua passione per il tutto.
Ma è una hidalga spagnola, i cui fratelli si preparano a partire per conquistare il nuovo mondo.
Così Teresa a vent’anni decide di rischiare tutto: sfida il padre che non vuole neppure sentir parlare di vocazione monastica e, all’alba del 2 novembre 1535, fugge di casa, e si presenta al monastero carmelitano dell’Incarnazione.
Tra parentesi—poiché è sempre la Teresa di un tempo—ha convinto uno dei fratelli a fare lo stesso e a presentarsi contemporaneamente al convento dei domenicani.
Scrive poi:
Rammento, e credo di dire proprio la verità, che quando lasciai la casa di mio padre provai un dolore così lancinante da farmi pensare che non se ne provi uno maggiore neppure quando si sta per morire: sembrava che le ossa mi si slogassero ad una ad una (4,1).
Nella sua bella e quasi intraducibile lingua spagnola dice:
no créo serà mas el sentimiento cuando me muera:
non credo che proverò maggior struggimento quando morrò.
Decise dunque, per così dire, a favore di Dio, « facendosi forza».
La sua acuta sensibilità alla dimensione « eterna » della vita (vita è quella che dura per sempre) la orientò con determinazione e generosità a preferire comunque la vita monastica, ma la considerò un purgatorio, un passaggio di necessaria sofferenza, per poter giungere al cielo, un tempo di dura attesa.
In convento, a dire il vero, si trovò bene e iniziò subito un impegnativo lavoro ascetico su se stessa, dando prova di grande generosità e virtù: ma forse perché quella vita era troppo impegnativa e diversa da ciò a cui era abituata, forse perché lo sforzo psicologico era stato eccessivo, ne subì il contraccolpo fisico. Cadde in una strana malattia che non si sapeva come curare: « dalla testa ai piedi—dice Teresa—ero tutta una spasimo ». I rimedi sbagliati e debilitanti fecero il resto e si aggravò talmente da giungere in punto di morte. Anzi, per qualche giorno la credettero morta addirittura.
Si riebbe infine, ma era completamente paralizzata e, soprattutto, le era rimasta addosso una terribile paura di morire.
Chi ha voluto leggere in questa malattia un insieme di fenomeni isterici si è sempre scontrato con l’evidenza di tutte le testimonianze che parlano di una Teresa equilibrata, affascinante, buona, capace di sorreggere gli altri, paziente e umanissima pur dentro le più acute sofferenze. D’altra porte questo sarà il segreto e la situazione di tutta la sua vita: un anima ardente in un corpo fragile che sembra non saper reggere all’urto interiore, e che pure Teresa piegherà fino a chiedergli prove (viaggi, fatiche, preoccupazioni) non indifferenti.
Pian piano si riprese: era diventata una monaca saggia, matura, che aveva imparato a pregare: era amata e ricercata, dentro e fuori il monastero, soprattutto da chi voleva percorrere le vie della santità. Lo stesso papà di Teresa veniva da lei per farsi guidare spiritualmente, e divenne così maturo da morire come un santo.
Attorno a quella monaca di Avila si creò ben presto una cerchia di amici, affascinati dalla sua forte dolcezza e dolce severità.
Dobbiamo ricordare che ella viveva in un tempo in cui i problemi spirituali destavano comunque attenzione anche in gente ingolfata nelle preoccupazioni e nelle vanità del mondo. Di preghiera e di vita interiore si parlava allora anche nei salotti delle duchesse.
Così l’antico problema di Teresa si ripresentò con più matura violenza.
Avevo—ella scrive—un difetto gravissimo da cui mi sono venuti molti mali, ed era questo: che appena m‘accorgevo che una persona mi voleva bene e mi era simpatica, mi affezionavo ad essa così da averla sempre in mente. Intendiamoci, non già che io volessi offendere Dio in nulla, ma gioivo nel vederla, nel pensare a lei e alle buone qualità che possedeva, al punto di farmi rischiare seriamente di perdere l’anima (37,4).
Prima di proseguire dobbiamo comprendere bene il livello in cui questi sentimenti erano vissuti: non si trattava per lei di quelle amicizie un po’ ambigue, un po’ morbose alle quali a volte si lasciano andare anche le persone consacrate quando restano insicure e indecise nella loro vocazione. I rapporti che Teresa instaurava erano di vera e profonda amicizia spirituale (molti anni dopo, a una sua novizia che la interrogava su certi turbamenti sessuali, Teresa rispondeva candidamente di non sapere che cosa fossero), e tuttavia ella si sentiva
« indegna di Dio », indegna di pregare.
Quando vuole spiegare questo suo dramma, da un lato dice che non faceva nulla di male (e su questo i suoi confessori non solo erano d’accordo, ma la spingevano a continuare nel suo « apostolato »), dall’altro dice che si stava « dannando » e spiega:
non ero intera, mi sentivo impastoiata davanti alla determinazione di darmi totalmente a Dio, non riuscivo a rinchiudermi in me stessa (per pregare), senza trascinarmi dietro anche l’ammasso delle mie vanità.
Insomma: messa davanti ai due grandi comandamenti, quello di amare Dio con tutto il cuore e quello di amare il prossimo,
Teresa capisce che giunge un momento d’intensità spirituale in cui bisogna saper mettere Dio non al primo posto, ma all’unico posto (‘tutto’ il cuore), rinunciando ad ogni attaccamento, ad ogni altro amore, per ricevere poi nuovamente tutto, anche il prossimo da amare, dalle Sue mani.
Teresa intuì questa richiesta (che Dio fa quando si matura davvero nella fede), ma aveva paura ad abbandonare tutto, non riusciva ancora a credere completamente che l’amore di Dio solo potesse colmarle il cuore. Perché non riusciva a fidarsi?
L’episodio risolutivo che le accadde ci aiuterà a comprenderlo.
Un giorno, tornando da uno di quei colloqui spirituali che ormai la turbavano e la impoverivano, si trovò a passare davanti a un’immagine di Cristo piagato che occasionalmente era stato portato in convento per una certa celebrazione che vi si doveva tenere.
Ecco il racconto:
...appena lo guardai... fu così grande il dolore che provai, la pena dell’ingratitudine con la quale rispondevo al suo amore, che mi parve che il cuore mi si spezzasse. Mi gettai ai suoi piedi tutta in lacrime e lo supplicai di darmi la grazia di non offenderlo più (9, 1).
Quasi contemporaneamente Teresa incontrò un giovane sacerdote che, confessandola, l’aiutò a giudicarsi non dal punto di vista del male che faceva o non faceva, ma dal punto di vista del bene che ella poteva impedire opponendosi alla ricca invasione della grazia di Dio.
Fu come una nuova nascita; Teresa ne parla come dell’inizio di una « nuova vita ».
Era accaduta una conversione profonda, difficile da descrivere, ma che, detta con semplici parole, consisteva in questo: quella antica tensione che lei provava tra il mondo di Dio e il mondo degli uomini, tra l’eternità e il tempo, tra l’amore dovuto al Signore e quello dovuto al prossimo, si scioglieva improvvisamente davanti alla percezione immediata, viva (come se un velo cadesse dagli occhi) del fatto che Cristo è assieme il nostro Dio e il nostro prossimo, l’eterno che è entrato nel tempo, l’amico con cui si può vivere, parlare, stare come e più di quanto si fa con ogni altro amico.
Non solo, ma Cristo è il centro in cui tutto può e deve essere nuovamente raccolto.
Da allora si dedicò con passione assoluta alla preghiera percepita secondo un metodo particolare: fare compagnia a Cristo nei misteri della sua vita terrena, attraverso il massimo realismo possibile: quello delle immagini, quello dell’Eucaristia soprattutto.
E fu una inondazione di visioni, di esperienze, come se si fosse appunto lacerato quel velo che sempre ci separa un po’ da Cristo, che sempre ci tenta di considerarLo come una idea, un sentimento, un personaggio.
Mi sembrava—scrisse Teresa—che Gesù mi camminasse sempre a fianco... sentivo chiaramente che mi stava sempre al lato destro, testimone di ciò che facevo e mai potevo dimenticare—se appena mi raccoglievo un pochino o non ero molto distratta—che Lui era accanto a me (27, 1).
« D’ora in poi—le disse un giorno Gesù—non voglio che tu parli più con gli uomini » , e Teresa obbedì; ma non nel senso di entrare in uno spiritualistico mutismo (che anzi la sua vita si riempirà come non mai di contatti umani, di dialoghi, di affari perfino), piuttosto nel senso di un ultimo, profondo silenzio: quello di chi (qualunque cosa dica o faccia) ormai ricorda sempre ciò che gli è accaduto... « e il ricordo lo riempie di silenzio » (Laurentius l’eremita).
Tutto dunque può essere nuovamente « detto », e tutto può essere nuovamente « amato », ma « in Lui ».
Teresa ha ormai quarantacinque anni e una nuova pagina della sua vita sta per essere voltata.
Attraverso circostanze apparentemente casuali le è chiesto di ripensare alla sua vocazione: come ricorderete, era entrata in un monastero carmelitano per purificarsi come si entra in un purgatorio. Ora l’amorevole vicinanza di Cristo le fa comprendere una antichissima verità: che in terra bisogna invece saper anticipare il cielo, quel « centuplo » che Gesù stesso ha promesso a chi lo segue.
Teresa vive in un monastero dove sono radunate quasi duecento monache; i problemi pratici, economici, disciplinari non mancano (e anche questo faceva pensare a un « purgatorio »), eppure ella dirà che quel gran numero di suore non la disturbavano nel suo rapporto con Dio « più che se fosse stata sola ».
Tuttavia ascolta qualche amica che le fa balenare dinanzi il progetto di un piccolo, povero convento, con poche suore (dodici come il collegio degli apostoli), che nel profondo silenzio e in vera povertà, sia come « un angolino di cielo ».
Dopo molte traversie Teresa lo realizza, accogliendovi alcune ragazze di Avila a cui fa da Madre nelle vie dello spirito, e là vive convinta d’aver toccato il porto della sua vita, felice soprattutto di quella sintesi finalmente accaduta tra l’eterno e il tempo, tra l’amore di un Dio sommamente amato e l’amore altrettanto pieno e caldo per quelle creature che Lui stesso le affida.
Lei, Teresa, è tutta felice, non certo della sua propria santità a cui non pensa, ma di vivere con quelle anime così sante e pure la cui brama era solo quella di servire e lodare il Signore... (Egli) ci provvedeva del necessario senza che lo chiedessimo e quando ce lo lasciava mancare—ciò che avveniva assai di rado—la gioia era ancora più grande.
Sono le prime parole del Libro delle Fondazioni: nei primi capitoli Teresa raccoglie i « Fioretti » carmelitani, assai simili a quelli dell’esperienza francescana.
Tutto sembra concluso, e invece tutto sta per cominciare, per ora Teresa « muore di non morire », vive cioè, come dice lei stessa, sobbalzando di gioia ogni volta che l’orologio scandisce le ore, pensando che l’incontro definitivo con Cristo si è ancora un po’ avvicinato.
Questa casa—scriveva finalmente Teresa—.è un cielo, se ce ne può essere uno sulla terra.
Ma ormai appartiene totalmente a Cristo ed è disponibile a tutto.
A volte veramente ha l’intuizione che qualcosa non sia ancora compiuto.
Scrive:
Mi veniva spesso da pensare che Dio nel ricolmare quelle anime (parla delle sue compagne) di tante ricchezze, doveva avere una qualche grande finalità.
Sente d’altronde crescere in sè il desiderio di comunicare ad altri quel bene che esperimenta
…parendomi molte volte di essere come una persona in possesso di un grande tesoro e desiderosa di farne parte a tutti... (Fond. 1, 6).
Ciò che sta per accadere lo possiamo anticipare così: fino ad ora Teresa ha vissuto il dramma del suo rapporto personale con Cristo, la sua dolorosa e gloriosa vicenda con Lui, ora Cristo decide di immergere ulteriormente tutta l’esperienza di Teresa nel dramma vivo della Chiesa del suo tempo.
Per una qualsiasi monaca spagnola di allora, la Chiesa era una realtà di cui si viveva pacificamente: il mondo era un mondo cristiano in cui tutto trovava un posto armonico: sia il papa come l’imperatore, sia la cultura sacra come quella profana. Anche se l’unità di questo mondo cristiano è già stata spezzata da Lutero, Teresa non ne sa nulla, e la Spagna è allora la nazione più protetta.
Ed ecco che a un tratto le viene rivelato il volto tragico e dolente della Chiesa del suo tempo.
Proprio mentre ella fonda il suo primo nuovo monastero carmelitano, in Francia si scatenano le guerre di religione; il Cardinale di Lorena giunto al Concilio di Trento vi racconta tutto l’orrore che sta accadendo nella sua patria, e le notizie giungono fino al piccolo monastero da due fonti: dagli amici religiosi di Teresa (alcuni dei quali lavorano ai Concilio come teologi), e da una lettera circolare che Filippo II invia a tutti i monasteri, raccontando i fatti e chiedendo una crociata di preghiere.
Uno scenario mai immaginato si apre davanti alla coscienza di Teresa: cristiani che combattono e uccidono altri cristiani, le chiese incendiate e devastate, monasteri aggrediti e svuotati, l’Eucaristia profanata, il papa e i vescovi divenuti oggetti di odio e di disprezzo. Perfino noi facciamo oggi fatica a immaginare quanto sia stata brutale la lacerazione che quasi distrusse l’Europa cristiana.
Teresa poi era troppo intelligente per non capire subito che quei « grandi mali della Chiesa »—come li chiamava—erano il triste risultato di una realtà antecedente che lei stessa definì « le grandi necessità »: troppi cristiani erano stati infedeli alla loro vocazione soprattutto tra coloro che avrebbero dovuto essere totalmente consacrati a Cristo e alla Chiesa—e troppi avevano insudiciato il volto della Vergine Sposa di Cristo. La decadenza della vita religiosa, ad esempio, non le era del tutto ignota, nemmeno prima.
Non aveva ancora assorbita questa prima esperienza che la faceva soffrire e la sconvolgeva anche fisicamente, che un’altra «notizia» —forse ancora più dolorosa—venne a colpirla.
Si presentò per una visita al suo conventino, un frate francescano che tornava « dalle Indie », cioè dalle nuove terre scoperte da Colombo.
Teresa aveva seguito da lontano, con gioia e fierezza, l’avventura conquistatrice in cui erano impegnati non solo il suo popolo, ma i suoi stessi fratelli. Considerava quella avventura come una gloriosa, cavalleresca missione. Quando le era giunta, alcuni anni prima, la notizia che Rodrigo—il compagno delle sue infantili avventure e dei suoi mistici desideri di allora—era morto combattendo sul Rio de la Plata, ne aveva parlato alle altre monache con la convinzione d’avere finalmente un fratello martire « poiché era morto per la difesa della fede ».
Anche il fratello Antonio (quello che in un primo tempo aveva convinto a farsi religioso come lei) era morto combattendo.
Ma quel francescano che portava le notizie era il celebre P. Maldonado, uno dei più ardenti seguaci di Bartolomeo Las Casas: il grande vescovo domenicano era ormai morente, stremato dalle fatiche, e P. Maldonado lo sostituiva, e portava in Spagna l’ultimo Memoriale da lui scritto, per la Corte di Madrid, per il Consiglio delle Indie e per il Sommo Pontefice.
I confratelli del P. Maldonado dicevano che a lasciarlo fare avrebbe parlato per un giorno intero di ciò che gli stava a cuore: e fu quello che accadde alla grata di quel conventino.
Davanti allo sguardo e alla coscienza di Teresa passavano scene accesissime di popoli nuovi che non solo non incontravano Cristo, ma che si perdevano invece, divenuti preda da cacciare da parte di certi conquistatori spagnoli disumani e feroci. Non tutti certo. Ma come dovevano suonare alle orecchie di Teresa frasi come questa terribile attribuita a Las Casas: « Ho visto indiani morire rifiutando piangendo gli ultimi sacramenti perché non volevano entrare nel paradiso degli spagnoli! ».
Forse è una espressione a effetto, costruita letterariamente, ma il contenuto della denuncia vi è esattamente descritto.
Rimasi così afflitta—racconterà Teresa—che mi ritirai tutta in lacrime...
Quanto mi costano questi Indiani—scriverà un giorno al fratello Lorenzo che si trovava ancora oltremare-.., quante sventure sia qui da noi, che là da voi: ...molte persone mi parlano e molte volte non so proprio cosa dire se non che siamo peggio delle bestie...
Ma non dobbiamo dimenticare che Teresa non era più nella condizione in cui molte volte noi ci troviamo e restiamo (quella cioè di ascoltare notizie terribili, di turbarci e poi... di farle diventare oggetto del nostro curioso pettegolezzo): di tutto quello che udiva, lei faceva argomento di preghiera, di dialogo con Cristo, di decisione.
Dobbiamo necessariamente essere molto schematici nel raccontare l’evoluzione interiore di Teresa:
— Anzitutto maturò in lei quella coscienza così propria dei santi, che si sentono sempre parte in causa, provocati a riconoscere la loro propria responsabilità:
Forse sono proprio io quella che Ti ha incollerito con i suoi peccati, al punto di far piombare sulla terra tanti mali.
Non è falsa umiltà, né vittimismo: è aver raggiunto una tale coscienza della Chiesa come unico corpo di Cristo, una tale coscienza dell’abisso che ognuno raggiunge quando commette il male (anche se superficialmente non sembra tanto grave) che il senso della propria corresponsabilità inonda l’anima:
Mi pareva—scrive nell’Autobiografia—di essere così perversa, da credere che tutti i mali e le eresie del mondo fossero effetto dei miei peccati (30,8).
Espressioni del tutto simili si trovano anche negli scritti di S. Caterina da Siena e di altri mistici.
Questa prima reazione tuttavia non provoca abbattimento e meschinità, ma generosità e impeto.
— La seconda conclusione che Teresa ne trasse fu che non c’era sulla terra alcuna altra sofferenza paragonabile a quella che la Chiesa pativa, tanto che—disse—« mi sembra una cosa indegna provar dolore per qualsiasi altra cosa ». E possiamo anche solo intuire quanta libertà dia all’uomo il saper soffrire solo per cose che ne valgono la pena, senza perdersi in infinite meschinità.
— La terza conclusione fu che lei, Teresa, avrebbe fatto—come disse—« quel poco che stava in me ».
« Quel poco » però ci lascia senza flato per la sua consequenziale radicalità: si impegnò davanti a Dio ad agire con quanta maggior perfezione possibile, cioè: si impegnò con un voto a scegliere in ogni occasione ciò che le apparisse maggiormente perfetto.
Se ci si pensa bene e se non si ha un cuore veramente grande, è una promessa terribile che può rinchiudere l’anima in una morsa esasperata. E difatti i suoi confessori glielo annullarono e glielo fecero rifare in una forma un po’ più sfumata.
Infine (per un insieme di circostanze e di richieste autorevoli) capì di doversi dedicare non solo alla guida di quel primo conventino che aveva fondato, ma a riempire la Spagna di comunità monastiche simili a quella, fino a diventare la Riformatrice (qualcuno dice Fondatrice) dell’intero Ordine Carmelitano.
Alla sua morte la Spagna aveva 16 nuovi monasteri femminili tutti immaginati e vissuti come piccoli nuclei in cui il mistero della Chiesa
—Sposa, Vergine e Madre—si incarna e si offre nella sua espressione più viva e bruciante.
Lo stesso farà, assieme a S. Giovanni della Croce, per il ramo maschile dell’Ordine.
L’ampiezza di questa sua opera è narrata in un libro scritto da lei stessa (Fondazioni) che da solo offrirebbe materiale per un lungo racconto. Possiamo solo ricordare come la situazione ecclesiale del tempo, e certe traversie proprie dell’Ordine Carmelitano e delle condizioni socio-ecclesiastiche vigenti allora in Spagna coinvolsero Teresa in un lavoro faticosissimo che non fu soltanto quello di lunghi ed estenuanti viaggi e trattative per far nascere quelle sue nuove comunità, ma fu ancor più l’indicibile fatica di doversi districare tra tutti coloro che—in quel panorama confuso e turbato, la sommergevano di ordini e di consigli spesso contraddittori tra loro.
Giunse fino a cadere nelle mani dell’Inquisizione, fino a sentirsi definire dal Nunzio pontificio come « una donna disobbediente e vagabonda che va contro gli ordini del Concilio di Trento », fino a sapere che, da Roma, il Generale dell’Ordine era disgustato di lei e di tutte le notizie che la riguardavano.
E Teresa attraversò tutto con pazienza, energia, intelligenza, con un sano orgoglio di donna (abbiamo dei bei testi che piacerebbero molto alle femministe più intelligenti) e soprattutto con la sua intensa passione per Cristo, comunicando dovunque, intorno a sè, un nuovo modo di capire e di vivere il mistero della preghiera.
Prima di lei si credeva spesso che pregare—in quella fase altissima e profonda che si chiama « contemplazione »—volesse dire tentare di raggiungere la purezza tranquilla del mondo di Dio, astraendo dalle preoccupazioni della terra.
Teresa insegnò alle sue monache che contemplare vuoi dire tenere gli occhi fissi alla Santa Umanità di Cristo e dunque a tutto il mistero di questa Umanità: alla gloria della sua Resurrezione, ma anche al dolore della sua passione, e non solo alla passione accaduta un tempo, ma anche a quella che continua ad accadere nel corpo di Gesù che è la Chiesa.
La Chiesa con i suoi drammi, le sue sofferenze, i suoi problemi, le sue realtà più concrete, le persone singole che la compongono è non solo lo scopo per cui bisogna pregare (Teresa insegna alle sue monache che altrimenti esse non realizzano affatto la loro vocazione, per quanto possano dedicarsi al silenzio e alla contemplazione dei misteri di Dio), ma tutto ciò è anche, per così dire, la materia della preghiera, ciò di cui il dialogo con Dio è sostanziato.
E mentre la vita di Teresa trascorre in un’attività che all’occhio superficiale sembra frenetica e che invece la lascia sempre nella profondissima pace della amicizia sponsale con Cristo (ella ha ricevuto delle grazie mistiche così intense che definisce come
« matrimonio spirituale », e sa d’avere il cuore realisticamente ferito da tale amore), ella deve sviluppare anche—quasi controvoglia—una intensa attività magisteriale.
Su questo è proprio necessario soffermarci un po’.
Al tempo di Teresa la Chiesa già viveva da quindici secoli, ma se allora uno avesse cercato in una immaginaria biblioteca cristiana, non avrebbe trovato quasi nulla di dottrinale scritto da una donna: solo qualche raro testo e per lo più scritto in situazione estatica.
Teresa è in senso proprio la prima donna scrittrice, nella Chiesa.
Aveva una sua cultura: conosceva abbastanza bene la Bibbia, alcuni Padri della Chiesa, e molti autori spirituali sia medievali che quelli più in voga al suo tempo.
E—paradossalmente—visse in un momento in cui l’Inquisizione—impaurita, poiché vedeva errori e pericoli dappertutto--mise nell’indice dei libri proibiti quasi tutti i libri spirituali in volgare che Teresa possedeva, ordinando di distruggerli, cosa che lei fece obbedientemente. (« Sarò io -le disse Cristo - il tuo libro vivente »).
Ebbene, questa donna, che avrebbe voluto essere lasciata in pace a filare la sua rocca, dovette scrivere per obbedienza, nell’ultima fase della sua vita, dai 50 ai 67 anni, quando-se si tiene conto dell’età media del tempo-aveva un’età che oggi corrisponderebbe a quella di una donna di 70-80 anni.
Scrive con un tratto di penna così incisivo che i grafologi restano impressionati perfino del tratto così marcato e giovanile che la penna traccia sul foglio.
Ha raccontato per iscritto la sua Vita, soprattutto quella interiore come si racconta un viaggio al centro della propria anima. Ha raccontato i lunghi viaggi compiuti per le strade di tutta la Spagna e le avventure corse durante le sue varie Fondazioni. Ha scritto libri di spiritualità (Cammino di Perfezione) per insegnare alle sue suore e ai suoi amici come si prega, per reagire all’editto dell’Inquisitore che ha fatto bruciare gli altri libri, creando qualcosa di nuovo. Ha scritto migliaia di Lettere in cui dialoga coi personaggi più diversi (dal re, ai teologi, ai confessori, ai suoi collaboratori, ai familiari, ai suoi frati e alle sue suore), lettere che ci offrono un panorama stupendo non solo della sua attività e dei suoi interessi, ma anche delle affinità che ella è capace di far sorgere e di alimentare: non c' é movimento ecclesiale del suo tempo che non l’abbia vista interlocutrice attenta e piena di simpatia.
Una bella espressione di quel tempo ci dice che molti, perfino il Re Filippo II « ricevevano le sue lettere come dottrina viva per il loro bene ». E infine, nell’ultimo periodo della sua vita, scrisse il suo capolavoro: il Castello interiore.
Lo scrisse per obbedienza, non senza resistenze. Disse:
Perché vogliono che io scriva? Lo facciano i dotti, quelli che hanno studiato: io sono ignorante e non saprei esprimermi; finirei per mettere mi vocabolo al posto di un altro... mi lascino filare con la mia rocca, attendere al coro e agli uffici della vita religiosa con le altre sorelle. Non sono tagliata per scrivere, non ho salute né testa per questo lavoro...
E difatti la sua salute non era buona: i mal di testa erano sempre più frequenti, le preoccupazioni sempre più assorbenti, non ultima quella dell’Inquisizione che intanto stava esaminando puntigliosamente il libro della Vita.
Scrive il Castello interiore in cinque mesi: parte di getto, parte con continue interruzioni dovute a viaggi o imprevisti.
Molti di voi forse sanno che anche in questo nostro secolo è stato scritto un libro celebre intitolato Il Castello. - un romanzo di Kafka in cui il protagonista è chiamato dal Signore del Castello, è assunto con regolare contratto, abbandona tutto per recarvisi, ma poi si trova nell’assurda situazione di non potervi entrare e di non potersi neppure allontanare. Appartiene al Castello perché ha un contratto da rispettare, ma non può entrarvi perché nessuno ha bisogno di lui e il Castello sembra non avere alcuna porta. E' impenetrabile.
Con questa parabola angosciante Kafka voleva descrivere l’assurdità a cui è approdato l’uomo moderno.
Ebbene, trecentocinquant’anni prima, Teresa d’Avila aveva invece descritto un Castello, quello dell’anima, ricco di molteplici dimore e migliaia di stanze tutte disposte concentricamente attorno alla dimora centrale, quella più intima, nella quale abita Dio Trinità e da cui emana uno splendore intensissimo che si riflette in tutto il Castello.
Certo più si è lontani dal centro, più il fascino può essere solo intuito; più ci si addentra, più si scopre la bellezza di Dio e della dimora stessa, come se ci si avvicinasse al sole.
La porta d’ingresso, per tutti, anche per chi è ancora nel freddo e nel buio del peccato, in compagnia di animali e dì rettili che infestano la periferia del Castello, è la preghiera: chi prega come può, senza rinunciarvi—anche se è ancora invischiato nei peccati—tiene comunque aperta la porta e tiene vivo il desiderio di quel cammino che dovrebbe percorrere. Soprattutto tiene la porta aperta a Dio che può sempre far sentire il suo irresistibile richiamo.
Una volta superato l’ingresso, sarà quel sentore di sicurezza, di calore, di luminosità, di bellezza sempre crescente che invoglierà l’uomo a camminare fino a quando s’incontrerà—già in questa terra—col Signore del castello. Teresa descrive accuratamente tutte le tappe del percorso creando immagini piene di poesia e di verità per spiegarle, una dopo l’altra.
Quando, ad esempio, si giunge a quella dimora decisiva in cui l’anima deve decidersi finalmente a lasciar fare a Dio, abbandonandosi alla sua azione per essere da Lui trasformata, la Santa ci racconta la parabola del baco, il piccolo verme che piano piano matura finché comincia a secernere la seta, e con la seta si costruisce lui stesso la sua casa dorata dove può nascondersi e morire, da dove poi rinascerà come splendida farfalla bianca.
Commenta Teresa:
Questa casa è Cristo.., infatti la nostra vita è nascosta in Cristo... Oh, grandezza di Dio, in che sublime stato esce l’anima dopo essere rimasta per qualche tempo immersa nell’immensità di Dio e così strettamente unita a Lui!
Teresa scriveva quando lei era ormai giunta al centro del Castello della sua anima, quello che lei chiama « l’ultima dimora ».
Chiedendo a una persona amica, di far leggere a un teologo, in segreto, le pagine che descrivono questo punto di arrivo, Teresa confessò umilmente:
Gli dica che la persona da lei conosciuta (cioè: lei stessa) è giunta a questa dimora e gode la pace ivi descritta. Così la sua anima è molto tranquilla.
Questa confessione non deve però trarci in inganno: « Dio-—ha scritto un giorno Teresa—non vezzeggia le anime »: più le ama e più fa loro percorrere tutta la strada percorsa da Gesù Cristo, fino alla Croce. Così, per un disegno misterioso di Dio, negli ultimi giorni della vita, le accadde ciò che, fino a qualche tempo prima, le sarebbe sembrato impossibile: esperimentò quella che il suo biografo chiama la
« tristezza dei sentimenti sanguinanti » e anche « l’appuntamento con la solitudine ».
Il suo ultimo viaggio, affrontato con pena e per pura obbedienza perché ormai si sentiva « molto vecchia e stanca », fu tutto un seguito di umiliazioni e di delusioni: in un monastero, per una questione di eredità, si vide male accolta e quasi cacciata; in un altro, la Priora che le era sempre stata affezionata le si mostrò così ostile (per un richiamo ricevuto) che la Santa afflitta non riuscì a prendere sonno e la mattina se ne partì febbricitante, senza aver il coraggio di chiedere nulla per il viaggio. Durante il lungo cammino si sentì male e chiese qualcosa da mangiare; la suora che l’accompagnava non riusciva a trovar nulla e le portò, piangendo dal dispiacere, qualche fico secco rimasto nella bisaccia.
Non piangere, figlia mia—le disse Teresa—, questo è quello che Dio ci chiede adesso.
« Mi consolava—raccontò la compagna—dicendomi che non mi dovevo affliggere perché quei fichi erano veramente molto buoni e che tanti poveri non avevano neppure quel piccolo dono ».
Finalmente giunse ad Alba de Tormes e chiese di potersi subito co­ricare:
Mio Dio—disse-—come mi sento stanca, sono più di vent’anni che non mi corico così presto.
Numerose emorragie la sfinirono. Stava nel suo letto come una povera vecchietta e tutti la udivano ripetere:
O Dio, non disprezzare il mio cuore contrito e umiliato.
Si sentiva afflitta al ricordo dei suoi peccati e chiedeva perdono d’aver servito Dio così male.
Alle sue suore diceva di restare fedeli alla loro vocazione e alla Regola e di non guardare il cattivo esempio che lei aveva dato. Le guardava tutte attorno al suo letto e diceva:
Sia benedetto Dio che mi ha condotto in mezzo a voi, come se loro fossero il suo rifugio e la sua protezione.
Ripeteva spesso, come per spiegarlo al Signore:
In fondo sono figlia della Chiesa
e aggiungeva:
Ti ringrazio, Signore Dio mio e Sposo della mia anima perché hai fatto di me una figlia della tua Santa Chiesa Cattolica.
Le chiesero se voleva essere seppellita ad Avila, in quel monastero che tanto amava. Si mostrò stupita oltremodo:
Gesù, disse, è mia cosa da chiedere questa? Ho forse io qualcosa di mio? Qui non mi faranno la carità di un po’ di terra?
Raccontò il suo biografo:
« Alle cinque della sera chiese il SS. Sacramento e stava ormai così male che non riusciva più a muoversi nel suo letto... Quando si accorse che giungevano con l’Eucaristia e vide entrare per la porta della cella quel Signore che tanto amava—benché fosse così prostrata e avesse addosso una pesantezza mortale che le impediva anche solo di rigirarsi— si sollevò senza l’aiuto di nessuno, tanto che pareva si volesse gettare dal letto e bisognò tenerla... Diceva:
O Signore mio, e mio Sposo, è giunta l’ora che ho tanto desiderato. E' tempo ormai che ci vediamo. E' tempo che io venga, è l’ora giunta... ».
Verso le nove di sera—poco prima di morire—il volto le si illuminò in modo impressionante, divenne radioso e la mano che stringeva il Crocifisso si serrò con tanta forza che non riuscirono più a toglierglielo. Morì muovendo le labbra e sorridendo come se parlasse a Qualcuno che era finalmente giunto.
Le suore di tutti i monasteri raccontarono poi i prodigi che accaddero dappertutto, mentre la loro Madre moriva.
Quelle di Alba di Tormes raccontarono il prodigio più delicato: c’era un piccolo alberello rinsecchito davanti alla finestra della cella in cui Teresa moriva: non aveva mai dato fiori né frutti. Ed ecco che, dopo quella notte, all’alba l’alberello era tutto coperto di fiori bianchi come la neve. Ed era il 5 ottobre.
Questo perché, se Teresa aveva amato Gesù come uno Sposo, ancor più Gesù aveva amato Teresa.