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venerdì 6 aprile 2018
Senza la resurrezione di Cristo c’è una sola alternativa: il niente.(Don Giussani)
Senza la resurrezione di Cristo c’è una sola alternativa: il niente.
Noi non pensiamo mai a questo.
Perciò passiamo le giornate con quella viltà, con quella meschinità, con quell’istintività ottusa, con quella distrazione ripugnante in cui l’io - l’io! - si disperde.
Così che, quando diciamo «io», lo diciamo per affermare un nostro pensiero, una nostra misura (chiamata anche “coscienza”) o un nostro istinto, una nostra voglia di avere, un nostro preteso, illusorio possesso.
Al di fuori della resurrezione di Cristo, tutto è illusione: ci gioca. Illusione è una parola latina che ha come ultima sua radice la parola “gioco”: siamo giocati, giocati dentro, illusi.
Ci è facile guardare tutto lo sterminato gregge degli uomini nella nostra società: è la grande, sterminata presenza della gente che vive nella nostra città, della gente che vive vicino a noi nella parrocchia, nella Chiesa, della gente più strettamente vicina a noi nella casa.
E noi non possiamo negare di sperimentare questa meschinità, questa grettezza,, questa distrazione, questo smarrirsi totale dell’io, questo ricondursi dell’io ad affermazione accanita e presuntuosa del pensiero che viene (chiamandolo “voce” o “verità della mia coscienza”) o dell’istinto che pretende afferrare e possedere una cosa che lui decide essergli piacevole, soddisfacente, utile.
È che tutto è illusione. Distaccatevi due metri dalla vostra casa, guardate tutta la gente come vive tante volte; normalmente viviamo così. Guardatela, uscite dalla vostra casa e state lì a guardarla, due metri fuori: ditemi se l’ambiente non è così, se l’umanità non è questa!
Sostieni sempre Signore la fragilità della nostra esistenza con la tua grazia, unico fondamento della nostra speranza».
La Tua Resurrezione Signore è l’unico fondamento della nostra speranza: questa è la premessa della fedeltà alla vocazione nelle circostanze concrete, banali, ottuse, ripugnanti, in cui Dio ci ha messi! .
(Don Giussani)
Noi non pensiamo mai a questo.
Perciò passiamo le giornate con quella viltà, con quella meschinità, con quell’istintività ottusa, con quella distrazione ripugnante in cui l’io - l’io! - si disperde.
Così che, quando diciamo «io», lo diciamo per affermare un nostro pensiero, una nostra misura (chiamata anche “coscienza”) o un nostro istinto, una nostra voglia di avere, un nostro preteso, illusorio possesso.
Al di fuori della resurrezione di Cristo, tutto è illusione: ci gioca. Illusione è una parola latina che ha come ultima sua radice la parola “gioco”: siamo giocati, giocati dentro, illusi.
Ci è facile guardare tutto lo sterminato gregge degli uomini nella nostra società: è la grande, sterminata presenza della gente che vive nella nostra città, della gente che vive vicino a noi nella parrocchia, nella Chiesa, della gente più strettamente vicina a noi nella casa.
E noi non possiamo negare di sperimentare questa meschinità, questa grettezza,, questa distrazione, questo smarrirsi totale dell’io, questo ricondursi dell’io ad affermazione accanita e presuntuosa del pensiero che viene (chiamandolo “voce” o “verità della mia coscienza”) o dell’istinto che pretende afferrare e possedere una cosa che lui decide essergli piacevole, soddisfacente, utile.
È che tutto è illusione. Distaccatevi due metri dalla vostra casa, guardate tutta la gente come vive tante volte; normalmente viviamo così. Guardatela, uscite dalla vostra casa e state lì a guardarla, due metri fuori: ditemi se l’ambiente non è così, se l’umanità non è questa!
Sostieni sempre Signore la fragilità della nostra esistenza con la tua grazia, unico fondamento della nostra speranza».
La Tua Resurrezione Signore è l’unico fondamento della nostra speranza: questa è la premessa della fedeltà alla vocazione nelle circostanze concrete, banali, ottuse, ripugnanti, in cui Dio ci ha messi! .
(Don Giussani)
MATERIALISMO CRISTIANO
MATERIALISMO CRISTIANO
"Ma venne Gesù. Doveva fare tre anni. Fece i suoi tre anni. Ma non perse i suoi tre anni, non li usò per frignare e per invocare i mali dei tempi. Eppure c’erano i mali dei tempi, del suo tempo. Arrivava il mondo moderno, era pronto. E lui tagliò (corto). Oh, in modo molto semplice. Facendo il cristianesimo.
Mettendoci in mezzo il mondo cristiano.
Non incriminò, non accusò nessuno. Salvò.
Non incriminò il mondo. Salvò il mondo.
Questi (altri) vituperano, raziocinano, incriminano. Medici ingiuriosi che se la prendono con il malato. Accusano le sabbie del secolo, ma anche al tempo di Gesù c’erano il secolo e le sabbie del secolo.
Ma sulla sabbia arida, sulla sabbia del secolo scorreva una fonte, una fonte inesauribile di grazia».
Oggi, come allora, l’unica possibilità è che nel deserto accada la salvezza.
Può accadere che il cuore dell’uomo, toccato dalla grazia, si stupisca.
Può accadere che il cuore dell’uomo, toccato dalla grazia, si stupisca.
(C. PEGUY)

venerdì 30 marzo 2018
giovedì 1 gennaio 2015
VIVERE NELLO SPIRITO...CONSIGLI DI H.NOUWEN....PER IL NUOVO ANNO....LEGGETELI !!!
E STAMPATEVELI..SE POTETE.. PER MEDITARLI TUTTO L'ANNO....AUGURIIII!!!
| Henri J. M. Nouwen |
| Alcuni brani, tratti dal libro: |
| Vivere nello Spirito |
| . |
| . |
È difficile
vivere nel presente. Il passato e il futuro continuano a tormentarci. Il passato
con la colpa, il futuro con le ansie. Tante cose sono accadute nella nostra vita
per le quali ci sentiamo a disagio, pieni di rimpianti, di rabbia, di confusione
o, per lo meno, ambivalenti. E tutti questi sentimenti sono spesso colorati di
colpa. La colpa che dice: "Dovevi fare qualcosa di diverso da quello che
hai fatto; dovevi dire qualcosa di diverso da quello che hai detto". Questi
"dovevi" continuano a farci sentire in colpa rispetto al passato e ci
impediscono di essere pienamente presenti nel momento attuale.
Peggiori della
colpa sono però le nostre ansie. Le nostre ansie riempiono la nostra vita di
"se": "se perdo il lavoro, se mio padre muore, se non ci sarà
abbastanza denaro, se l'economia va male, se scoppia una guerra?". Tutti
questi "se" possono talmente riempire la nostra mente che diventiamo
ciechi ai fiori nel giardino e ai bambini nelle strade, o sordi alla voce grata
di un amico.
I veri nemici
della nostra vita sono questi "dovevi" e questi "se". Ci
spingono indietro nell'inalterabile passato e in avanti verso un imprevedibile
futuro. Ma la vera vita ha luogo qui ed ora. Dio è un Dio del presente. Dio è
sempre nel momento presente, che quel momento sia facile o difficile, gioioso o
doloroso. Quando Gesù parlava di Dio ne parlava sempre come di un Dio che è
quando e dove noi siamo. "Chi ha visto me ha visto il Padre. Chi ascolta me
ascolta il Padre." Dio non è qualcuno che era o che sarà, ma Colui che
è, e che è per me in questo momento. Perciò Gesù è venuto a spazzar via il
peso del passato e le ansie del futuro. Egli vuole che noi scopriamo Dio proprio
là dove siamo, qui e ora.
Vi è una relazione intima tra
gioia e speranza. Mentre l'ottimismo ci fa vivere come se presto un giorno le
cose dovessero andare meglio per noi, la speranza ci libera dalla necessità di
prevedere il futuro e ci consente di vivere nel presente, con la profonda
fiducia che Dio non ci lascerà mai soli, ma adempirà i desideri più profondi
del nostro cuore.
In questa prospettiva, la gioia
è il frutto della speranza. Quando ho la profonda fiducia che Dio è veramente
con me e mi tiene al sicuro in un abbraccio divino, guidando ognuno dei miei
passi, posso liberarmi dall'ansioso bisogno di sapere come sarà domani, o quel
che accadrà il prossimo mese, o l'anno prossimo. Posso essere pienamente dove
sono e prestare attenzione ai tanti segni dell'amore di Dio in me e intorno a
me.
Spesso parliamo del "buon
tempo andato", ma quando vi riflettiamo criticamente e lasciamo perdere i
nostri ricordi pieni di romanticismo, scopriremo presto che proprio a
quell'epoca eravamo in grandi ansie circa il nostro futuro.
Quando confidiamo profondamente
che l'oggi è il giorno del Signore e che il domani è saldamente nascosto
nell'amore di Dio, i nostri volti possono distendersi e possiamo sorridere a
Colui che ci sorride.
Ricordo che una volta camminavo
lungo la spiaggia con un amico. Parlavamo intensamente del nostro rapporto,
sforzandoci di spiegare l'un all'altro e di comprendere i nostri sentimenti
reciproci. Eravamo così preoccupati delle nostre difficoltà che non notammo il
magnifico tramonto da cui si sprigionava un ricco spettro di colori, sopra le
onde incappucciate di schiuma che si rompevano sulla vasta, silenziosa spiaggia.
All'improvviso il mio amico
esclamò: "Guarda... Guarda il sole... Guarda!". Mi mise un braccio
intorno alle spalle e insieme contemplammo la rutilante sfera di fuoco
scomparire gradualmente sotto l'orizzonte del vasto oceano.
In quel momento entrambi
conoscemmo la speranza e la gioia.
Un modo molto importante per
farci amico il dolore è farlo uscire dall'isolamento e condividerlo con
qualcuno che può accoglierlo. Tanta parte del nostro dolore rimane nascosto,
anche ai nostri amici più intimi. Quando ci sentiamo soli, andiamo da qualcuno
in cui abbiamo fiducia e gli diciamo: "Mi sento solo. Ho bisogno del tuo
sostegno e della tua compagnia"? Quando ci sentiamo ansiosi, sessualmente
inquieti o inaspriti, osiamo chiedere a un amico di essere con noi e di
accogliere la nostra pena?
Troppo spesso pensiamo o diciamo:
"Non voglio disturbare gli amici con i miei problemi; ne hanno abbastanza
dei loro". Ma la verità è che invece onoriamo i nostri amici confidando
loro le nostre lotte. Non diciamo forse anche noi ai nostri amici che ci hanno
nascosto i loro sentimenti di paura e di vergogna: "Perché non me l'hai
detto, perché l'hai tenuto segreto per tanto tempo?". Certo, non tutti
possono accogliere le nostre pene nascoste; ma io credo che se desideriamo
veramente crescere acquistando maturità spirituale, Dio ci manderà gli amici
di cui abbiamo bisogno.
Tanta parte della nostra
sofferenza deriva non soltanto dalla nostra situazione dolorosa, ma dal nostro
sentimento di essere isolati nel nostro dolore. Molta gente che soffre
profondamente per una cattiva abitudine - all'alcool, alla droga, al sesso o al
cibo - trova il suo primo vero sollievo quando può condividere la propria pena
con altri e scoprire di essere veramente ascoltata. I tanti servizi di
consulenza sono una incisiva testimonianza della verità che condividere il
nostro dolore è l'inizio della guarigione. Quando scopro di non essere più
solo nella mia lotta e quando comincio a sperimentare una nuova
"fraternità nella debolezza", allora può prorompere la vera gioia,
proprio in mezzo al dolore.
Non è facile tuttavia uscire dal
nostro isolamento. In qualche modo, vogliamo sempre risolvere da soli i nostri
problemi. Ma Dio ci ha dato gli uni agli altri per costruire una comunità di
amore reciproco, dove possiamo scoprire insieme che la gioia non è soltanto per
altri ma per tutti noi.
Pur rendendomi conto che dieci
anni fa non avevo la minima idea che sarei andato a finire dove sono ora, mi
piace tuttavia conservare l'illusione che la mia vita è sotto controllo. Mi
piace decidere di che cosa ho più bisogno, che farò tra poco, che cosa voglio
raggiungere e che cosa gli altri penseranno di me. Mentre sono così occupato a
condurre la mia esistenza, mi scopro dimentico dei lievi movimenti dello Spirito
di Dio in direzioni completamente diverse dalle mie.
Ci vuole molta solitudine
interiore e molto silenzio per diventare coscienti di questi movimenti divini.
Dio non grida, non urla e non spinge. Lo Spirito di Dio è dolce e gentile come
una voce sommessa o una leggera brezza. È lo spirito dell'amore. Forse non
crediamo ancora del tutto che lo Spirito di Dio sia davvero uno Spirito di
amore, che ci conduce sempre più nelle profondità dell'amore. Forse non
abbiamo fiducia in questo Spirito, per paura di essere condotti in luoghi
nei quali perderemmo la nostra libertà. Forse pensiamo ancora allo Spirito di
Dio come a un nemico che vuole da noi qualcosa che non è bene per noi.
Ma Dio è amore, soltanto amore,
e lo Spirito di Dio è lo Spirito di amore che vuole guidarci al luogo dove
possano essere adempiuti i desideri più profondi del nostro cuore. Spesso noi
stessi non sappiamo neppure quale sia il nostro desiderio più profondo.
Restiamo così facilmente prigionieri della nostra avidità e della nostra
rabbia, nel presupposto sbagliato che esse ci dicano ciò che realmente
vogliamo.
Lo Spirito dell'amore dice:
"Non aver paura di abbandonare il bisogno di dominare la tua esistenza.
Lascia che io adempia il vero desiderio del tuo cuore."
Abbiamo uno scopo
chiaro nella vita? Gli atleti che hanno come scopo quello di guadagnarsi la
medaglia olimpica sono disposti a lasciare che tuttto il resto diventi
secondario. Il modo in cui mangiano, dormono, studiano e si allenano, tutto è
determinato da quello scopo preciso.
Questo è vero
sia nella vita spirituale che nella vita delle competizioni sportive. Senza un
chiaro scopo saremmo sempre distratti e spenderemmo le nostre energie per cose
secondarie. "Fissate lo sguardo sul premio", diceva Martin Luther King
alla sua gente. Qual è il nostro premio? È la vita divina, la vita eterna, la
vita con Dio e in Dio. Gesù ci ha annunciato quello scopo, quel premio celeste.
A Nicodemo ha detto: "Dio infatti ha tanto amato il mondo, da dare il suo
Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita
eterna". (Gv 3,16)
Non è facile
mantenere lo sguardo fisso sulla vita eterna, specialmente in un mondo che
continua a dirci che ci sono cose più immediate e urgenti alle quali prestare
attenzione. È raro che vi sia un giorno che non svii la nostra attenzione dalla
nostra meta, rendendola vaga e nebulosa. Pure, sappiamo per esperienza che senza
un chiaro scopo la nostra vita si spezzetta in tanti compiti e obblighi che ci
trascinano lasciandoci un senso di stanchezza e di inutilità. In che modo
allora conserviamo una visione chiara del nostro scopo, come fissiamo lo sguardo
sul premio? Con la disciplina della preghiera: la disciplina che ci aiuta a
riportare sempre di nuovo Dio al centro della nostra vita. Continueremo sempre a
essere distratti, costantemente occupati da tante esigenze impellenti, ma quando
vi sono un tempo e un luogo messi da parte per tornare al nostro Dio, che ci
offre la vita eterna, allora gradualmente diventeremo consapevoli che le tante
cose che dobbiamo fare, dire o pensare non ci distraggono più, ma ci portano
invece tutte più vicino al nostro scopo. È tuttavia importante che il nostro
scopo rimanga chiaro. La preghiera mantiene chiaro il nostro scopo, e quando il
nostro scopo diventa vago, la preghiera lo rende chiaro di nuovo.
Come possiamo vivere una vita
davvero riconoscente? Quando riguardiamo a tutto quello che ci è accaduto,
facilmente dividiamo la nostra vita tra cose buone e cose cattive da
dimenticare. Ma con un passato così diviso non possiamo andare liberamente
verso l'avvenire. Con tante cose da dimenticare, possiamo soltanto andare
zoppicando verso il futuro.
La vera gratitudine spirituale
abbraccia tutto il nostro passato, gli eventi buoni come quelli cattivi, i
momenti gioiosi come quelli tristi. Dal punto in cui stiamo ogni cosa che è
avvenuta ci ha portato a questo momento, e vogliamo ricordarlo tutto come una
parte della guida di Dio. Questo non significa che tutto quello che è accaduto
in passato sia buono, ma significa che anche il male non è avvenuto al di fuori
dell'amorevole presenza di Dio.
La sofferenza di Gesù stesso gli
fu imposta dalle forze delle tenebre, eppure egli parla della sua sofferenza e
della sua morte come del suo cammino verso la gloria.
È molto difficile riuscire a
portare tutto il nostro passato sotto la luce della gratitudine. Vi sono tante
cose di cui ci sentiamo colpevoli e proviamo vergogna, tante cose che
semplicemente vorremmo che non fossero accadute. Ma ogni volta che abbiamo il
coraggio di guardare "tutto" e di guardarlo come Dio lo vede, la
nostra colpa diventa una felice colpa e la nostra vergogna una felice vergogna,
perché ci hanno portato a un riconoscimento più profondo della misericordia di
Dio, a una convinzione più forte della guida di Dio, a un impegno più radicale
per una vita al servizio di Dio.
Quando tutto il nostro passato
viene ricordato con gratitudine, siamo liberi di essere mandati nel mondo a
proclamare la buona notizia agli altri. Come il rinnegamento di Pietro, una
volta perdonato, non lo ha paralizzato, ma è diventato per lui una nuova fonte
di fedeltà, così tutti i nostri fallimenti e tradimenti possono essere
trasformati in gratitudine e renderci capaci di diventare messaggeri di
speranza.
Uno dei modi meno idonei per
smetterla di angosciarci è cercare di non pensare alle cose che ci procurano
quest'ansia. Non possiamo scacciare le nostre ansie con la mente. Quando giaccio
nel mio letto e mi preoccupo per il prossimo incontro, non posso far cessare le
mie ansie dicendomi: "Non pensare a queste cose; addormentati. Le cose si
metteranno a posto domani." La mia mente risponde semplicemente: "Come
lo sai?", e ricomincia ad angosciarsi.
L'invito di Gesù ad applicarci
col cuore al suo Regno in un certo senso è paradossale. Si potrebbe
interpretarlo cosi: "Se vuoi angosciarti, fallo per qualcosa per cui valga
la pena. Preoccupati di cose più grandi della tua famiglia, dei tuoi amici, o
dell'incontro di domani. Preoccupati delle cose di Dio: la verità, la vita, la
luce!". Appena applichiamo il nostro cuore a queste cose la nostra mente
smette di agitarsi, perché entriamo in comunione con Colui che è presente con
noi qui e ora, ed è qui per darci quello di cui abbiamo più bisogno. L'ansia
diventa allora preghiera, e i nostri sentimenti di impotenza si trasformano
nella coscienza di essere fortificati dallo Spirito di Dio.
In verità, con l'ansia non
possiamo prolungare la nostra vita, ma possiamo andare molto al di là dei
confini della nostra breve esistenza e reclamare la vita eterna quali diletti
figli di Dio.
Con questo le nostre ansie
finiranno? Probabilmente no. Finché siamo in questo mondo, pieno di tensioni e
di pressioni, la nostra mente non sarà mai libera dall'ansia, ma se siamo
costanti nel tornare col cuore e con la mente all'amore di Dio che ci avvolge,
allora possiamo continuare a sorridere del nostro io ansioso e a tenere occhi ed
orecchi aperti alle visioni e ai suoni del Regno.
La compassione è cosa diversa
dalla pietà. La pietà suggerisce distanza, persino una certa condiscendenza.
Io spesso agisco con pietà: do del denaro a un mendicante nelle strade di
Toronto o di New York, ma non lo guardo negli occhi, non mi siedo con lui, non
gli parlo. Sono troppo occupato per fare veramente attenzione all'uomo che mi si
rivolge. Il mio denaro sostituisce la mia personale attenzione e mi dà una
scusa per proseguire il mio cammino.
Compassione significa stare
vicino a chi soffre. Ma possiamo stare vicino a un'altra persona soltanto se
siamo disposti a diventare vulnerabili noi stessi. Una persona compassionevole
dice: "Sono tuo fratello; sono tua sorella; sono umano, fragile e mortale,
proprio come te. Non mi scandalizzo per le tue lacrime e non ho paura del tuo
dolore. Anch'io ho pianto. Anch'io ho sofferto". Possiamo essere con
l'altro soltanto quando l'altro cessa di essere "altro" e diventa come
noi.
È forse questa la ragione
principale per cui talvolta troviamo più facile mostrare pietà che non
compassione. La persona che soffre ci invita a diventare consapevoli della
nostra propria sofferenza. Come posso dare risposta alla solitudine di qualcuno
se non ho contatto con la mia stessa esperienza della solitudine? Come posso
essere vicino a un handicappato, se rifiuto di riconoscere i miei handicap? Come
posso essere col povero quando non sono disposto a confessare la mia propria
povertà?
Quando rifletto sulla mia vita,
mi rendo conto che i momenti di maggiore conforto e consolazione sono stati
momenti in cui qualcuno mi ha detto: "Non posso toglierti il tuo dolore,
non posso offrire una soluzione al tuo problema, ma posso prometterti che non ti
lascerò solo e starò con te finché potrò e nel modo migliore di cui sarò
capace". Vi è molta sofferenza e molto dolore nella nostra vita, ma quale
benedizione quando non dobbiamo vivere da soli il nostro dolore e la nostra
sofferenza. Questo è il dono della compassione.
La gente dice: "Non ti
preoccupare, tutto andrà bene". Ma noi ci preoccupiamo e non possiamo
smetterla di angosciarci soltanto perché qualcuno ce lo dice. Una delle cose
che causano più sofferenza nella vita è che ci preoccupiamo molto per i nostri
figli, i nostri amici, il nostro coniuge, il nostro lavoro, il nostro futuro, la
nostra famiglia, il nostro paese, il nostro mondo e infinite altre cose.
Conosciamo già la risposta di Gesù: "E chi di voi, per quanto si dia da
fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita?" (Mt 6,27). Sappiamo che
la nostra ansia non ci aiuta e non risolve nessuno dei nostri problemi. Pure, ci
angosciamo spesso, e quindi soffriamo molto. Vorremmo smetterla di stare in
ansia, ma non sappiamo come fare. Anche se ci rendiamo conto che domani avremo
forse dimenticato quello per cui ci eravamo tanto angosciati oggi, ci rimane
tuttavia impossibile distogliere la nostra mente dall'ansia.
Mia madre, che era una donna che
si curava molto degli altri e pregava molto, si angosciava parecchio,
specialmente per me, per mio fratello e mia sorella. Quando ero a casa non
andava mai a dormire se non era sicura che io vi avessi fatto ritorno sano e
salvo. Ed era così non solo quando ero adolescente e mi piaceva far tardi con
gli amici la sera, ma anche dopo che ebbi viaggiato in lungo e in largo in
aereo, in treno, in autobus, trovandomi talvolta in situazioni davvero
pericolose. Quando tornavo a casa, avessi diciotto o quarant'anni, mia madre se
ne stava sveglia a preoccuparsi per il figlio finché non era sicura che fosse
al sicuro nel suo letto!
Molti fra noi non agiscono
diversamente. E allora la vera domanda è: possiamo far qualcosa per angosciarci
di meno e stare più tranquilli? Se è vero che non possiamo cambiare nulla con
la nostra ansia, come possiamo allora insegnare al nostro cuore e alla nostra
mente a non sprecare tempo ed energie in ansiose elucubrazioni che ci fanno
girare a vuoto dentro noi stessi? Gesù dice: "Cercate prima il regno di
Dio". Questo ci dà un'indicazione della giusta direzione.
Tutte le relazioni umane, siano
esse tra genitori e figli, tra mariti e mogli, tra amanti e tra amici o tra
membri di una comunità, vanno intese come segni dell'amore di Dio per
l'umanità nel suo insieme e per ciascuno in particolare. È un punto di vista
assai poco comune, ma è il punto di vista di Gesù. Gesù dice: "Come io
vi ho amato, così anche amatevi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che
siete miei discepoli" (Gv 13,34-35). E come ci ama Gesù? Egli dice:
"Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi" (Gv 15,9).
L'amore di Gesù per noi è la piena espressione dell'amore di Dio per noi,
perché Gesù e il Padre sono uno. "Le parole che io vi dico non le dico da
me; ma il Padre che è in me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e
il Padre è in me" (Gv 14,10-11).
Queste parole sulle prime suonano
molto irreali e mistificanti, ma hanno una conseguenza diretta e radicale per il
modo in cui viviamo i nostri rapporti giorno per giorno.
Gesù ci rivela che siamo
chiamati da Dio a essere testimoni viventi del suo amore, e lo diventiamo
seguendo Gesù e amandoci a vicenda come egli ci ama. Che cosa ha da dire tutto
questo al matrimonio, all'amicizia e alla comunità? Dice che la fonte
dell'amore che sostiene questi rapporti non sono coloro che li vivono, ma Dio
che li chiama insieme. Amarsi l'un l'altro non significa aggrapparsi all'altro
per essere sicuri in un mondo ostile, ma vivere insieme in modo tale che
chiunque possa riconoscerci come persone che rendono visibile l'amore di Dio nel
mondo. Non soltanto ogni paternità e maternità vengono da Dio, ma anche ogni
amicizia, ogni associazione nel matrimonio e ogni comunità. Quando viviamo come
se i rapporti umani fossero di natura solo umana, e quindi soggetti alle
trasformazioni e ai mutamenti e delle norme e dei costumi umani, non possiamo
aspettarci altro che l'immensa frammentazione e alienazione che caratterizzano
la nostra società. Ma quando ci appelliamo a Dio e lo reclamiamo costantemente
come fonte di ogni amore, scopriremo l'amore come un dono di Dio al popolo di
Dio.
La vita spirituale richiede che
reclamiamo continuamente la nostra identità. La nostra vera identità è che
siamo figli di Dio, diletti figli e figlie del nostro Padre celeste. La vita di
Gesù ci rivela questa misteriosa verità. Dopo che fu battezzato da Giovanni
nel Giordano, mentre usciva dall'acqua Gesù vide i cieli aperti e lo Spirito,
in forma di colomba, che scendeva su di lui. E una voce venne dal cielo:
"Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Mc
1,10-11). È il momento decisivo della vita di Gesù. La sua vera identità gli
viene dichiarata. Egli è il Diletto di Dio. Come tale viene inviato nel mondo
affinché attraverso di lui la gente scopra e reclami la propria appartenenza a
Dio.
Ma il medesimo Spirito che è
disceso su Gesù e ha affermato la sua identità come Diletto Figlio di Dio, lo
ha anche condotto nel deserto per essere messo alla prova da Satana. Satana gli
chiese di provare che era il Figlio Diletto di Dio trasformando le pietre in
pane, gettandosi dal pinnacolo del tempio per essere trasportato dagli angeli e
accettando i regni del mondo. Ma Gesù resistette alla tentazione del successo,
della popolarità e del potere, reclamando con forza per se stesso la propria
identità. Gesù non doveva provare al mondo di essere degno di amore. Egli era
già il "Diletto" e questo gli consentiva di vivere libero dai giochi
e dalle manipolazioni del mondo, sempre fedele alla voce che gli aveva parlato
al Giordano. L'intera vita di Gesù fu una vita di obbedienza, di attento
ascolto di colui che lo aveva chiamato "Diletto". Tutto quel che Gesù
disse e fece proveniva da quella comunione spirituale, profondamente intima.
Gesù ci ha rivelato che noi esseri umani, peccatori e sbandati, siamo invitati
alla medesima comunione che Gesù ha vissuto; che siamo i diletti figli e figlie
di Dio, così come egli è il Figlio Prediletto; che siamo mandati nel mondo a
proclamare la predilezione di Dio per tutti, così come Gesù fu mandato, e che
alla fine scamperemo ai poteri distruttivi della morte, come egli vi scampò.
(Tratto
da: Henri J. M. Nouwen, "Vivere nello spirito", Ed. Queriniana)
martedì 30 dicembre 2014
Il mistero del Natale -S. Edith Stein [Teresa Benedetta della Croce ocd]
"Ho sempre pensato - e forse è un azzardo - che il
mistero dell'Incarnazione sia più grande della Resurrezione.
Perché un Dio che si fa bambino... e poi ragazzo... e poi uomo, quando muore non può che risorgere" (Edith Stein).
I giorni del NatalePerché un Dio che si fa bambino... e poi ragazzo... e poi uomo, quando muore non può che risorgere" (Edith Stein).
Quando i giorni diventano via via più corti, quando, nel corso di un inverno normale cadono i primi fiocchi di neve, timidi e sommessi si fanno strada i primi pensieri del Natale. Questa semplice parola emana un fascino misterioso, cui ben difficilmente un cuore può sottrarsi.
Ma per il cristiano - e in particolare per il cristiano cattolico - Natale è anche qualcos’altro. La stella lo guida alla mangiatoia col Bambino Gesù, che porta la pace in terra. L’arte cristiana ce lo pone davanti agli occhi in innumerevoli e delicate immagini, mentre antiche melodie, da cui risuona tutto l’incantesimo dell’infanzia, lo cantano.
Nel cuore di colui che vive con la Chiesa, le campane del "Rorate" (1) e i canti dell’Avvento risvegliano una santa e ardente nostalgia, e a chi si disseta alla fonte inesauribile della sacra liturgia il grande profeta dell’incarnazione ripete, giorno dopo giorno, le sue grandiose esortazioni e promesse: "Stillate, cieli, dall’alto, e le nubi piovano il Giusto! Il Signore è vicino! Adoriamolo! Vieni, Signore, e non tardare! Esulta, Gerusalemme, sfavilla di gioia, perché viene a te il tuo Salvatore!".
Dal 17 al 24 dicembre le grandi antifone gridano con un desiderio e ardore crescente il loro "Vieni a salvarci". Sì, quando la sera gli alberi di Natale luccicano e ci si scambiano i doni, una nostalgia inappagata continua a tormentarci e a spingerci verso un’altra luce splendente, fintanto che le campane della Messa di mezzanotte suonano e il miracolo della Notte Santa si rinnova su altari inondati di luci e di fiori :"E il Verbo si fece carne". Allora è il momento in cui la nostra speranza si sente beatamente appagata.
Seguire il Figlio incarnato di Dio
Ognuno di noi ha già sperimentato una simile felicità del Natale. Ma il cielo e la terra non sono ancora divenuti una cosa sola. La stella di Betlemme è una stella che continua a brillare anche oggi in una notte oscura. Già all’indomani del Natale la Chiesa depone i paramenti bianchi della festa e indossa il colore del sangue: Stefano, il protomartire, che seguì per primo il Signore nella morte, e i bambini innocenti, i lattanti di Betlemme e della Giudea, che furono ferocemente massacrati dalle rozze mani dei carnefici.
"Rallegriamoci
tutti nel Signore, perché è nato nel mondo il Salvatore! Oggi la vera pace è
discesa dal Cielo." [Notre Dame - Paris]
|
Le tenebre ricoprivano la terra, ed Egli venne come la luce che illumina le tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolto. A quanti lo accolsero Egli portò la luce e la pace; la pace col Padre celeste, la pace con quanti come essi sono figli della luce e figli del Padre celeste, e la pace interiore e profonda del cuore; ma non la pace con i figli delle tenebre.
Ad essi il Principe della pace non porta la pace, ma la spada. Per essi Egli è la pietra d’inciampo, contro cui urtano e si schiantano. Questa è una verità grave e seria, che l’incanto del Bambino nella mangiatoia non deve velare ai nostri occhi. Il mistero dell’incarnazione e il mistero del male sono strettamente uniti. Alla luce, che è discesa dal cielo, si oppone tanto più cupa e inquietante la notte del peccato. Il Bambino protende nella mangiatoia le piccole mani, e il suo sorriso sembra già dire quanto più tardi, divenuto adulto, le sue labbra diranno: "Venite a me voi tutti che siete stanchi e affaticati".
Alcuni seguirono il suo invito. Così i poveri pastori sparsi per la campagna attorno a Betlemme che, visto lo splendore del cielo e udita la voce dell’angelo che annunciava loro la buona novella, risposero pieni di fiducia : "Andiamo a Betlemme" e si misero in cammino; così i re che, partendo dal lontano Oriente, seguirono con la stessa semplice fede la stella meravigliosa. Su di loro le mani del Bambino riversarono la rugiada della grazia, ed essi "provarono una grandissima gioia".
Queste mani danno e esigono nel medesimo tempo; voi sapienti deponete la vostra sapienza e divenite semplici come i bambini; voi re donate le vostre corone e i vostri tesori e inchinatevi umilmente davanti al Re dei re; prendete senza indugio su di voi le fatiche, le sofferenze e le pene che il suo servizio richiede. Voi bambini, che non potete ancora dare alcunché da parte vostra: a voi le mani del Bambino nella mangiatoia prendono la tenera vita prima ancora che sia propriamente cominciata; il modo migliore di impiegarla è quello di essere sacrificata per il Signore della vita.
"Seguitemi", così dicono le mani del Bambino, come più tardi diranno le labbra dell’uomo adulto. Così dissero esse al giovane amato dal Signore e che ora fa anche parte della schiera disposta attorno alla mangiatoia. E san Giovanni, il giovane dal cuore puro e semplice, lo seguì senza domandare: Dove? A che scopo? Abbandonò la barca del padre e andò dietro al Signore su tutte le sue strade, fino al Golgota.
"Seguimi", questo invito percepì anche il giovane Stefano. Egli seguì il Signore nella lotta contro le potenze delle tenebre, contro l’accecamento della testarda mancanza di fede; gli rese testimonianza con le sue parole e col suo sangue; lo seguì anche nel suo spirito, nello spirito dell’amore, che combatte il peccato, ma ama il peccatore e intercede per l’assassino davanti a Dio anche in punto di morte.
Di fronte ad essi sta la notte dell’indurimento e dell’accecamento incomprensibile: gli scribi, che sono in grado di dare informazioni sul tempo e sul luogo in cui il Salvatore del mondo deve nascere, ma che non deducono alcun "Andiamo a Betlemme!"; il re Erode, che vuole uccidere il Signore della vita. Di fronte al Bambino nella mangiatoia gli spiriti si dividono. Egli è il Re dei re e il Signore della Vita e della morte, pronuncia il suo "Seguimi", e chi non è per lui è contro di lui. Egli lo pronuncia anche per noi e ci pone di fronte alla decisione di scegliere fra luce e tenebre.
Il corpo mistico di Cristo
Dove il Bambino divino intenda condurci sulla terra è cosa che non sappiamo e a proposito della quale non dobbiamo fare domande prima del tempo. Una cosa sola sappiamo, e cioè che a quanti amano il Signore tutte le cose ridondano in bene. E inoltre che le vie, per le quali il Salvatore conduce, vanno al di là di questa terra.
Il Presepe aiuta a
contemplare il mistero del Figlio di Dio che si fa uomo, in un mondo anche
allora pieno di contraddizioni, tensioni sociali e politiche, lotte di
potere. Solo i poveri e gli umili di cuore lo accolgono, sono loro i
testimoni dell'evento
più importante della storia. |
Questa è infatti la cosa meravigliosa del genere umano, il fatto che siamo tutti una cosa sola. Se le cose stessero diversamente, la caduta dell’uno non si sarebbe tirata dietro la caduta di tutti gli altri. Egli è il nostro capo, noi le sue membra. Se mettiamo le nostre mani nelle mani del Bambino divino e rispondiamo con un "sì" al suo "Seguimi", allora siamo suoi, è libera la via perché la sua vita divina possa riversarsi in noi.
Non è ancora la contemplazione beata di Dio nella luce della gloria; è ancora l’oscurità della fede, però la nostra vita non è più di questo mondo ed è già un’esistenza nel regno di Dio. Tale regno sopravvenne in maniera diversa da come ce lo si era immaginato in base ai salmi e ai profeti. I romani rimasero i padroni del paese, e i sommi sacerdoti e gli scribi continuarono a tenere il popolo povero sotto il loro giogo. Chiunque apparteneva al Signore portava invisibilmente il regno di Dio in sé. Egli non si vide alleggerito dei pesi dell’esistenza terrena, anzi ne vide aggiungere degli altri; ma dentro era sorretto da una forza alata, che rendeva dolce il giogo e leggero il peso. La vita divina, che viene accesa nell’anima, è la luce che è venuta nelle tenebre, il miracolo della Notte Santa.
Essere una cosa sola in Dio
Essere una cosa sola con Dio: questa è la prima cosa. Ma una seconda ne segue immediatamente. Se nel corpo mistico Cristo è il capo e noi le membra, allora noi siamo membra gli uni degli altri, e tutti insieme siamo una cosa sola in Dio, una vita divina. Se Dio è in noi e se egli è amore, allora non possiamo che amare i fratelli. Per questo il nostro amore del prossimo è la misura del nostro amore di Dio.
Ma si tratta di un amore diverso dall’amore naturale per gli uomini. L’amore naturale si dirige verso questo o verso quello, verso chi è a noi legato da vincoli di sangue, da affinità di carattere o da interessi comuni. Gli altri sono "estranei", di essi "non ci importa alcunché". Per il cristiano non esiste alcun "estraneo". Cristo è venuto per i peccatori e non per i giusti. E se il suo amore vive in noi, allora agiamo come lui e andiamo dietro alla pecorella smarrita.
L’amore naturale tende ad avere per sé la persona amata e a possederla nella maniera più indivisa possibile. Cristo è venuto per riportare al Padre l’umanità perduta; e chi ama col suo amore vuole gli uomini per Dio e non per sé. Questa è naturalmente nello stesso tempo la via più sicura per possederli eternamente; quando infatti abbiamo posto in salvo una persona in Dio, siamo con lei in Dio una cosa sola, mentre il desiderio di conquistarla conduce spesso – anzi prima o poi sempre – alla sua perdita. Ciò vale per l’altrui anima come per la propria e per ogni bene esteriore: chi si dedica alle cose esteriori per conquistarle e conservarle, le perde. Chi ne fa dono a Dio, le guadagna.
"Sia fatta la Tua volontà!"
Tocchiamo così un terzo segno della figliolanza divina. Essere una cosa sola con Dio, il primo. Il fatto che tutti sono una cosa sola in Dio, il secondo. Il terzo :"Da questo riconoscerò che mi amate, se osserverete i miei comandamenti". Essere figlio di Dio significa camminare dando la mano a Dio, fare la volontà di Dio e non la propria, riportare nelle sue mani ogni preoccupazione e speranza, non affannarsi più per sé e per il proprio futuro. Questa è la base della libertà e della gioia del figlio di Dio.
La vita divina che Cristo accende nell'anima è la luce
che è venuta a rischiarare le nostre tenebre...
[dipinto di Hans Mëmling] |
Il "sia fatta la tua volontà", in tutta la sua estensione, deve essere il criterio della vita cristiana. Esso deve scandire la giornata dal mattino alla sera, il corso dell’anno e tutta la vita. E deve quindi essere anche l’unica preoccupazione del cristiano. Tutte le altre il Signore le prende su di sé.
Chi appartiene a Cristo deve vivere tutta la sua vita. Deve maturare fino all’età adulta di Cristo, imboccare un giorno la via della croce, dirigersi al Getsemani e al Golgota. E tutte le sofferenze che provengono dall’esterno sono un nulla a paragone della notte oscura dell’anima, allorché la luce divina non brilla più e la voce del Signore tace. Perché fa così? Siamo qui di fronte ai suoi misteri, misteri che non possiamo penetrare fino in fondo. Un pò però li possiamo già perscrutare.
Dio è divenuto uomo per farci di nuovo partecipare alla sua vita. Partecipazione che era al principio e che è l’ultimo fine. Ma nell’intervallo c’è ancora qualcos’altro.. Cristo è Dio e uomo, e chi vuol partecipare alla sua vita, deve prender parte alla sua vita divina e umana. La natura umana da lui assunta gi diede la possibilità di soffrire e morire. La natura divina, da lui posseduta dall’eternità, conferì alla sua passione e morte un valore infinito e la capacità di compiere la redenzione.
La passione e la morte di Cristo continuano nel suo corpo mistico e in ognuna delle sue membra. Ogni uomo deve soffrire e morire. Ma se egli è un membro vivo del corpo di Cristo, la sua sofferenza e la sua morte diventano, grazie alla divinità del capo, redentrici.
Questo è il motivo oggettivo, per cui tutti i santi hanno aspirato a soffrire. Non si tratta di un desiderio malsano. Gli occhi della mente naturale lo vedono come una perversione. Ma alla luce del mistero della redenzione esso appare come estremamente ragionevole. E così colui che è unito a Cristo persevera incrollabile anche nella notte oscura della lontananza soggettiva da Dio; forse la provvidenza divina gli impone questo tormento per liberare una persona oggettivamente incatenata. Diciamo pertanto: "Sia fatta la tua volontà!" anche e proprio per questo, nella notte più oscura.
Mezzi di salvezza
Ma possiamo ancora pronunciare questo "sia fatta la tua volontà" , quando non sappiamo più con certezza che cosa la volontà di Dio esige da noi? Esistono mezzi così potenti che uno sbandamento, per quanto in linea di principio possibile, diventa in realtà infinitamente inverosimile. Dio è infatti venuto per redimerci, per unirci a sé, per rendere la nostra volontà conforme alla sua. Conosce la nostra natura. Ne tiene conto e ci ha quindi fatto dono di tutto ciò che può aiutarci a raggiungere il traguardo.
Il Bambino divino è diventato il Maestro e ci ha detto che cosa dobbiamo fare. Per permeare tutta una vita umana di vita divina non basta inginocchiarsi una volta all’anno davanti alla mangiatoia e lasciarsi prendere dall’incanto della notte santa. A questo scopo bisogna stare quotidianamente in contatto con Dio per tutta la vita, ascoltare le parole che egli ha pronunciato e che ci sono state tramandate, e metterle in pratica. Prima di tutto bisogna pregare, così come il Salvatore ci ha insegnato a fare e ha continuamente e pressantemente raccomandato. "Chiedete e vi sarà dato". E’ una sicura promessa di esaudimento. E chi recita quotidianamente di cuore il suo "Signore, sia fatta la tua volontà", può confidare di non tradire la volontà divina anche quando non ne ha più alcuna certezza soggettiva.
Inoltre: Cristo non ci ha lasciati orfani. Ha inviato il suo Spirito, che insegna a tutti noi la verità. Ha fondato la Chiesa, che è guidata dal suo Spirito, e ha istituito in essa i suoi rappresentanti, dalla cui bocca il suo Spirito ci parla in parole umane. In essa egli ha unito i fedeli in una comunità e vuole che ognuno sia responsabile di ogni altro. Pertanto non siamo soli, e dove viene meno la fiducia nel proprio giudizio e anche nella propria preghiera siamo soccorsi dalla forza dell’obbedienza e della forza dell’intercessione.
"E il Verbo si fece carne". Ciò è divenuto verità nella stalla di Betlemme. Ma si è adempiuto anche in altra forma. "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna". Il Salvatore, ben sapendo che siamo uomini quotidianamente alle prese con le nostre debolezze, viene in aiuto della nostra umanità in maniera veramente divina. Come il corpo terreno ha bisogno del pane quotidiano, così anche la vita divina aspira in noi ad essere continuamente alimentata. "Questo è il pane vivo, che è disceso dal cielo". Per chi ne fa veramente il suo pane quotidiano, in lui si compie quotidianamente il mistero del Natale, l’incarnazione del Verbo. E questa è indubbiamente la via più sicura per conservare ininterrottamente l’unione con Dio e radicarsi ogni giorno sempre più saldamente e profondamente nel corpo mistico di Cristo.
So bene che ciò apparirà a molti un’esigenza troppo radicale. In pratica essa comporta, per la maggior parte di coloro che cominciano a soddisfarla, un rivoluzionamento di tutta la loro vita, interiore ed esteriore. Ma appunto così dobbiamo fare! Nella nostra vita dobbiamo far spazio al Salvatore eucaristico, affinché possa trasformare la nostra vita nella sua.
E' questa una richiesta esagerata? Abbiamo tempo per tante cose inutili: per leggere ogni genere di libri, riviste e quotidiani futili, per bighellonare da un caffé all’altro e passare quarti d’ora e mezzore a chiacchierare per strada, tutte ‘distrazioni’ in cui sprechiamo e disperdiamo tempo e energie. Non ci è proprio possibile riservare ogni mattina un’ora, in cui non ci distraiamo, ma ci raccogliamo, in cui non ci logoriamo, ma accumuliamo energia per poi affrontare col Suo aiuto i nostri compiti quotidiani?
Ma naturalmente ci vuole più di una semplice ora del genere. Essa deve animare tutte le altre, sì da rendersi impossibile "lasciarci andare", fosse anche solo momentaneamente. Così succede nei rapporti quotidiani col Salvatore. Diventiamo sempre più sensibili nel discernere ciò che gli piace e gli dispiace. Se prima eravamo tutto sommato molto contenti di noi, ora le cose cambiano. Troveremo che molte cose sono cattive e nei limiti del possibile le cambieremo.
E scopriremo alcune cose che non possiamo ritenere belle e buone, e che pur risulta tanto difficile cambiare. Allora diventiamo a poco a poco molto piccoli e umili, pazienti e indulgenti verso le pagliuzze presenti negli occhi altrui, perché abbiamo da fare con la trave presente nei nostri; e infine, impariamo anche a sopportarci nella luce della presenza di Dio e ad affidarci alla sua misericordia, che può venire a capo di tutto ciò che si fa beffe delle nostre forze.
Edith Stein, nata a Breslavia il 12 ottobre 1891 e morta
ad Auschwitz il 9 agosto 1942.
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La vita filiale in Dio significa perciò divenire piccoli e nel medesimo tempo divenire grandi. Vivere l'Eucaristia significa uscire spontaneamente dalla meschinità della propria vita e addentrarsi negli ampi spazi della vita di Cristo. Chi fa visita al Signore nella sua casa, non si occuperà più solo e sempre di sé e delle proprie faccende, ma comincerà ad interessarsi delle faccende del Signore.
La partecipazione al sacrificio quotidiano ci immerge, senza che ce ne accorgiamo, nella vita liturgica. Le preghiere e i riti dell’altare ripropongono continuamente davanti alla nostra anima, nel corso dell’anno liturgico, la storia della salvezza e ce ne fanno penetrare sempre più profondamente il senso. E l’azione sacrificale ci impregna instancabilmente del mistero centrale della nostra fede, cardine della storia del mondo: del mistero dell’incarnazione e della redenzione. Chi può assistere con spirito e cuore aperto al sacrificio eucaristico senza entrare a sua volta nel suo dinamismo, senza essere preso dal desiderio di inserire se stesso e la propria piccola vita personale nella grande opera del Redentore?
I misteri del cristianesimo sono un tutto indivisibile. Chi ne approfondisce uno, finisce per toccare tutti gli altri. Così la vita che si diparte da Betlemme procede inarrestabilmente verso il Golgota, va dalla mangiatoia alla Croce. Quando la santissima Vergine presentò il Bambino al tempio, le fu predetto che la sua anima sarebbe stata trafitta da una spada, che quel bambino era posto per la caduta e la risurrezione di molti e come segno di contraddizione.
Nella notte del peccato brilla la stella di Betlemme. Sullo splendore luminoso che irradia dalla mangiatoia cade l’ombra della croce. La luce si spegne nell’oscurità del venerdì santo, ma torna a brillare più luminosa, sole di misericordia, la mattina della risurrezione. Il Figlio incarnato di Dio pervenne attraverso la croce e la passione alla gloria della risurrezione. Ognuno di noi, tutta l’umanità. perverrà col Figlio dell’uomo, attraverso la sofferenza e la morte, alla medesima gloria.
[Nota: questo scritto di Edith Stein, qui riportato quasi integralmente, è stato pubblicato postumo, a Colonia, nel 1950
venerdì 26 dicembre 2014
Benedetto questo nuovo giorno che è Natale (M.Delbrel)
Il nuovo giorno di Madeleine Delbrêl
Tratto da Madeleine Delbrêl, Il piccolo monaco, P.Gribaudi
editore, Torino, 1990
Se
vuoi trovare Dio sappi che è dappertutto, ma sappi anche che non è
solo…
Se vai in capo al mondo, trovi le orme di Dio; se vai nel profondo
di te stesso, troverai Dio in persona» «Mio Dio, se tu sei dappertutto, come mai io sono così spesso altrove?»
Inizia un altro giorno.
Inizia un altro giorno.
Gesù vuol viverlo in me. Lui non si è isolato.
Ha camminato in mezzo agli uomini.
Con me cammina tra gli uomini d'oggi.
Incontrerà
ciascuno di quelli che entreranno nella mia casa,
ciascuno di quelli che incrocerò per la strada,
altri ricchi come quelli del suo tempo, altri poveri,
altri eruditi e altri ignoranti,
altri bimbi e altri vegliardi,
altri santi e altri peccatori,
altri sani e altri infermi.
Tutti saranno quelli che egli è venuto a cercare.
Ciascuno, colui che è venuto a salvare.
A coloro che mi parleranno, egli avrà qualche cosa
da dire.
A coloro che verranno meno, egli avrà qualche cosa
da dare.
Ciascuno esisterà per lui come se fosse il solo.
Nel rumore egli avrà il suo silenzio da vivere.
Nel tumulto, la sua pace da portare.
Gesù, in tutto, non ha cessato di essere il Figlio.
Vuole in me rimanere legato al Padre.
Dolcemente legato,
ogni secondo,
sospeso su ciascun secondo,
come un sughero sull'acqua.
Dolce come un agnello
di fronte a ogni volontà del Padre.
Tutto sarà permesso in questo giorno che viene,
tutto sarà permesso ed esigerà che io dica il mio sì.
Il mondo dove Lui mi lascia per esservi con me
non può impedirmi di essere con Dio;
come un bimbo portato sulle braccia della madre
non è meno con lei
per il fatto che lei cammina tra la folla.
Gesù, dappertutto, non ha cessato d'essere inviato.
Noi non possiamo esimerci d'essere,
in ogni istante,
gl'inviati di Dio nel mondo.
Gesù in noi, non cessa di essere inviato,
durante questo giorno che inizia,
a tutta l'umanità, del nostro tempo, di ogni tempo,
della mia città e del mondo.
Attraverso i fratelli più vicini ch'egli ci farà
servire amare salvare,
le onde della sua carità giungeranno
sino in capo al mondo,
andranno sino alla fine dei tempi.
Benedetto questo nuovo giorno che è Natale
per la terra,
poiché in me Gesù vuole viverlo ancora.
Ha camminato in mezzo agli uomini.
Con me cammina tra gli uomini d'oggi.
Incontrerà
ciascuno di quelli che entreranno nella mia casa,
ciascuno di quelli che incrocerò per la strada,
altri ricchi come quelli del suo tempo, altri poveri,
altri eruditi e altri ignoranti,
altri bimbi e altri vegliardi,
altri santi e altri peccatori,
altri sani e altri infermi.
Tutti saranno quelli che egli è venuto a cercare.
Ciascuno, colui che è venuto a salvare.
A coloro che mi parleranno, egli avrà qualche cosa
da dire.
A coloro che verranno meno, egli avrà qualche cosa
da dare.
Ciascuno esisterà per lui come se fosse il solo.
Nel rumore egli avrà il suo silenzio da vivere.
Nel tumulto, la sua pace da portare.
Gesù, in tutto, non ha cessato di essere il Figlio.
Vuole in me rimanere legato al Padre.
Dolcemente legato,
ogni secondo,
sospeso su ciascun secondo,
come un sughero sull'acqua.
Dolce come un agnello
di fronte a ogni volontà del Padre.
Tutto sarà permesso in questo giorno che viene,
tutto sarà permesso ed esigerà che io dica il mio sì.
Il mondo dove Lui mi lascia per esservi con me
non può impedirmi di essere con Dio;
come un bimbo portato sulle braccia della madre
non è meno con lei
per il fatto che lei cammina tra la folla.
Gesù, dappertutto, non ha cessato d'essere inviato.
Noi non possiamo esimerci d'essere,
in ogni istante,
gl'inviati di Dio nel mondo.
Gesù in noi, non cessa di essere inviato,
durante questo giorno che inizia,
a tutta l'umanità, del nostro tempo, di ogni tempo,
della mia città e del mondo.
Attraverso i fratelli più vicini ch'egli ci farà
servire amare salvare,
le onde della sua carità giungeranno
sino in capo al mondo,
andranno sino alla fine dei tempi.
Benedetto questo nuovo giorno che è Natale
per la terra,
poiché in me Gesù vuole viverlo ancora.
Ballata della speranza [DAVID MARIA TUROLDO]
Letta alla meditazione durante il concerto di Natale del Coro S.Luca a Brescia il 21 Dicembre 2014
Ballata della speranza
[DAVID MARIA TUROLDO]
“Oh,
se sperassimo tutti insieme, tutti la stessa speranza e intensamente
ferocemente sperassimo…”. Un appassionato testo poetico di David Maria
Turoldo,
Tempo del primo avvento
tempo del secondo avvento
sempre tempo d’avvento:
esistenza, condizione
d’esilio e di rimpianto.
Anche il grano attende
anche l'albero attende
attendono anche le pietre
tutta la creazione attende.
Tempo del concepimento
di un Dio che ha sempre da nascere.
Avvento, tempo di solitudine
e tenerezza e speranza.
Oh, se sperassimo tutti insieme
tutti la stessa speranza
e intensamente
ferocemente sperassimo
sperassimo con le pietre
e gli alberi e il grano sotto la neve
e gridassimo con la carne e il sangue
con gli occhi e le mani e il sangue;
sperassimo con tutte le viscere
con tutta la mente e il cuore
Lui solo sperassimo;
oh, se sperassimo tutti insieme
con tutte le cose
sperassimo Lui solamente
desiderio dell’intera creazione;
e sperassimo con tutti i disperati
con tutti i carcerati
come i minatori quando escono
dalle viscere della terra,
sperassimo con la forza cieca
del morente che non vuole morire,
come l’innocente dopo il processo
in attesa della sentenza,
oppure con il condannato
davanti il plotone di esecuzione
sicuro che i fucili non spareranno;
se sperassimo come l’amante
che ha l’amore lontano
e tutti insieme sperassimo,
a un punto solo
tutta la terra uomini
e ogni essere vivente
sperasse con noi
e foreste e fiumi e oceani,
la terra fosse un solo
oceano di speranza
e la speranza avesse una voce sola
un boato come quello del mare,
e tutti i fanciulli e quanti
non hanno favella
per prodigio
a un punto convenuto
tutti insieme
affamati malati disperati,
e quanti non hanno fede
ma ugualmente abbiano speranza
e con noi gridassero
astri e pietre,
purché di nuovo un silenzio altissimo,
il silenzio delle origini,
prima fasci la terra intera
e la notte sia al suo vertice;
quando ormai ogni motore riposi
e sia ucciso ogni rumore
ogni parola uccisa
(finito questo vaniloquio!)
e un silenzio mai prima udito
(anche il vento faccia silenzio,
anche il mare abbia un attimo di silenzio,
un attimo che sarà la sospensione del mondo),
quando si farà questo
disperato silenzio
e stringerà il cuore della terra
e noi finalmente in quell’attimo dicessimo
quest’unica parola
perché delusi di ogni altra attesa
disperati di ogni altra speranza,
quando appunto così disperati
sperassimo e urlassimo
(ma tutti insieme
e a quel punto convenuti)
certi che non vale chiedere più nulla
ma solo quella cosa
allora appunto urlassimo
in nome di tutto il creato,
(ma tutti insieme e a quel punto)
VIENI, VIENI, VIENI, SIGNORE!
Allora tutto si riaccenderà
alla sua luce
e il cielo di prima
e la terra di prima
non sono più
e non ci sarà più né lutto
né grido di dolore
perché le cose di prima passarono
e sarà tersa ogni lacrima dai nostri occhi
perché anche la morte non sarà più.
E una nuova città scenderà dal cielo
bella come una sposa
per la notte d’amore.
Allora il nostro stesso desiderio
avrà bruciato tutte le cose di prima
e la terra arderà dentro un unico incendio
e anche i cieli bruceranno
in quest’unico incendio
e anche noi, gli uomini,
saremo in quest'unico incendio
e invece di incenerire usciremo
nuovi come zaffiri
e avremo occhi di topazio:
quando appunto Egli dirà
“ecco già nuove sono fatte tutte le cose”
allora canteremo
allora ameremo
allora allora…
MARANATHA’, VIENI SIGNORE GESU’!
David Maria Turoldo
tempo del secondo avvento
sempre tempo d’avvento:
esistenza, condizione
d’esilio e di rimpianto.
Anche il grano attende
anche l'albero attende
attendono anche le pietre
tutta la creazione attende.
Tempo del concepimento
di un Dio che ha sempre da nascere.
Avvento, tempo di solitudine
e tenerezza e speranza.
Oh, se sperassimo tutti insieme
tutti la stessa speranza
e intensamente
ferocemente sperassimo
sperassimo con le pietre
e gli alberi e il grano sotto la neve
e gridassimo con la carne e il sangue
con gli occhi e le mani e il sangue;
sperassimo con tutte le viscere
con tutta la mente e il cuore
Lui solo sperassimo;
oh, se sperassimo tutti insieme
con tutte le cose
sperassimo Lui solamente
desiderio dell’intera creazione;
e sperassimo con tutti i disperati
con tutti i carcerati
come i minatori quando escono
dalle viscere della terra,
sperassimo con la forza cieca
del morente che non vuole morire,
come l’innocente dopo il processo
in attesa della sentenza,
oppure con il condannato
davanti il plotone di esecuzione
sicuro che i fucili non spareranno;
se sperassimo come l’amante
che ha l’amore lontano
e tutti insieme sperassimo,
a un punto solo
tutta la terra uomini
e ogni essere vivente
sperasse con noi
e foreste e fiumi e oceani,
la terra fosse un solo
oceano di speranza
e la speranza avesse una voce sola
un boato come quello del mare,
e tutti i fanciulli e quanti
non hanno favella
per prodigio
a un punto convenuto
tutti insieme
affamati malati disperati,
e quanti non hanno fede
ma ugualmente abbiano speranza
e con noi gridassero
astri e pietre,
purché di nuovo un silenzio altissimo,
il silenzio delle origini,
prima fasci la terra intera
e la notte sia al suo vertice;
quando ormai ogni motore riposi
e sia ucciso ogni rumore
ogni parola uccisa
(finito questo vaniloquio!)
e un silenzio mai prima udito
(anche il vento faccia silenzio,
anche il mare abbia un attimo di silenzio,
un attimo che sarà la sospensione del mondo),
quando si farà questo
disperato silenzio
e stringerà il cuore della terra
e noi finalmente in quell’attimo dicessimo
quest’unica parola
perché delusi di ogni altra attesa
disperati di ogni altra speranza,
quando appunto così disperati
sperassimo e urlassimo
(ma tutti insieme
e a quel punto convenuti)
certi che non vale chiedere più nulla
ma solo quella cosa
allora appunto urlassimo
in nome di tutto il creato,
(ma tutti insieme e a quel punto)
VIENI, VIENI, VIENI, SIGNORE!
Allora tutto si riaccenderà
alla sua luce
e il cielo di prima
e la terra di prima
non sono più
e non ci sarà più né lutto
né grido di dolore
perché le cose di prima passarono
e sarà tersa ogni lacrima dai nostri occhi
perché anche la morte non sarà più.
E una nuova città scenderà dal cielo
bella come una sposa
per la notte d’amore.
Allora il nostro stesso desiderio
avrà bruciato tutte le cose di prima
e la terra arderà dentro un unico incendio
e anche i cieli bruceranno
in quest’unico incendio
e anche noi, gli uomini,
saremo in quest'unico incendio
e invece di incenerire usciremo
nuovi come zaffiri
e avremo occhi di topazio:
quando appunto Egli dirà
“ecco già nuove sono fatte tutte le cose”
allora canteremo
allora ameremo
allora allora…
MARANATHA’, VIENI SIGNORE GESU’!
David Maria Turoldo
lunedì 30 dicembre 2013
mercoledì 25 dicembre 2013
BUON NATALE!!!...TUTTI I GIORNI GESU' VUOLE VIVERLO CON ME...
Gesù viene a noi per donarci la sua santa umanità e per chiederci in dono la nostra umanità,così da farla diventare un prolungamento della sua...(P.Antonio Sicari)
...Gesù ..con me cammina tra gli uomini d'oggi.
Incontrerà
ciascuno di quelli che entreranno nella mia casa,
ciascuno di quelli che incrocerò per la strada,
altri ricchi come quelli del suo tempo, altri poveri,
altri eruditi e altri ignoranti,
altri bimbi e altri vegliardi,
altri santi e altri peccatori,
altri sani e altri infermi.
Tutti saranno quelli che egli è venuto a cercare.
Ciascuno, colui che è venuto a salvare.
A coloro che mi parleranno, egli avrà qualche cosa
da dire.
A coloro che verranno meno, egli avrà qualche cosa
da dare.
Ciascuno esisterà per lui come se fosse il solo.
Nel rumore egli avrà il suo silenzio da vivere.
Nel tumulto, la sua pace da portare.
Gesù, in tutto, non ha cessato di essere il Figlio.
Vuole in me rimanere legato al Padre.
Dolcemente legato,
ogni secondo,
sospeso su ciascun secondo,
come un sughero sull'acqua.
Dolce come un agnello
di fronte a ogni volontà del Padre.
Tutto sarà permesso in questo giorno che viene,
tutto sarà permesso ed esigerà che io dica il mio sì.
Il mondo dove Lui mi lascia per esservi con me
non può impedirmi di essere con Dio;
come un bimbo portato sulle braccia della madre
non è meno con lei
per il fatto che lei cammina tra la folla.
Gesù, dappertutto, non ha cessato d'essere inviato.
Noi non possiamo esimerci d'essere,
in ogni istante,
gl'inviati di Dio nel mondo.
Gesù in noi, non cessa di essere inviato,
durante questo giorno che inizia,
a tutta l'umanità, del nostro tempo, di ogni tempo,
della mia città e del mondo.
Attraverso i fratelli più vicini ch'egli ci farà
servire amare salvare,
le onde della sua carità giungeranno
sino in capo al mondo,
andranno sino alla fine dei tempi.
Benedetto questo nuovo giorno che è Natale
per la terra,
poiché in me Gesù vuole viverlo ancora.
(Madeleine Delbrel)
Il piccolo monaco, P.Gribaudi editore, Torino, 1990
...Gesù ..con me cammina tra gli uomini d'oggi.
Incontrerà
ciascuno di quelli che entreranno nella mia casa,
ciascuno di quelli che incrocerò per la strada,
altri ricchi come quelli del suo tempo, altri poveri,
altri eruditi e altri ignoranti,
altri bimbi e altri vegliardi,
altri santi e altri peccatori,
altri sani e altri infermi.
Tutti saranno quelli che egli è venuto a cercare.
Ciascuno, colui che è venuto a salvare.
A coloro che mi parleranno, egli avrà qualche cosa
da dire.
A coloro che verranno meno, egli avrà qualche cosa
da dare.
Ciascuno esisterà per lui come se fosse il solo.
Nel rumore egli avrà il suo silenzio da vivere.
Nel tumulto, la sua pace da portare.
Gesù, in tutto, non ha cessato di essere il Figlio.
Vuole in me rimanere legato al Padre.
Dolcemente legato,
ogni secondo,
sospeso su ciascun secondo,
come un sughero sull'acqua.
Dolce come un agnello
di fronte a ogni volontà del Padre.
Tutto sarà permesso in questo giorno che viene,
tutto sarà permesso ed esigerà che io dica il mio sì.
Il mondo dove Lui mi lascia per esservi con me
non può impedirmi di essere con Dio;
come un bimbo portato sulle braccia della madre
non è meno con lei
per il fatto che lei cammina tra la folla.
Gesù, dappertutto, non ha cessato d'essere inviato.
Noi non possiamo esimerci d'essere,
in ogni istante,
gl'inviati di Dio nel mondo.
Gesù in noi, non cessa di essere inviato,
durante questo giorno che inizia,
a tutta l'umanità, del nostro tempo, di ogni tempo,
della mia città e del mondo.
Attraverso i fratelli più vicini ch'egli ci farà
servire amare salvare,
le onde della sua carità giungeranno
sino in capo al mondo,
andranno sino alla fine dei tempi.
Benedetto questo nuovo giorno che è Natale
per la terra,
poiché in me Gesù vuole viverlo ancora.
(Madeleine Delbrel)
Il piccolo monaco, P.Gribaudi editore, Torino, 1990
giovedì 7 novembre 2013
Etty Hillesum:L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi è anche l'unica che veramente conti: è un piccolo pezzo di Te in noi, mio Dio.
“Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Una cosa però diventa sempre più evidente per me e cioè che Tu non puoi aiutare noi ma che siamo noi a dover aiutare Te e, in questo modo, aiutiamo anche noi stessi. L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi è anche l'unica che veramente conti: è un piccolo pezzo di Te in noi, mio Dio.
Sì, mio Dio, sembra che Tu non possa fare molto per modificare le circostanze attuali, ma anche esse fanno parte di questa vita.
Io non chiamo in causa la tua responsabilità, o Dio, più tardi sarai Tu a dichiarare noi responsabili e, quasi ad ogni battito di cuore, cresce la mia certezza: Tu non puoi aiutarci ma tocca a noi aiutare Te, difendendo fino all'ultimo la Tua casa in noi.”
domenica 20 ottobre 2013
La preghiera....la porta della felicità!
martedì 15 ottobre 2013
S.Teresa d'Avila ...la sua vita .. testo tratto da: NUOVI RITRATTI DI SANTI di Antonio Sicari ed. Jaca Book
SANTA TERESA D'AVILA
Dottore della Chiesa
La mia vita era una vita tra le più penose che
si possa immaginare perché non godevo di Dio, nè trovavo felicità nel mondo...
Anelavo a vivere, giacché mi rendevo conto di non stare
vivendo, bensì lottando
contro un’ombra di morte... Oramai la mia anima si sentiva stanca e, sebbene lo
volesse, le sue antiche abitudini non le permettevano assolutamente di
riposare... (Autobiografia 8,2.12; 9,1).
La donna che parla così di se stessa, colta in
un momento di disperante stanchezza spirituale, è Teresa d’Avila, a circa
quarant’anni
di età, quando non si era ancora arresa
totalmente a Dio, anche se era già monaca carmelitana da vent’anni.
Di questo primo periodo monastico, ella scrive:
Trascorsi quasi vent’anni in questo procelloso
mare, cadendo e rialzandomi, ma rialzandomi male perché tornavo sempre a cadere
(8,2):
una vicenda così meschina, per cui bramerei che
i miei lettori mi aborrissero, vedendo descritta un’anima tanto ostinata e
misconoscente verso Colui che le ha accordato tante grazie (8,1).
Che cosa accadeva dunque dietro le mura di quel
Monastero dell’Incarnazione, ad Avila, in cui Teresa de Ahumada viveva ormai da
due lunghi decenni?
- Io sono la più debole e misera creatura
dell’intera umanità» (7, 22)—ella confessa—, e noi abbiamo ragione a immaginate
un dramma interiore di estrema gravità e violenza.
Eppure si tratta di un dramma alla cui qualità
noi non siamo certo abituati; noi immaginiamo facilmente tentazioni, cadute e
pentimenti secondo schemi corposi e in fondo banali, ma ci è difficile
immaginare l’esistenza di drammi spirituali che si sviluppano più duramente di
una battaglia, ma su un terreno in cui si tratta esclusivamente dell’amore
dovuto a Dio.
Teresa parla della sua « vita disgraziata» di
allora, della sua
«
vita rovinosa », ma noi resteremmo molto sorpresi se ci
mettessimo a cercare quelli che siamo soliti chiamare « peccati gravi». Lei
stessa ce ne avverte:
Malata io nell’anima... – scrive - invischiata
com’ero in tanta vanità, eppure non al punto di trovarmi consapevolmente in
peccato mortae, neppure al tempo della mia massima dissipazione... infatti
qualora la coscienza mi avesse avvertito di una cosa del genere, non sarei
assolutamente rimasta in tale stato (7,14).
C’è quindi nella sua vita qualcosa che non si
può neppure chiamare « peccato» (anzi, alcuni confessori la tranquillizzavano
dicendole che col suo comportamento faceva del bene al prossimo), eppure era per
lei talmente grave che Teresa diceva di sè: « ero come una che si porta addosso
la sua perdizione».
Ce n’è abbastanza per acuire la nostra curiosità
e, ancor più, per far vibrate la nostra coscienza che così facilmente si adagia
nell’abitudine, fino a diventare inerte e opaca.
Per capire di quale dramma si tratti, dobbiamo
tornare all’infanzia di Teresa.
Agli inizi di quel secolo XVI in cui nasce ad
Avila Teresa de Ahumada, nel 1315, la Castiglia si apriva al mondo: non era più
una semplice contea e neppure solo un regno. Ma era diventata improvvisamente
(con Carlo v) il centro di un impero su cui non tramontava mai il sole. Teresa
non aveva ancora 16 anni che la sua piccola città di Avila, splendida come un
castello, si apriva per accogliere l’imperatrice che veniva a passare l’estate
col piccolo Filippo II, di quattro anni: trecento coppie di fanciulle
della nobiltà (tra le quali certamente Teresa) avevano danzato per festeggiare
l’arrivo delle loro imperiali maestà. Qualche anno dopo lo stesso Carlo v (che
nel 1330 aveva ricevuto dal Papa a S. Petronio di Bologna la corona d’oro
d’imperatore) entrava trionfalmente ad Avila inaugurando una di quelle feste per
le quali era capace di spendere quanto sarebbe bastato per armare un esercito.
Nella casa di D. Alfonso de Cepeda y Ahumada
vivevano sei maschi e tre femmine, la madre era morta quando Teresa aveva appena
dodici anni. Uno alla volta i maschi partivano per il nuovo mondo scoperto da
Cristoforo Colombo, al di là dell’Oceano, spinti da un impulso che stava a metà
strada tra il desiderio di carriera e di conquista e la coscienza d’avere una
missione cristiana da compiere.
Restavano a casa le tre femmine, delle quali la
più impetuosa era certamente Teresa.
A sei anni era già capace—in quel tempo!—di
leggere da sola e il libro che la affascinava era il Flos sanctorum che
raccoglieva assieme la vita di Cristo e quella « eroica» di alcuni santi
(martiri, eremiti e sante vergini).
Durante le lunghe sere lo si leggeva insieme in
famiglia, ma poi Teresa si prendeva il volume per suo conto e ne ragionava col
fratellino Rodrigo di otto anni.
Tra i due nasceva una specie di « gioco»
spirituale: « C’è una vita che è per sempre, per sempre, per sempre! ,—diceva
Teresa.
E Rodrigo doveva rispondere esattamente: « Sì,
Teresa, per sempre, per sempre, per sempre».
Poi quella minuscola bambina riprendeva
implacabile: e c’è una pena che è per sempre, per sempre, per sempre».
E Rodrigo obbediente: « Sì, Teresa, per sempre,
per sempre, per sempre». E i due bimbi restavano li, assieme, a gustare—un po’
atterriti e un po’ deliziati—il brivido dell’eternità.
Il « gioco» divenne così serio che un mattino,
assai presto, i due piccoli fuggirono di casa: volevano andare in una
imprecisata terra dei mori» (la Spagna era stata liberata dal dominio arabo solo
da poco), in modo da farsi uccidere per la fede, come i martiri, e così poter
entrare in quella « vita eterna» che tanto li affascinava.
Allo zio che riuscì a rintracciarli (quando
ormai quasi li piangevano morti, pensandoli caduti in uno dei numerosi pozzi
aperti nelle campagne), e poi anche alla mamma che li rimproverava inquieta,
Rodrigo rispondeva piangendo d’aver fatto quello che aveva voluto Teresa, ma
Teresa, con la voce e gli occhi pieni di desiderio e di sfida, aveva insistito:
« Io voglio andare a vedere Dio».
Nella autobiografia, scriverà poi con tenerezza
e humor: « La difficoltà più grave per mettere in atto i nostri progetti era
quella di avere dei genitori».
La piccola comunque non disarmò: se non potevano
diventare martiri, potevano almeno vivere come eremiti (era la seconda categoria
di santi che conoscevano), e così convinse il fratellino a costruire assieme,
nel giardino di casa, una specie di celletta in muratura, ma...
« accatastavamo piccoli sassi che finivano per
cadere quasi subito».
Certo noi possiamo sorridere di questi ardori
infantili, eppure Teresa, divenuta ormai una grande mistica e rileggendo questi
primi episodi, scrive:
Suscita in me una devota tenerezza constatare
come Dio mi abbia concesso subito, fin da principio, ciò che poi ho perduto per
mia colpa.
In fondo è quello che ognuno di noi dovrebbe
dire, anche solo pensando al suo battesimo.
La Santa sottolineerà molto l’importanza di quei
primi episodi, spiegandoli con una formula un po’ strana ma molto
significativa:
Piacque al Signore che mi restasse impresso
nell’anima, fin dalla più tenera infanzia, il cammino della verità (1,4).
Anche se ella spinge la sua analisi fino a
sottolineare con tale sincerità, una certa radice non del tutto sana che
avrebbe avuto poi conseguenze negative nella sua vita spirituale.
Dice:
...desideravo molto di morire così (cioè, da
martire), sebbene non perché avessi per Dio un vero amore, ma piuttosto per
andare a godere assai alla svelta e a buon mercato di quei beni che leggevo
esserci in cielo (1,4).
Come è esigente Teresa con se stessa bambina!
eppure è proprio in questa prima radice che si nasconde il problema esistenziale
che travaglierà a lungo la sua vita: allora l’attraeva più il « gioco» del
paradiso che l’amore di Dio.
Ed ecco che man mano che Teresa entra nello
splendore della sua adolescenza e poi della giovinezza, scopre sì d’amare Dio
così come si ama la bellezza, la felicità, l’eternità, ma scopre anche di amare
la vita, il suo corpo, il fascino degli affetti e delle avventure umane.
Comincia ad amare assieme, per così dire, il
cielo e la terra, e non sa bene come le due cose si possano conciliare.
Come a sei anni aveva letto ripetutamente il
Flos .sanctorum, così ora, nella prima adolescenza, Teresa legge di
nascosto, quei romanzi di cavalleria che allora riempivano la Spagna, con i
quali la madre malaticcia si distrae nelle lunghe ore di degenza...
Vi consuma « tante ore del giorno e della notte
»—bene attenta a che il papà non la scopra, e se ne imbeve talmente che—sempre
col fratello Rodrigo—ne scrive uno a due mani: un romanzo cavalleresco che di
nascosto i fratelli e i cugini si passano di mano in mano. E pare sia stato
molto apprezzato.
Intanto fiorisce la squisita femminilità di
questa fanciulla che per tutta la vita riuscirà sempre ad affascinare chiunque
le si accosti.
Dissero di lei: « Teresa aveva le proprietà
della seta dorata che si accorda bene con ogni tipo di tessuto e con ogni
gradazione di colore ».
E lei stessa ammette semplicemente:
Il Signore mi ha fatto trovare affetto
dappertutto, e sempre.
Iniziò a coltivare esageratamente—per l’età e
l’ambiente in cui viveva—la sua persona:
Cominciai a vestirmi con ricercatezza e a
desiderare di comparire. Avevo somma cura delle mani e dei capelli. Usavo profumi
e ogni altra possibile vanità: tutte cose che per essere io molto raffinata,
non mi bastavano mai.
Contemporaneamente, nel gruppo dei cugini e dei
parenti, diventa lei la confidente di tutte le piccole avventure amorose, e il
centro dove s’intrecciano le fila di tutte le affezioni. Lo fa con ingenuità e
innata signorilità, ma è nell’età più pericolosa e ciò che osserva e ascolta le
si imprime dentro profondamente.
Si va così costruendo quel dramma che abbiamo
annunciato all’inizio e che meriterebbe una più profonda analisi psicologica e
teologica assieme. Qui possiamo solo accennarvi.
Da un lato resta inestirpabile in lei la
persuasione dei valori eterni, definitivi ai quali occorre consacrare
interamente la vita (e questo—soprattutto nella mentalità di quel tempo—voleva
dire: vocazione monastica), dall’altro si sviluppa in lei il fascino di tutto
ciò che nel mondo è bello, desiderabile, cavalleresco, raffinato, amabile.
A volte il pensiero del chiostro la affascina
col suo radicalismo, e a volte ne prova « fortissima avversione ». E d’altra
parte anche il matrimonio le sembra limitare la sua passione per il tutto.
Ma è una hidalga spagnola, i cui fratelli si
preparano a partire per conquistare il nuovo mondo.
Così Teresa a vent’anni decide di rischiare
tutto: sfida il padre che non vuole neppure sentir parlare di vocazione
monastica e, all’alba del 2 novembre 1535, fugge di casa, e si presenta
al monastero carmelitano dell’Incarnazione.
Tra parentesi—poiché è sempre la Teresa di un
tempo—ha convinto uno dei fratelli a fare lo stesso e a presentarsi
contemporaneamente al convento dei domenicani.
Scrive poi:
Rammento, e credo di dire proprio la verità, che
quando lasciai la casa di mio padre provai un dolore così lancinante da farmi
pensare che non se ne provi uno maggiore neppure quando si sta per morire:
sembrava che le ossa mi si slogassero ad una ad una (4,1).
Nella sua bella e quasi intraducibile lingua
spagnola dice:
no créo serà mas el sentimiento cuando me muera:
non credo che proverò maggior struggimento
quando morrò.
Decise dunque, per così dire, a favore di Dio, «
facendosi forza».
La sua acuta sensibilità alla dimensione «
eterna » della vita (vita è quella che dura per sempre) la orientò con
determinazione e generosità a preferire comunque la vita monastica, ma la
considerò un purgatorio, un passaggio di necessaria sofferenza, per poter
giungere al cielo, un tempo di dura attesa.
In convento, a dire il vero, si trovò bene e
iniziò subito un impegnativo lavoro ascetico su se stessa, dando prova di
grande generosità e virtù: ma forse perché quella vita era troppo impegnativa e
diversa da ciò a cui era abituata, forse perché lo sforzo psicologico era stato
eccessivo, ne subì il contraccolpo fisico. Cadde in una strana malattia che non
si sapeva come curare: « dalla testa ai piedi—dice Teresa—ero tutta una spasimo
». I rimedi sbagliati e debilitanti fecero il resto e si aggravò talmente da
giungere in punto di morte. Anzi, per qualche giorno la credettero morta
addirittura.
Si riebbe infine, ma era completamente
paralizzata e, soprattutto, le era rimasta addosso una terribile paura di
morire.
Chi ha voluto leggere in questa malattia un
insieme di fenomeni isterici si è sempre scontrato con l’evidenza di tutte le
testimonianze che parlano di una Teresa equilibrata, affascinante, buona, capace
di sorreggere gli altri, paziente e umanissima pur dentro le più acute
sofferenze. D’altra porte questo sarà il segreto e la situazione di tutta la
sua vita: un anima ardente in un corpo fragile che sembra non saper reggere
all’urto interiore, e che pure Teresa piegherà fino a chiedergli prove (viaggi,
fatiche, preoccupazioni) non indifferenti.
Pian piano si riprese: era diventata una monaca
saggia, matura, che aveva imparato a pregare: era amata e ricercata, dentro e
fuori il monastero, soprattutto da chi voleva percorrere le vie della santità.
Lo stesso papà di Teresa veniva da lei per farsi guidare spiritualmente, e
divenne così maturo da morire come un santo.
Attorno a quella monaca di Avila si creò ben
presto una cerchia di amici, affascinati dalla sua forte dolcezza e dolce
severità.
Dobbiamo ricordare che ella viveva in un tempo
in cui i problemi spirituali destavano comunque attenzione anche in gente
ingolfata nelle preoccupazioni e nelle vanità del mondo. Di preghiera e di vita
interiore si parlava allora anche nei salotti delle duchesse.
Così l’antico problema di Teresa si ripresentò
con più matura violenza.
Avevo—ella scrive—un difetto gravissimo da cui
mi sono venuti molti mali, ed era questo: che appena m‘accorgevo che una
persona mi voleva bene e mi era simpatica, mi affezionavo ad essa così da averla
sempre in mente. Intendiamoci, non già che io volessi offendere Dio in nulla, ma
gioivo nel vederla, nel pensare a lei e alle buone qualità che possedeva, al
punto di farmi rischiare seriamente di perdere l’anima (37,4).
Prima di proseguire dobbiamo comprendere bene il
livello in cui questi sentimenti erano vissuti: non si trattava per lei di
quelle amicizie un po’ ambigue, un po’ morbose alle quali a volte si lasciano
andare anche le persone consacrate quando restano insicure e indecise nella
loro vocazione. I rapporti che Teresa instaurava erano di vera e profonda
amicizia spirituale (molti anni dopo, a una sua novizia che la interrogava su
certi turbamenti sessuali, Teresa rispondeva candidamente di non sapere che cosa
fossero), e tuttavia ella si sentiva
« indegna di Dio
»,
indegna di pregare.
Quando vuole spiegare questo suo dramma, da un
lato dice che non faceva nulla di male (e su questo i suoi confessori non solo
erano d’accordo, ma la spingevano a continuare nel suo « apostolato »),
dall’altro dice che si stava « dannando » e spiega:
non ero intera, mi sentivo impastoiata
davanti alla determinazione di darmi totalmente a Dio, non riuscivo a
rinchiudermi in me stessa (per pregare), senza trascinarmi dietro anche
l’ammasso delle mie vanità.
Insomma: messa davanti ai due grandi
comandamenti, quello di amare Dio con
tutto
il cuore e quello di amare il prossimo,
Teresa capisce che giunge un momento d’intensità spirituale in cui bisogna saper
mettere Dio non al primo posto, ma all’unico posto (‘tutto’ il
cuore), rinunciando ad ogni attaccamento, ad ogni altro amore, per ricevere poi
nuovamente tutto, anche il prossimo da amare, dalle Sue mani.
Teresa intuì questa richiesta (che Dio fa quando
si matura davvero nella fede), ma aveva paura ad abbandonare tutto, non riusciva
ancora a credere completamente che l’amore di Dio solo potesse colmarle il
cuore. Perché non riusciva a fidarsi?
L’episodio risolutivo che le accadde ci aiuterà
a comprenderlo.
Un giorno, tornando da uno di quei colloqui
spirituali che ormai la turbavano e la impoverivano, si trovò a passare davanti
a un’immagine di Cristo piagato che occasionalmente era stato portato in
convento per una certa celebrazione che vi si doveva tenere.
Ecco il racconto:
...appena lo guardai... fu così grande il dolore
che provai, la pena dell’ingratitudine con la quale rispondevo al suo amore, che
mi parve che il cuore mi si spezzasse. Mi gettai ai suoi piedi tutta in lacrime
e lo supplicai di darmi la grazia di non offenderlo più (9, 1).
Quasi contemporaneamente Teresa incontrò un
giovane sacerdote che, confessandola, l’aiutò a giudicarsi non dal punto di
vista del male che faceva o non faceva, ma dal punto di vista del bene che ella
poteva impedire opponendosi alla ricca invasione della grazia di Dio.
Fu come una nuova nascita; Teresa ne parla come
dell’inizio di una « nuova vita ».
Era accaduta una conversione profonda, difficile
da descrivere, ma che, detta con semplici parole, consisteva in questo: quella
antica tensione che lei provava tra il mondo di Dio e il mondo degli uomini,
tra l’eternità e il tempo, tra l’amore dovuto al Signore e quello dovuto al
prossimo, si scioglieva improvvisamente davanti alla percezione immediata, viva
(come se un velo cadesse dagli occhi) del fatto che Cristo è assieme il nostro
Dio e il nostro prossimo, l’eterno che è entrato nel tempo, l’amico con cui si
può vivere, parlare, stare come e più di quanto si fa con ogni altro amico.
Non solo, ma Cristo è il centro in cui tutto può
e deve essere nuovamente raccolto.
Da allora si dedicò con passione assoluta alla
preghiera percepita secondo un metodo particolare: fare compagnia a Cristo nei
misteri della sua vita terrena, attraverso il massimo realismo
possibile: quello delle immagini, quello dell’Eucaristia soprattutto.
E fu una inondazione di visioni, di esperienze,
come se si fosse appunto lacerato quel velo che sempre ci separa un po’ da
Cristo, che sempre ci tenta di considerarLo come una idea, un sentimento, un
personaggio.
Mi sembrava—scrisse Teresa—che Gesù mi
camminasse sempre a fianco... sentivo chiaramente che mi stava sempre al lato
destro, testimone di ciò che facevo e mai potevo dimenticare—se appena mi
raccoglievo un pochino o non ero molto distratta—che Lui era accanto a me (27,
1).
« D’ora in poi—le disse un giorno Gesù—non
voglio che tu parli più con gli uomini » , e Teresa obbedì; ma non nel
senso di entrare in uno spiritualistico mutismo (che anzi la sua vita si
riempirà come non mai di contatti umani, di dialoghi, di affari perfino),
piuttosto nel senso di un ultimo, profondo silenzio: quello di chi (qualunque
cosa dica o faccia) ormai ricorda sempre ciò che gli è accaduto... « e il
ricordo lo riempie di silenzio » (Laurentius l’eremita).
Tutto dunque può essere nuovamente «
detto », e tutto può essere nuovamente « amato », ma «
in
Lui ».
Teresa ha ormai quarantacinque anni e una nuova
pagina della sua vita sta per essere voltata.
Attraverso circostanze apparentemente casuali le
è chiesto di ripensare alla sua vocazione: come ricorderete, era entrata in un
monastero carmelitano per purificarsi come si entra in un purgatorio. Ora
l’amorevole vicinanza di Cristo le fa comprendere una antichissima verità: che
in terra bisogna invece saper anticipare il cielo, quel « centuplo » che Gesù
stesso ha promesso a chi lo segue.
Teresa vive in un monastero dove sono radunate
quasi duecento monache; i problemi pratici, economici, disciplinari non mancano
(e anche questo faceva pensare a un « purgatorio »), eppure ella
dirà che quel gran numero di suore non la disturbavano nel suo rapporto con Dio
« più che se fosse stata sola ».
Tuttavia ascolta qualche amica che le fa
balenare dinanzi il progetto di un piccolo, povero convento, con poche suore
(dodici come il collegio degli apostoli), che nel profondo silenzio e in vera
povertà, sia come « un angolino di cielo ».
Dopo molte traversie Teresa lo realizza,
accogliendovi alcune ragazze di Avila a cui fa da Madre nelle vie dello
spirito, e là vive convinta d’aver toccato il porto della sua vita, felice
soprattutto di quella sintesi finalmente accaduta tra l’eterno e il tempo, tra
l’amore di un Dio sommamente amato e l’amore altrettanto pieno e caldo per
quelle creature che Lui stesso le affida.
Lei, Teresa, è tutta felice, non certo della sua
propria santità a cui non pensa, ma di vivere con quelle anime così sante e pure la cui brama era solo
quella di servire e lodare il Signore... (Egli) ci provvedeva del necessario
senza che lo chiedessimo e quando ce lo lasciava mancare—ciò che avveniva assai
di rado—la gioia era ancora più grande.
Sono le prime parole del Libro delle
Fondazioni: nei primi capitoli Teresa raccoglie i « Fioretti »
carmelitani, assai simili a quelli dell’esperienza francescana.
Tutto sembra concluso, e invece tutto sta per
cominciare, per ora Teresa « muore di non morire », vive cioè, come dice
lei stessa, sobbalzando di gioia ogni volta che l’orologio scandisce le ore,
pensando che l’incontro definitivo con Cristo si è ancora un po’ avvicinato.
Questa casa—scriveva finalmente Teresa—.è un
cielo, se ce ne può essere uno sulla terra.
Ma ormai appartiene totalmente a Cristo ed è
disponibile a tutto.
A volte veramente ha l’intuizione che qualcosa
non sia ancora compiuto.
Scrive:
Mi
veniva spesso da pensare che Dio nel ricolmare
quelle anime (parla delle sue compagne) di tante ricchezze, doveva avere una
qualche grande finalità.
Sente d’altronde crescere in sè il desiderio di
comunicare ad altri quel bene che esperimenta
…parendomi molte volte di essere come una
persona in possesso di un grande tesoro e desiderosa di farne parte a tutti...
(Fond. 1, 6).
Ciò che sta per accadere lo possiamo anticipare
così: fino ad ora Teresa ha vissuto il dramma del suo rapporto personale con
Cristo, la sua dolorosa e gloriosa vicenda con Lui, ora Cristo
decide di immergere ulteriormente tutta l’esperienza di Teresa nel dramma vivo
della Chiesa del suo tempo.
Per una qualsiasi monaca spagnola di allora, la
Chiesa era una realtà di cui si viveva pacificamente: il mondo era un mondo
cristiano in cui tutto trovava un posto armonico: sia il papa come l’imperatore,
sia la cultura sacra come quella profana. Anche se l’unità di questo mondo
cristiano è già stata spezzata da Lutero, Teresa non ne sa nulla, e la Spagna è
allora la nazione più protetta.
Ed ecco che a un tratto le viene rivelato il
volto tragico e dolente della Chiesa del suo tempo.
Proprio mentre ella fonda il suo primo nuovo
monastero carmelitano, in Francia si scatenano le guerre di religione; il
Cardinale di Lorena giunto al Concilio di Trento vi racconta tutto l’orrore che
sta accadendo nella sua patria, e le notizie giungono fino al piccolo monastero
da due fonti: dagli amici religiosi di Teresa (alcuni dei quali lavorano ai
Concilio come teologi), e da una lettera circolare che Filippo II invia a
tutti i monasteri, raccontando i fatti e chiedendo una crociata di preghiere.
Uno scenario mai immaginato si apre davanti alla
coscienza di Teresa: cristiani che combattono e uccidono altri cristiani, le
chiese incendiate e devastate, monasteri aggrediti e svuotati, l’Eucaristia
profanata, il papa e i vescovi divenuti oggetti di odio e di disprezzo. Perfino
noi facciamo oggi fatica a immaginare quanto sia stata brutale la lacerazione
che quasi distrusse l’Europa cristiana.
Teresa poi era troppo intelligente per non
capire subito che quei « grandi mali della Chiesa »—come li
chiamava—erano il triste risultato di una realtà antecedente che lei stessa
definì « le grandi necessità »: troppi cristiani erano stati infedeli alla loro
vocazione soprattutto tra coloro che avrebbero dovuto essere totalmente
consacrati a Cristo e alla Chiesa—e troppi avevano insudiciato il volto della
Vergine Sposa di Cristo. La decadenza della vita religiosa, ad esempio, non le
era del tutto ignota, nemmeno prima.
Non aveva ancora assorbita questa prima
esperienza che la faceva soffrire e la sconvolgeva anche fisicamente, che
un’altra «notizia» —forse ancora più dolorosa—venne a colpirla.
Si presentò per una visita al suo conventino, un
frate francescano che tornava « dalle Indie », cioè dalle nuove terre
scoperte da Colombo.
Teresa aveva seguito da lontano, con gioia e
fierezza, l’avventura conquistatrice in cui erano impegnati non solo
il suo popolo, ma i suoi stessi fratelli. Considerava quella avventura come una
gloriosa, cavalleresca missione. Quando le era giunta, alcuni anni prima, la
notizia che Rodrigo—il compagno delle sue infantili avventure e dei suoi mistici
desideri di allora—era morto combattendo sul Rio de la Plata, ne aveva parlato
alle altre monache con la convinzione d’avere finalmente un fratello martire
« poiché era morto per la difesa della fede ».
Anche il fratello Antonio (quello che in un
primo tempo aveva convinto a farsi religioso come lei) era morto combattendo.
Ma quel francescano che portava le
notizie era
il celebre P. Maldonado, uno dei più ardenti seguaci di Bartolomeo Las
Casas:
il grande vescovo domenicano era ormai morente, stremato dalle fatiche, e
P. Maldonado lo sostituiva, e portava in Spagna l’ultimo Memoriale da lui
scritto, per la Corte di Madrid, per il Consiglio delle Indie e per il Sommo
Pontefice.
I confratelli del P. Maldonado dicevano che a
lasciarlo fare avrebbe parlato per un giorno intero di ciò che gli stava a
cuore: e fu quello che accadde alla grata di quel conventino.
Davanti allo sguardo e alla coscienza di
Teresa
passavano scene accesissime di popoli nuovi che non solo non
incontravano
Cristo, ma che si perdevano invece, divenuti preda da cacciare da parte
di certi
conquistatori spagnoli disumani e feroci. Non tutti certo. Ma come
dovevano
suonare alle orecchie di Teresa frasi come questa terribile attribuita a
Las Casas: « Ho visto indiani morire rifiutando piangendo gli ultimi
sacramenti
perché non volevano entrare nel paradiso degli spagnoli! ».
Forse è una espressione a effetto, costruita
letterariamente, ma il contenuto della denuncia vi è esattamente descritto.
Rimasi così afflitta—racconterà Teresa—che mi
ritirai tutta in lacrime...
Quanto mi costano questi Indiani—scriverà un
giorno al fratello Lorenzo che si trovava ancora oltremare-.., quante sventure
sia qui da noi, che là da voi: ...molte persone mi parlano e molte volte non so
proprio cosa dire se non che siamo peggio delle bestie...
Ma non dobbiamo dimenticare che Teresa non era
più nella condizione in cui molte volte noi ci troviamo e restiamo (quella cioè
di ascoltare notizie terribili, di turbarci e poi... di farle diventare oggetto
del nostro curioso pettegolezzo): di tutto quello che udiva, lei faceva
argomento di preghiera, di dialogo con Cristo, di decisione.
Dobbiamo necessariamente essere molto schematici
nel raccontare l’evoluzione interiore di Teresa:
— Anzitutto maturò in lei quella coscienza così
propria dei santi, che si sentono sempre parte in causa, provocati a riconoscere
la loro propria responsabilità:
Forse sono proprio io quella che Ti ha
incollerito con i suoi peccati, al punto di far piombare sulla terra tanti mali.
Non è falsa umiltà, né vittimismo: è aver
raggiunto una tale coscienza della Chiesa come unico corpo di Cristo, una tale
coscienza dell’abisso che ognuno raggiunge quando commette il male (anche se
superficialmente non sembra tanto grave) che il senso della propria
corresponsabilità inonda l’anima:
Mi pareva—scrive nell’Autobiografia—di
essere così perversa, da credere che tutti i mali e le eresie del mondo fossero
effetto dei miei peccati (30,8).
Espressioni del tutto simili si trovano anche
negli scritti di S. Caterina da Siena e di altri mistici.
Questa prima reazione tuttavia non provoca
abbattimento e meschinità, ma generosità e impeto.
— La seconda conclusione che Teresa ne trasse fu
che non c’era sulla terra alcuna altra sofferenza paragonabile a quella che la
Chiesa pativa, tanto che—disse—« mi sembra una cosa indegna provar dolore per
qualsiasi altra cosa ». E possiamo anche solo intuire quanta libertà dia
all’uomo il saper soffrire solo per cose che ne valgono la pena, senza perdersi
in infinite meschinità.
— La terza conclusione fu che lei, Teresa,
avrebbe fatto—come disse—« quel poco che stava in me ».
« Quel poco » però ci lascia senza flato per la
sua consequenziale radicalità: si impegnò davanti a Dio ad agire con quanta
maggior perfezione possibile, cioè: si impegnò con un voto a scegliere in ogni
occasione ciò che le apparisse maggiormente perfetto.
Se ci si pensa bene e se non si ha un cuore
veramente grande, è una promessa terribile che può rinchiudere l’anima in una
morsa esasperata. E difatti i suoi confessori glielo annullarono e glielo
fecero rifare in una forma un po’ più sfumata.
Infine (per un insieme di circostanze e di
richieste autorevoli) capì di doversi dedicare non solo alla guida di quel primo
conventino che aveva fondato, ma a riempire la Spagna di comunità monastiche
simili a quella, fino a diventare la Riformatrice (qualcuno dice Fondatrice)
dell’intero Ordine Carmelitano.
Alla sua morte la Spagna aveva 16 nuovi
monasteri femminili tutti immaginati e vissuti come piccoli nuclei in cui il
mistero della Chiesa
—Sposa, Vergine e Madre—si incarna e si offre
nella sua espressione più viva e bruciante.
Lo stesso farà, assieme a S. Giovanni della
Croce, per il ramo maschile dell’Ordine.
L’ampiezza di questa sua opera è narrata in un
libro scritto da lei stessa (Fondazioni) che da solo
offrirebbe materiale
per un lungo racconto. Possiamo solo ricordare come la situazione
ecclesiale
del tempo, e certe traversie proprie dell’Ordine Carmelitano e delle
condizioni socio-ecclesiastiche vigenti allora in Spagna coinvolsero
Teresa in un lavoro
faticosissimo che non fu soltanto quello di lunghi ed estenuanti viaggi e
trattative per far nascere quelle sue nuove comunità, ma fu ancor più
l’indicibile fatica di doversi districare tra tutti coloro che—in quel
panorama
confuso e turbato, la sommergevano di ordini e di consigli spesso
contraddittori tra loro.
Giunse fino a cadere nelle mani
dell’Inquisizione, fino a sentirsi definire dal Nunzio pontificio come «
una donna disobbediente e vagabonda che va contro gli ordini del Concilio di
Trento », fino a sapere che, da Roma, il Generale dell’Ordine era
disgustato di lei e di tutte le notizie che la riguardavano.
E Teresa attraversò tutto con pazienza, energia,
intelligenza, con un sano orgoglio di donna (abbiamo dei bei testi che
piacerebbero molto alle femministe più intelligenti) e soprattutto con la sua
intensa passione per Cristo, comunicando dovunque, intorno a sè, un nuovo modo
di capire e di vivere il mistero della preghiera.
Prima di lei si credeva spesso che pregare—in
quella fase altissima e profonda che si chiama « contemplazione »—volesse
dire tentare di raggiungere la purezza tranquilla del mondo di Dio, astraendo
dalle preoccupazioni della terra.
Teresa insegnò alle sue monache che contemplare
vuoi dire tenere gli occhi fissi alla Santa Umanità di Cristo e dunque a tutto
il mistero di questa Umanità: alla gloria della sua Resurrezione, ma anche al
dolore della sua passione, e non solo alla passione accaduta un tempo, ma anche a quella che continua ad accadere nel
corpo di Gesù che è la Chiesa.
La Chiesa con i suoi drammi, le sue sofferenze,
i suoi problemi, le sue realtà più concrete, le persone singole che la
compongono è non solo lo scopo per cui bisogna pregare (Teresa insegna alle sue
monache che altrimenti esse non realizzano affatto la loro vocazione, per quanto
possano dedicarsi al silenzio e alla contemplazione dei misteri di Dio), ma
tutto ciò è anche, per così dire, la materia della preghiera, ciò di cui il
dialogo con Dio è sostanziato.
E mentre la vita di Teresa trascorre in
un’attività che all’occhio superficiale sembra frenetica e che invece la lascia
sempre nella profondissima pace della amicizia sponsale con Cristo (ella ha
ricevuto delle grazie mistiche così intense che definisce come
« matrimonio
spirituale », e sa d’avere il cuore realisticamente ferito da tale
amore), ella deve sviluppare anche—quasi controvoglia—una intensa attività magisteriale.
Su questo è proprio necessario soffermarci un
po’.
Al tempo di Teresa la Chiesa già viveva da
quindici secoli, ma se allora uno avesse cercato in una immaginaria biblioteca
cristiana, non avrebbe trovato quasi nulla di dottrinale scritto da una donna:
solo qualche raro testo e per lo più scritto in situazione estatica.
Teresa è in senso proprio la prima donna
scrittrice, nella Chiesa.
Aveva una sua cultura: conosceva abbastanza bene
la Bibbia, alcuni Padri della Chiesa, e molti autori spirituali sia medievali
che quelli più in voga al suo tempo.
E—paradossalmente—visse in un momento in cui
l’Inquisizione—impaurita, poiché vedeva errori e pericoli dappertutto--mise
nell’indice dei libri proibiti quasi tutti i libri spirituali in volgare
che Teresa possedeva, ordinando di distruggerli, cosa che lei fece
obbedientemente. (« Sarò io -le disse Cristo - il tuo libro vivente »).
Ebbene, questa donna, che avrebbe voluto essere
lasciata in pace a filare la sua rocca, dovette scrivere per obbedienza,
nell’ultima fase della sua vita, dai 50 ai 67 anni, quando-se si tiene
conto dell’età media del tempo-aveva un’età che oggi corrisponderebbe a quella
di una donna di 70-80 anni.
Scrive con un tratto di penna così incisivo che
i grafologi restano impressionati perfino del tratto così marcato e giovanile
che la penna traccia sul foglio.
Ha raccontato per iscritto la sua Vita,
soprattutto quella interiore come si racconta un viaggio al centro della propria
anima. Ha raccontato i lunghi viaggi compiuti per le strade di
tutta la Spagna e le avventure corse durante le sue varie Fondazioni. Ha
scritto libri di spiritualità (Cammino di Perfezione) per insegnare alle
sue suore e ai suoi amici come si prega, per reagire all’editto
dell’Inquisitore che ha fatto bruciare gli altri libri, creando qualcosa di
nuovo. Ha scritto migliaia di Lettere in cui dialoga coi personaggi più
diversi (dal re, ai teologi, ai confessori, ai suoi collaboratori, ai familiari,
ai suoi frati e alle sue suore), lettere che ci offrono un panorama stupendo
non solo della sua attività e dei suoi interessi, ma anche delle affinità che
ella è capace di far sorgere e di alimentare: non c' é movimento ecclesiale del
suo tempo che non l’abbia vista interlocutrice attenta e piena di simpatia.
Una bella espressione di quel tempo ci dice che
molti, perfino il Re Filippo II « ricevevano le sue lettere come dottrina
viva per il loro bene ». E infine, nell’ultimo periodo della sua vita, scrisse
il suo capolavoro: il Castello interiore.
Lo scrisse per obbedienza, non senza resistenze.
Disse:
Perché vogliono che io scriva? Lo facciano i
dotti, quelli che hanno studiato: io sono ignorante e non saprei esprimermi;
finirei per mettere mi vocabolo al posto di un altro... mi lascino filare con la
mia rocca, attendere al coro e agli uffici della vita religiosa con le altre
sorelle. Non sono tagliata per scrivere, non ho salute né testa per questo
lavoro...
E difatti la sua salute non era buona: i mal di
testa erano sempre più frequenti, le preoccupazioni sempre più assorbenti, non
ultima quella dell’Inquisizione che intanto stava esaminando puntigliosamente il
libro della Vita.
Scrive il Castello interiore in cinque
mesi: parte di getto, parte con continue interruzioni dovute a viaggi o
imprevisti.
Molti di voi forse sanno che anche in questo
nostro secolo è stato scritto un libro celebre intitolato Il Castello. -
un romanzo di Kafka in cui il protagonista è chiamato dal Signore del Castello,
è assunto con regolare contratto, abbandona tutto per recarvisi, ma poi si trova
nell’assurda situazione di non potervi entrare e di non potersi neppure
allontanare. Appartiene al Castello perché ha un contratto da rispettare, ma
non può entrarvi perché nessuno ha bisogno di lui e il Castello sembra non
avere alcuna porta. E' impenetrabile.
Con questa parabola angosciante Kafka voleva
descrivere l’assurdità a cui è approdato l’uomo moderno.
Ebbene, trecentocinquant’anni prima, Teresa d’Avila
aveva invece descritto un Castello, quello dell’anima, ricco
di molteplici dimore e migliaia di stanze tutte disposte concentricamente
attorno alla dimora centrale, quella più intima, nella quale abita Dio Trinità
e da cui emana uno splendore intensissimo che si riflette in tutto il Castello.
Certo più si è lontani dal centro, più il
fascino può essere solo intuito; più ci si addentra, più si scopre la bellezza
di Dio e della dimora stessa, come se ci si avvicinasse al sole.
La porta d’ingresso, per tutti, anche per chi è
ancora nel freddo e nel buio del peccato, in compagnia di animali e dì rettili
che infestano la periferia del Castello, è la preghiera: chi prega come
può, senza rinunciarvi—anche se è ancora invischiato nei peccati—tiene comunque
aperta la porta e tiene vivo il desiderio di quel cammino che dovrebbe
percorrere. Soprattutto tiene la porta aperta a
Dio che può sempre far sentire il suo
irresistibile richiamo.
Una volta superato l’ingresso, sarà quel sentore
di sicurezza, di calore, di luminosità, di bellezza sempre crescente che
invoglierà l’uomo a camminare fino a quando s’incontrerà—già in questa terra—col
Signore del castello. Teresa descrive accuratamente tutte le tappe del
percorso creando immagini piene di poesia e di verità per spiegarle, una dopo
l’altra.
Quando, ad esempio, si giunge a quella dimora
decisiva in cui l’anima deve decidersi finalmente a lasciar fare a Dio,
abbandonandosi alla sua azione per essere da Lui trasformata, la Santa ci
racconta la parabola del baco, il piccolo verme che piano piano matura finché
comincia a secernere la seta, e con la seta si costruisce lui stesso la sua casa
dorata dove può nascondersi e morire, da dove poi rinascerà come splendida
farfalla bianca.
Commenta Teresa:
Questa casa è Cristo.., infatti la nostra vita è
nascosta in Cristo... Oh, grandezza di Dio, in che sublime stato esce l’anima
dopo essere rimasta per qualche tempo immersa nell’immensità di Dio e così
strettamente unita a Lui!
Teresa scriveva quando lei era ormai giunta al
centro del Castello della sua anima, quello che lei chiama « l’ultima
dimora ».
Chiedendo a una persona amica, di far leggere a
un teologo, in segreto, le pagine che descrivono questo punto di arrivo, Teresa
confessò umilmente:
Gli dica che la persona da lei conosciuta (cioè:
lei stessa) è giunta a questa dimora e gode la pace ivi descritta. Così la sua
anima è molto tranquilla.
Questa confessione non deve però trarci in
inganno: « Dio-—ha scritto un giorno Teresa—non vezzeggia le anime »:
più le ama e più fa loro percorrere tutta la strada percorsa da Gesù Cristo,
fino alla Croce. Così, per un disegno misterioso di Dio, negli ultimi giorni
della vita, le accadde ciò che, fino a qualche tempo prima, le sarebbe sembrato
impossibile: esperimentò quella che il suo biografo chiama la
« tristezza dei sentimenti sanguinanti
» e anche
« l’appuntamento con la solitudine ».
Il suo ultimo viaggio, affrontato con pena e per
pura obbedienza perché ormai si sentiva « molto vecchia e stanca », fu
tutto un seguito di umiliazioni e di delusioni: in un monastero, per una
questione di eredità, si vide male accolta e quasi cacciata; in un altro, la
Priora che le era sempre stata affezionata le si mostrò così ostile (per un
richiamo ricevuto) che la Santa afflitta non riuscì a prendere sonno
e la mattina se ne partì febbricitante, senza aver il coraggio di chiedere nulla
per il viaggio. Durante il lungo cammino si sentì male e chiese qualcosa da
mangiare; la suora che l’accompagnava non riusciva a trovar nulla e le portò,
piangendo dal dispiacere, qualche fico secco rimasto nella bisaccia.
Non piangere, figlia mia—le disse Teresa—,
questo è quello che Dio ci chiede adesso.
« Mi consolava—raccontò la
compagna—dicendomi che non mi dovevo affliggere perché quei fichi erano
veramente molto buoni e che tanti poveri non avevano neppure quel
piccolo dono ».
Finalmente giunse ad Alba de Tormes e chiese di
potersi subito coricare:
Mio Dio—disse-—come mi sento stanca, sono più di
vent’anni che non mi corico così presto.
Numerose emorragie la sfinirono. Stava nel suo
letto come una povera vecchietta e tutti la udivano ripetere:
O Dio, non disprezzare il mio cuore contrito e
umiliato.
Si sentiva afflitta al ricordo dei suoi peccati
e chiedeva perdono d’aver servito Dio così male.
Alle sue suore diceva di restare fedeli alla
loro vocazione e alla Regola e di non guardare il cattivo esempio che lei aveva
dato. Le guardava tutte attorno al suo letto e diceva:
Sia benedetto Dio che mi ha condotto in mezzo a
voi, come se loro fossero il suo rifugio e la sua protezione.
Ripeteva spesso, come per spiegarlo al Signore:
In fondo sono figlia della Chiesa
e aggiungeva:
Ti ringrazio, Signore Dio mio e Sposo della mia
anima perché hai fatto di me una figlia della tua Santa Chiesa Cattolica.
Le chiesero se voleva essere seppellita ad Avila,
in quel monastero che tanto amava. Si mostrò stupita oltremodo:
Gesù, disse, è mia cosa da chiedere questa? Ho
forse io qualcosa di mio? Qui non mi faranno la carità di un po’ di terra?
Raccontò il suo biografo:
« Alle cinque della sera
chiese il SS. Sacramento e stava ormai così male che non riusciva più a muoversi
nel suo letto... Quando si accorse che
giungevano con l’Eucaristia e vide entrare per la porta della cella quel Signore
che tanto amava—benché fosse così prostrata e avesse addosso una pesantezza
mortale che le impediva anche solo di rigirarsi— si sollevò senza l’aiuto di
nessuno, tanto che pareva si volesse gettare dal letto e bisognò tenerla...
Diceva:
O Signore mio, e mio Sposo, è giunta l’ora che
ho tanto desiderato. E' tempo ormai che ci vediamo. E' tempo che io venga, è l’ora
giunta... ».
Verso le nove di sera—poco prima di morire—il
volto le si illuminò in modo impressionante, divenne radioso e la mano che
stringeva il Crocifisso si serrò con tanta forza che non riuscirono più a
toglierglielo. Morì muovendo le labbra e sorridendo come se parlasse a Qualcuno
che era finalmente giunto.
Le suore di tutti i monasteri raccontarono poi
i prodigi che accaddero dappertutto, mentre la loro Madre moriva.
Quelle di Alba di Tormes raccontarono il
prodigio più delicato: c’era un piccolo alberello rinsecchito davanti alla
finestra della cella in cui Teresa moriva: non aveva mai dato fiori né frutti.
Ed ecco che, dopo quella notte, all’alba l’alberello era tutto coperto di fiori
bianchi come la neve. Ed era il 5 ottobre.
Questo perché, se Teresa aveva amato Gesù come
uno Sposo, ancor più Gesù aveva amato Teresa.
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