martedì 28 febbraio 2012

Movimento Ecclesiale Carmelitano : Dal Ritiro di Quaresima (Adro 25 Febbraio ) Appunti dalla Meditazione di Padre Gino Toppan

"QUARESIMA,TEMPO DI GRAZIA"

"La Tua grazia vale più della vita"...Se tutto il tempo è di Dio e se ogni istante è buono per questa grazia,questi 40 giorni di Quaresima sono giorni particolari in cui Dio vuole essere ancora più vicino all'uomo.
Vuole essere buono e misericordioso in modo particolare..
Bisogna prendere sul serio i 5 punti suggeritici da Padre Antonio su: (Eucarestia,Confessione,Preghiera,Comunità,Amore e perdono in Famiglia)
Gesù dice "Il Regno è Compiuto..è vicino..CONVERTITEVI E CREDETE AL VANGELO"
Gesù non perde tempo..taglia corto..Ti chiede di Convertirti..
Ma "Signore cosa vuoi che io faccia?"E' necessario fare Storia..decidere per la vita,decidere per l'Alleanza con Dio
PERCHE' OGGI NEL MONDO E' VENUTA MENO PERSINO LA SOFFERENZA DELL' "ASSENZA" DI DIO!!
 “Si è voraci, ma non sazi. A chi ha fame dell’Assoluto non viene
insegnata la relatività dei beni e degli appetiti terreni, ma l’assolutezza della relatività
che rende tutto ugualmente opinabile” (p. Antonio Sicari).

5 punti da ricordare:
-Dare un senso alla vita..la piaga del peccato ha bisogno del sangue di Cristo per guarire
-Gesù che soffre e muore è l'accusa più grande per noi,ma Gesù è l'amore più travolgente che può essere donato
-Che guardando le nostre opere possano ammirare Gesù Cristo
-La comunità,vivendo la fede,ci aiuta a correggerci e sostenerci per un amore più grande
-Ciò che deve sgorgare è la passione perchè Cristo sia conosciuto (Dio può far fiorire il Deserto)

Bisogna credere sempre che:
-La Grazia riscatta Tutto..Chi ha sbagliato può riscattarsi con la Misericordia di Dio
-Bisogna vivere alla Sua Presenza momento per momento..L'istante diventi grande come L'infinito..
-Bisogna convertirci e non aver paura di dare del tu a Dio con la coscienza della nostra SPROPORZIONE MA INSIEME CON LO STUPORE DELLA SUA PRESENZA.
"La via della perfezione parte dal riconoscere il nostro nulla " (S,Teresa di Gesù Bambino)

PADRE GINO HA CONCLUSO COSI' LA SUA MEDITAZIONE:
Senza Cristo, il niente! Senza Cristo tutto diventa amarezza. Senza Cristo non
possiamo fare nulla. Viceversa abbiamo la grande prospettiva insegnataci da
San Giovanni della Croce: “Miei sono i cieli e mia è la terra, mie sono le genti, i
giusti sono miei e miei sono i peccatori; gli angeli sono miei e La Madre di Dio
e tutte le cose sono mie; e lo stesso Dio è mio e per me, perché mio è Cristo e
tutto per me”.


(Appunti non rivisti dal relatore)

lunedì 27 febbraio 2012

Appunti dalla Scuola di Cristianesimo del 20 Febbraio

Bisogna lasciarsi affascinare e rapire dalle Pagine del Vangelo.

Lignano (esercizi Mec-Cappella con esposizione del Santissimo)
"E' al riflesso della Sua Luce che si può guardare ogni cosa, allora tutto si illumina ed è così bello vivere" 
S.Elisabetta della Trinità
"Guardando Gesù noi riusciamo a capire noi stessi"
Giovanni Paolo II
"Stare attaccati alla Sacratissima Umanità di Gesù Cristo" 
S.Teresa d'Avila
"Anche quando Gesù non parla,il Vangelo non sta tacendo (nel silenzio Dio si riserva il diritto dell'ineffabile)" Mario Luzi


Durante la Quaresima leggiamo ogni giorno una pagina del Vangelo...

sabato 25 febbraio 2012

Claudio Chieffo canta Liberazione n.2 .....Tu solo puoi aprire il nostro cuore....farci sentire come nati ieri....

                 
  Come La Samaritana e L'adultera del Vangelo possiamo essere incontrati e liberati............


..

Fiorella Mannoia - Se solo mi guardassi -Quaresima 2012....Lo sguardo di Gesù , lo sguardo degli "Altri"

      
   In questa Quaresima aiutiamo 
chi ci ricorda il volto di Gesù e
 le sue Parole : "HO SETE !"
attraverso
 www.puntomissioneonlus.org/

DON PRIMO MAZZOLARI- CRISTO CI PARLA E HA BUONE NOTIZIE PER NOI...

BELLISSIMA PAGINA DI DON MAZZOLARI.....

Non voglio obbligarvi a quest'incontro se non ne sentite la voglia: né pregiudicarlo col dirvi Chi Egli sia per me.
Siete liberi di andargli incontro o di voltargli le spalle e di accostarlo come vi piace e se vi piace.
Egli non se n'offende, se dopo essere stati da Lui, credete di non poterlo seguire.

Una sola cosa vi chiedo: lasciatelo parlare. Dopo, farete come vorrete.
Lo sappiamo cosa ci può dire: le solite cose.
Ecco, potrebbero anche non essere le solite cose, perché il Vangelo non è mai la solita cosa quando uno lo legge sul serio e nel cuore ha quel che ci avete voi, adesso.
D'altronde, rivedere ancora una volta prima di buttarla via una cosa anche di poco valore, quando a portata di mano non abbiamo più niente, non è poi da insensati.

Che abbiamo di nostro? Chi è dalla nostra parte?
Facciamo un bilancio di ciò che ci è rimasto: delle certezze sopravvissute alla catastrofe, dei sentimenti e degli affetti ancora vivi, delle luci sulla nostra strada... e ditemi se non ci convenga interrogare ancora una volta Cristo, stargli vicino un attimo. Vicino a un povero, a un reietto, a un condannato, a un crocifisso... non vi potete trovare a disagio. Cristo è dei vostri, non v'è ragione che vi mostriate diffidenti.
E s'Egli è venuto, è venuto soprattutto per voi: se ha parlato, è soprattutto per voi se ha parlato. Ed è morto perché voi non foste soli quando incomincia l'agonia.
Può darsi, se l'accostate cosi, che le impalcature di ogni genere che gli avete visto d'intorno, non le vediate più; che parecchie cose che continuano a circolare sotto il suo nome, non siano sue: che lo vediate finalmente, com'è e come vuole essere visto: fratello, guida, salvatore... in un momento in cui non abbiamo né fratelli, né guide, né salvatori.
Permettete che vi stia da presso mentre leggete il Vangelo? che vi segni, col dito, la pagina, la parola?
Non ce ne sarebbe bisogno se non aveste l'occhio sospettoso e la mente ingombra di pregiudizi.

Il titolo non cercatelo in un sapere che non ho, ma nel comune soffrire, che spianandomi il cuore mi mostra ciò che voi cercate e chiedete.
Sono sicuro, dopo averLo ascoltato insieme, di poter dire col vostro interiore consenso: - Ecco, Egli è con noi, «la pietra d'angolo» della novità che vogliamo.
Ma se non è neanche esistito? Lo dicono un fantasma, un mito...

....Incomincio a capire che vi possa essere gente cui torni piacevole che Gesù sia un fantasma. È l'unico personaggio della storia che si vorrebbe non fosse esistito. E non per gusto di sapere esatto o di documentata certezza, ma per un segreto inconfessato desiderio di non ritrovarselo vicino, neanche sulla strada del passato.

Gli altri uomini, grandi o infami, sono memoria e polvere: Cristo, no, è presenza.
Comincia a diventare interessante uno che gli uomini non vorrebbero che fosse! Non può essere uno qualunque se. Lui o qualcosa di Lui è così1 vivo e inquietante da desiderare che non fosse.
Voi lo conoscete poco, siete indisposti verso di Lui: eppure come vi dissi che vi avrei parlato di Lui, vi siete fatti attenti. I fantasmi e i morti - son venti secoli che Cristo fu Crocifisso - non afferrano così.
Prima ancora di sapere bene chi Egli sia - uomo o Dio fatto uomo - ci sentiamo legati a Lui, e lo dichiariamo in tanti modi, anche bestemmiandolo. Mi si stringe il cuore quando vi sento bestemmiare; ma non mi fate paura. Anche questa è una testimonianza, e una maniera di dire che Egli è.

dove sta di casa?

Vi aspettate la solita risposta: in Chiesa. Sì, anche in Chiesa e in un modo particolare. Ma se vi rispondessi così, tirereste diritto.
- Non ci interessa quel Cristo, non si può discorrere con quello. Lo fan parlare in un certo modo che quando siamo in Chiesa, non lo sentiamo più. Sarà quel che volete, ma non è nostro. È borghese, uomo d'ordine: buono, sì, tanto buono e misericordioso tanto: ma non è così che noi lo vogliamo misericordioso e buono.
Perché vi so indisposti verso quella casa del Signore (una di quelle tante case del Signore, non l'unica) non vi conduco là, tra povere donnette, qualche bambino e qualche vecchio, quasi fosse un ricovero la casa del Signore. Egli sta dovunque: non lo sapete? E potete trovarlo dovunque e ascoltarlo parlare dovunque.

Faccio la parte di Giovanni Battista: lo vedo passare e vi dico: - Eccolo -.
Seguitelo per la strada. Gesù voltandosi vi domanda: - Chi cercate? - Voi gli dite: - Maestro, dove stai?
Ed Egli vi risponde: - Venite e vedrete.
Per andare a Lui non occorre che vi vestiate a festa, né che facciate il segno di croce, se non ne avete voglia, quantunque un povero corpo come il vostro, elle, da quando è nato non fa che portar croci, non ci perde se si indica con una croce.
Egli viene dove volete, dove vi piace, avendo preso dimora con voi: in casa vostra, nella fabbrica, all'osteria, in piazza. Ovunque andiate, Egli vi segue: vi ha anzi preceduto. Egli occupa ogni cosa nostra, e ogni nostra abitazione da quando si è fatto uomo per stare con noi.
Né occorre v'inginocchiate. Continuate pure a lavorare: finite in pace il vostro bicchier di vino. Non vi guarda male perché bevete un bicchiere. Era amico anche di quei che bevevano: e i morigerati, coloro che non si ubriacano perché bevono quanto vogliono tutti i giorni, dicevano, intendendo togliergli il credito, che Gesù era amico degli ubriaconi e della gente di malaffare.
Se siete seduti, vi siede accanto: se camminate, è pellegrino: se lavorate, operaio: se piangete, lo vedete piangere. «Son beati gli occhi che piangono»

e che faccia ha?

di un galantuomo.
Questo lo sapete anche voi. E la faccia di un galantuomo, che è poi la vostra di faccia, se ne incontrate una, non vi farà, credo, dispiacere.
Non sono incontri frequenti, in nessuna stagione.

e come è vestito?

Come voi, da povero. E ce l'ha il vestito fin che glielo lasciano: perché viene un giorno che glielo strappano e lo tirano a sorte, e Lui è lasciato nudo, per poterlo meglio stendere sulla croce e più agevolmente inchiodare. Come voi in guerra, che certi giorni on avevate neanche più il pastrano, neanche più la giubba, neanche più i calzoni...
Ve li mangiava la sabbia, la roccia, il fango, l'acqua. Ve li mangiavano gli uomini delle retrovie, gli stessi che vi dovevano vestire.

e che cosa fa?

Quel che fate voi. Egli è malato, pellegrino, senza casa, senz'acqua, senza lavoro, senza pane, senza patria, come voi. È un vostro compagno, un camerata.
Non un crumiro, non uno che taglia la corda quando la si fa brutta...
Tira fino all'ultimo, è fedele fino all'ultimo, Non diserta, non scappa...
Se anche gli altri scappano, Egli non abbandona il suo posto, si lascia prendere, condannare, e porta fin sul Calvario la sua croce: la sua e la nostra. Anche se non Gli andiamo dietro.


- Se è così ditegli pure che ci parli.

Sapevo che Gli avreste concessa la parola. Fa piacere sentir discorrere un galantuomo, uno che ha tribolato, che è stato anche dentro, e che ha pagato in tal modo.

la parola a Cristo.

Non ne è lusingato: è però contento che lo lasciate parlare.
Cristo non si alza come uno che deve fare un discorso. Chi vuol bene veramente e ha cose importanti da dirci,. non fa discorsi; parla a tu per tu.
Ma prima di parlarci nell'intimo, cerca se qualcuno è disposto a leggere per lui le parole che un giorno ha rivolto a tutti e che sono raccolte in un libro che si chiama il Vangelo, cioè il libro delle buone notizie di Gesù agli uomini.
Non posso dirgli di no; non voglio dirgli di no. Non è un mestiere facile leggere per lui, ripetere le sue parole. Ho paura di tradirle.
Ci vorrebbero ben altre labbra e ben altro cuore!
Ma so che, dopo, Lui vi parlerà e ciò che io non ho saputo dirvi, Egli ve lo dirà in maniera sicura, autorevole e dolcissima. Ciò che importa adesso è che vi prepariate ad ascoltare Lui, quando nel segreto della vostra coscienza, Egli stesso, prenderà la parola....      DON PRIMO MAZZOLARI

FRANCOIS MAURIAC - LA SAMARITANA

La sesta ora. Fa caldo. La donna si sente chiamare. Quel giudeo le rivolge la parola? Ma sì! "Dammi da bere" ha detto. Immediatamente, civettuola e beffarda, risponde a quello sconosciuto in sudore.
«Come? Domandi da bere a me che sono samaritana?»
« Se tu conoscessi il dono di Dio, e chi è colui che ti dice: dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli t'avrebbe dato dell'acqua viva.»
Guercino-Cristo e la samaritana

Il Cristo brucia le tappe; questa parola è incomprensibile per la samaritana; ma egli è già penetrato come un ladro in quell'anima buia. Ciò che ella doveva provare era d'essere investita da ogni parte, e che lo sconosciuto di cui vedeva il viso molle di sudore e i cui piedi erano grigi di polvere, la occupava nell'intimo, la invadeva: e che quell'onda vivente era irresistibile. Interdetta, cessava di beffeggiare, e come tutte le donne si abbandonava subito a delle domande infantili .
« Signore, tu non hai nulla per attingere, e il pozzo è profondo. Onde adunque avresti quest'acqua viva? Sei forse maggiore del nostro padre Giacobbe che ci diede questo pozzo, e ne bevve egli stesso, e i suoi figliuoli e il suo bestiame? »
Gesù non ha tempo da perdere: con un impaziente spintone la immerge in piena verità. Dice:
«Chiunque beve di codest'acqua avrà ancora sete. Ma chi berrà dell'acqua ch'io gli darò non avrà giammai sete in eterno. E l'acqua ch'io gli darò diverrà in lui una fonte d'acqua zampillante in vita eterna. »
Ogni parola del Signore dev'essere presa alla lettera... Gli è che molti hanno creduto essersi inebbriati di quell'acqua, e si sono ingannati, e non era quella di cui parla Gesù; poi che, avendo bevuto, hanno ancora sete. Nondimeno la donna rispose:
«Signore, dammi di codest'acqua acciocché io non abbia più sete e non venga più lì ad attingere. »
« Va', chiama tuo marito, e vieni qua. »
Sempre lo stesso sistema per convincere i semplici: quello di cui s'è servito con Natanaele, quando gli aveva detto: "Ti ho visto sotto il fico". Rivelava loro d'un tratto la conoscenza ch'egli aveva della loro vita, o meglio il suo potere d'insediarsi in loro, di stabilirsi nel cuore dell'essere; ed è perciò che, quando la samaritana gli ebbe risposto: "Io non ho marito", egli replicò:
«Bene tu hai detto: non ho marito. Perché tu hai avuto cinque mariti, e quello che ora hai non è tuo marito: questo hai detto con verità ».
La donna non apparteneva alla stirpe regale di Natanaele e di Simone, di quelli che subito cadono in ginocchio picchiandosi il petto. Non è anzitutto che una colpevole presa in flagrante delitto e che, per istornare l'attenzione di questo Rabbi troppo chiaroveggente, porta il dibattito sul piano teologico. Dopo aver balbettato: "Signore, io vedo che tu sei un profeta..." aggiunge precipitosamente:
«I nostri padri hanno adorato su questo monte, e tu, tu dici che è a Gerusalemme che conviene adorare...»
Gesù non si lascia trascinare: rimuove l'obiezione con qualche parola... Ma il tempo stringe: laggiù, ormai vicini, i discepoli stanno venendo con le provvigioni. Egli li sente parlare e ridere fra loro. Conviene tuttavia che il tutto si adempia al di fuori della loro presenza. La verità sarà dunque aperta in un tratto rapidissimo a quella poveraccia.

«L'ora viene, e già è venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in ispirito e verità. Sono questi gli adora tori che il Padre richiede. Iddio è spirito, e coloro che l'adorano conviene che l'adorino in ispirito e verità. »
E la samaritana:
« Io so che il Messia ha, da venire e ch'egli annunzierà ogni cosa. »
I passi dei discepoli risonano già sul sentiero: ormai non c'è più tempo. Per rivelare il grandissimo segreto che ancora non ha confidato a nessuno, Gesù sceglie quella donna che ha avuto cinque mariti e oggi ha un amante:
«Io lo sono, io che ti parlo. »


E in pari tempo, una grazia di luce è data a quella miserabile, così potente che nessun dubbio potrebbe intaccarla: si, questo povero ebreo stanco che aveva camminato al sole e nella polvere, e che moriva di sete al punto di mendicare un po' d'acqua a una samaritana, era il Messia, il Salvatore del mondo.
Ella rimase impietrita finché non ebbe inteso avvicinarsi coloro ch'erano con quest'uomo. Allora lasciata la secchia si gittò a correre come chi gli ha preso fuoco il vestito, entrò in Sichar, radunò la gente a gran grida: « Venite a vedere un uomo che m'ha detto tutto ciò che io ho fatto!»

Due giorni si trattenne fra i samaritani reietti, dando così ai suoi un esempio che invano sarà trasmesso al rimanente mondo. Perché se v'è una parte del messaggio cristiano che gli uomini abbiano rifiutata e respinta con invincibile ostinazione, è la fede nell'ugual valore di tutte l'anime, di tutte le razze, dinanzi al Padre che è nei cieli.

venerdì 24 febbraio 2012

I silenzi di Gesù di Mario Luzi -testo letto nella nostra Scuola di Cristianesimo

leggere il vangelo vuol dire tener conto anche di ciò che ci dice il poeta Luzi ..

I silenzi di Gesù

di Mario Luzi

Prolusione per l’inaugurazione dell'Anno Accademico dell’Istituto di Scienze Religiose ‘Italo Mancini’ dell’Univiersità di Urbino. 11 marzo 1995



Il Vangelo è un libro della parola di Gesù, ma se il Vangelo è il libro della Parola di Gesù, quale è il linguaggio di Gesù?
Diciamo subito: il linguaggio del Vangelo non è solo verbale, paradossalmente a me sembra che il Verbo si esprima di preferenza con altri modi, che il suo uso di parole sia molto parsimonioso. Non è, naturalmente, che quando la parola non parla, il Vangelo taccia. Il Vangelo opera sempre la comunicazione del verbo, è attivo sempre, l’azione del Vangelo è continua e con questo abbiamo già detto qualcosa forse di particolare, di essenziale nello stesso tempo, e cioè che questa azione - e credo il vocabolo sia stato usato appropriatamente (la Parola e tutto il linguaggio del Vangelo è azione, cioè è destinato a muovere, a determinare, a incidere sulla sostanza del vivente e sul corso della vita interiore, sulla storia dell’uomo) è sempre in corso. Se appunto non sempre è la parola in primo piano, il Vangelo parla lo stesso, il Vangelo ha il suo linguaggio, è attivo.

Ci sono le opere, ci sono i miracoli, ci sono le lunghe marce che noi possiamo intravedere attraverso i territori, ci sono le solitudini, c'è la ressa delle turbe fuori e dentro gli abitati, tutto questo fa parte del linguaggio e c’è allo stesso titolo delle parabole, c’è al pari degli ammaestramenti. La Parola quando interviene è per dire (sottolinerei questa parola), dire nel senso di enunciare, di pronunziare definitivamente. E a me pare anche questo di avere potuto registrare.
Io vi confesso che quando parlo dei Vangeli in genere sono portato a riferirmi a Luca non perché Luca sia lo scrittore, quindi goda le simpatie di un letterato; no, ma perché c'è una ragione molto semplice, che quando si preparava l’edizione biblica della Cei fummo invitati alcuni, come il professor Devoto, a rivedere il testo, quindi a riviverlo proprio parola per parola, a rifarlo nostro interiormente e anche intellettivamente con una puntualità massima, la massima che potevamo perseguire. E questo naturalmente mi ha come spostato con la mia abitudine mentale verso Luca.
Luca ha d'altra parte quel ritmo incalzante, quella calibratura del tempo interno della narrazione che certamente ha il suo effetto e può suggerire delle interpretazioni del comportamento del Messia, nel suo predicare, nel suo stare tra gli altri. E’ una lettura che non è solo una registrazione, una lettura che effettivamente interpreta e crea. Detto questo devo aggiungere: La Parola che interviene, quando interviene? Egli interviene sempre in un senso perentorio e in un senso definitivo; mi pare si presenti come una riconquista. La riconquista di che cosa? Come La riappropriazione di una virtù possibile dopo un gorgo, dopo un accumulo, dopo un'eccedenza del non detto, di quello che non è stato detto oppure è stato detto erroneamente. Allora questa parola interviene per affermare, per asseverare o anche per intimare un divieto, ma come si fa quando si è consumato qualcosa di molto improprio, sia perché si è taciuto su ciò che bisognava dire oppure si è detto qualcosa, ma si è detto erroneamente. Quindi il suo stile subito prende quel vigore, quella autorità che non è solo di correzione, ma è anche quella di affermazione.
CONCRETEZZA DELLA PAROLA. La prima osservazione che viene fatto di registrare nel nostro intimo e poi anche criticamente, magari, nella nostra facoltà di osservazione è l'estrema concretezza della Parola. Gesù non può parlare in astratto, infatti non parla in astratto. Deve parlare in prima persona, deve
proporre se stesso come unico e supremo argomento. Infatti non è uno degli interlocutori, non è uno che partecipa a un distacco a cui altri possono partecipare allo stesso titolo, non è uno che disputi su qualcosa, su un tema, su un argomento, su un principio o delucidi una verità, ma è egli stesso la Verità. La sua opera di convinzione è perentoria e rapida. Basterebbe vedere come arruola i suoi fedeli, i suoi discepoli: sono due, tre parole e basta. La sua vittoria è immediata e qualche volta assomiglia ad una rapina, perché effettivamente porta via le persone, porta via dietro di sé i titubanti, oppure gli incerti senza dare respiro. Quindi l'estrema concretezza di questo dire che ha un'origine e un riferimento preciso. E’ irrevocabile. Concreto questo linguaggio, concreta anche questa parola, nel senso che gli oggetti e anche i riferimenti a cui ricorre il suo magistero sono altrettanto concreti. Questo è stato osservato ad abundantiam, sempre lo si evoca come prova di concretezza. Sono argomenti e oggetti presi dal paesaggio naturale e umano della regione in cui si svolge l’azione, dalla quotidianità, e anche dalla proverbialità perché qualche volta ci si riferisce evidentemente a degli esempi e storie che erano nella cultura popolare del tempo, del paese e della contrada. Detto questo, dalla concretezza passerei a osservare invece quello che forse è ancora più importante ed è l’assolutezza. 

ASSOLUTEZZA della PAROLA. Nei Vangeli non c’è posto per il conversare interlocutorio. Non che non possiamo supporre, non possiamo immaginare che un parlottare ci sia intorno a Gesù, ma solo in disparte, solo discosti da lui i discepoli sembra che si confidino le loro cose, si intrattengano sulle loro preoccupazioni familiari, domestiche. Tutto questo si può percepire forse dai testi della Vulgata, ma i casi e i particolari non figurano, non sono scritti. Il discorso di Gesù cala a picco sui discepoli dal suo silenzio, ed è un discorso essenziale, mirato, abitato dalla profezia. La Parola è richiamata al suo compito primario, che è quello di dire, di proferire non di divagare o di intrattenere. Ha questa energia e questa verità. Il linguaggio di Gesù è assoluto come quello che contiene la verità e non deve cercarla. La disputa che allunga il discorso e lo rende interminabile tra gli uomini di qualunque levatura sino al supremo filosofo è soppressa. Qui non c'è, perché? Gesù è la verità, la sua parola contiene la verità e non deve cercarla, deve asseverarla e comunicarla; per questo qualche volta appare coperto e un po' sibillino a coloro che lo ascoltano e sono ancora troppo distanti dalla verità o non si sono ancora inseriti nel suo modo di comunicare.
Tra coloro che l’ascoltano e se stesso e anche tra i discepoli e se stesso, non solo quindi tra le turbe, le moltitudini, ma anche tra i discepoli e se stesso, Gesù mette spesso il silenzio. Questo silenzio è come una sintassi che lega nel racconto i tempi della cronaca e lega nel linguaggio le varie parti, le varie componenti. Anche il silenzio richiama la parola alla sua fonte, alla sua scaturigine perché la parola viene dal silenzio e torna al silenzio, dopo avere però espresso, detto, detto veramente, il suo messaggio. E questo silenzio si sente. Anche questo non è molto detto, ma si sente; e anche per questo io prediligo il testo di Luca che fa sentire questi silenzi, li scolpisce direi. Il silenzio esalta la parola; infatti quello che oggi mortifica la parola è la mancanza di silenzio. La parola viene da altre parole. La parola è moltiplicata, è usata in eccesso più per non dire che per dire, più per dissimulare un pensiero oppure per simulare un pensiero inesistente. Noi sappiamo che questa è  la malattia del nostro tempo: tutti gli strumenti che noi stessi ci siamo creati ci invitanio a rifiutare la dimensione così profonda del silenzio, che è il rapporto essenziale con la parola, come il deserto è un termine di rapporto essenziale con la società, la sociabilità; per cui abbiamo il ritiro nel deserto, l'esperienza del deserto, il raccoglimento nel silenzio: sono parti essenziali dell'esperienza religiosa, delle origini e del periodo del primo cristianesimo, del grande cristianesimo iniziale oltre che esempio tratto dalla vita di Cristo e da Cristo stesso.
Ci manca questo silenzio e allora noi possiamo anche percepire con una certa vertigine la presenza del silenzio tra le parole che Cristo dice, tra i momenti in cui è disposto a ricevere e a dare e i momenti in cui si concentra sul suo destino, sulla sua natura, sul suo compito. Questo silenzio è anche, secondo me, un'affermazione imponente. Ci dice che va preservato il diritto divino dell'ineffabile; c'è qualcosa che non si può dire, che non si può dire con parole e che però fa parte ancora di quel linguaggio più vasto di cui vi dicevo all'inizio perché il Vangelo appunto non è solo verbale. Questo è splendido, questa potenza del silenzio che vuole quasi garantirci che c'è un ineffabile, qualcosa che non può essere pattuito con l'economia delle parole umane, ma che ha il suo eloquio ugualmente come scansione, come tempo interno delle parole che invece si possono dire. Questo silenzio che a volte si alza tra Gesù e i suoi, siano essi i discepoli, siano essi gli ascoltatori, e che si alza qualche volta anche tra l'uno e l'altro dei discepoli. C'è qualche passo in cui certe cose rimangono non dette, isolate.

Il silenzio interminabile è il continuo della predicazione, del magistero; è educativo al massimo perché accumula profondità; è come la differenza che distingue Gesù dagli uomini.
Gesù si è fatto uomo, ma a un certo punto è più forte in lui la correlazione con ciò che è al di sopra; con il suo superiore universo. Non è una distanza che egli vuole riconquistare, ma una necessità interiore di far sentire la differenza. Anche con questo comunica il mistero. C'è qualcosa che non è alla portata della parola degli uomini, non riducibile alla loro parola. Questo equivale a dire che c'è un mistero; ed è un mistero che non nasconde, ma anzi si illumina come tale, si comunica come tale. Cosa secondo me
molto bella e grande (ma meriterebbe naturalmente tutta un'altra trattazione). Il mistero è un vocabolo che noi usiamo e di cui abusiamo e abbiamo troppo abusato; ­perché in fondo è anche comodo; quello che non è intelligibile lo chiamo mistero: per cui hanno avuto buon gioco i filosofi dell'ottimismo positivista o gli scienziati euforici del positivismo quando nel mistero vedevano l'ignoranza. Vedevano la prova della superstizione, la prova di tutto ciò che essi imputavano alla religione o alla metafisica, come negativo. Ma mistero è una forma, invece, di conoscenza. C'è una conoscenza per mistero, come c'è una conoscenza per idee e anche per formule, se volete.
Nei Vangeli, mi sembra, la presenza del mistero non solo aleggia, ma è proprio palpabile, sensibile, e nel linguaggio del Vangelo è inclusa anche la presenza del mistero come nozione non negativa. Non come un divieto a conoscere, ma anzi come un'offerta di conoscenza. La parola che emerge dunque dal silenzio, da quel silenzio, ha una forza straordinaria di intimazione. Come tale si presenta più volte e allora, quando si presenta come intimazione (ed è molto frequente) porta uno sconvolgimento nella logica abituale. La logica ordinaria, che si era per abitudine e per educazione incrostata nella mente degli ascoltatori, deve far posto invece a qualcosa che era imprevedibile: la forza di rottura che ha questa parola, la Parola, che viene a fare giustizia di luoghi comuni, di credenze convenzionali che erano più lettera morta che spirito. Gesù parla sempre senza un'intesa preventiva, non ha quel tipo di complicità che hanno spesso gli oratori i quali sanno di avere già fatto breccia oppure sanno di avere già nella cultura degli ascoltatori un assenso o un consenso. Parla solo; sa di essere solo, sa di essere nuovo, sa di essere uno. Cosi parla Gesù e gli altri sono tutti sullo stesso piano di ignoranza, se vogliamo. Non che ci sia disprezzo, ma c'è la consapevolezza che gli altri non sanno perché non hanno ancora avuto la vera rivelazione. Ignoranza di non sapere, tutti, inclusi i dotti e gli scribi come voi sapete.

ECONOMIA DELLA PAROLA. La parola e le parole. Gesù divide il pane con i discepoli, si disseta con loro alle rare fontane, si ferma con loro nelle stesse mense ospitali, cammina con loro nel polverone sollevato dalle turbe che lo accompagnano per le strade di Galilea; ma quando parla, parla dalla sua solitudine e dalla sua necessità. La parola risulta cosi posta in alto, su tutto. Chiaro l'avvertimento: che non abbiamo cioè il diritto di dire parole inutili, di avvilire questo dono: «Vi dico invero che di ogni parola oziosa gli uomini avranno detto renderanno conto nel giorno del giudizio. Infatti sarai assolto secondo le tue parole e secondo le tue parole sarai condannato». Qualora avessimo dubbi sulla priorità della parola nel complesso dell'umano, ecco, siamo serviti.
La parola che nasconde e non apre il pensiero o lo dissimula, quella degli scribi, dei farisei, dei maliziosi, degli infidi, Gesù non si cura neppure di correggerla. Li mette alle strette, li sbaraglia, disdegna di persuaderti. Del resto non è un dottore ma un Maestro. Tutti i mezzi e i modi sono buoni per insegnare davvero: il grande discorso della Montagna, le parabole, i detti concisi; i bruschi richiami, talora impietosi verso inveterate superstizioni, le care abitudini, i formalismi, gli ossequi vuoti e anche verso gli affetti gelosi della famiglia.

Giovanni Paolo II -frase citata nella Scuola di Cristianesimo

Nella mia prima enciclica «Redemptor Hominis» ho scritto: «L'uomo che vuole comprendere se stesso fino in fondo, - non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere - deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo» («Redemptor Hominis, 10). 
Cristo è la parola di verità, pronunciata da Dio stesso, come risposta a tutti gli interrogativi del cuore umano. E' colui che ci svela pienamente il mistero dell'uomo e del mondo.

giovedì 23 febbraio 2012

Don Giussani-Qualcosa di eccezionale-Aperta la causa di Beatificazione del Fondatore del Movimento di Comunione e Liberazione

   
Tanti di noi sono riconoscenti a questo sacerdote perchè ha destato,nella dimenticanza di Cristo che c'era in loro ,nel  mondo e negli ambienti di vita,
 la novità e l'eccezionalità di una proposta 
unica d'amicizia con Dio e tra di essi..
..Per la nostra Scuola di Cristianesimo, 
proponiamo questo video..

mercoledì 22 febbraio 2012

Senza Cristo tutti i nostri amori resterebbero incompiuti.

.Questo scritto di Padre Antonio viene inserito all'inizio della nostra Quaresima perchè in questi 40 giorni di preparazione alla Pasqua dobbiamo curare di più i nostri rapporti d'amore in famiglia..cercando di vivere bene il punto che P.Antonio ci ricordava sul perdono ..

"..Qualunque sia la nostra posizione umana o il nostro ruolo storico, l’amore possiamo esperimentarlo alla radice del nostro essere sempre e soltanto come figli: tutti familiarmente schierati, con Cristo, davanti al Padre celeste; tutti protesi a imparare e gustare la Sua Paternità.
Due sposi hanno amore di sposi, se l’uno ama la filialità dell’altro e la protegge. Perfino il fatto che il matrimonio sia un sacramento, significa che i due sposi hanno la vocazione e la missione di condursi reciprocamente al Padre e di aiutarsi nel cammino verso di Lui. Se un matrimonio fallisce, l’origine del fallimento non è nella relazione di coppia (come siamo subito inclinati a pensare), ma nell’irrispettosa e lunga dimenticanza (e mancata custodia) della reciproca filialità. Se un matrimonio può essere ricostruito, ciò non accadrà soltanto ripulendo le incrostazioni del rapporto o perdonandosi le reciproche offese, ma riscoprendo quella purezza che ai figli è sempre possibile (perché ad ambedue appartiene l’eredità lasciata dalla parabola del “figlio prodigo”).
Il giorno in cui un coniuge vede morire l’altro coniuge non è il giorno in cui si spezza il vincolo sponsale, ma il giorno in cui esso è perfettamente adempiuto, se l’uno ha aiutato l’altro a gettarsi nelle braccia del Padre celeste.
Due genitori hanno vero amore di genitori se educano amando, nella filialità della prole, la propria stessa filialità. I fratelli non riescono ad amarsi davvero come membri di una stessa famiglia, se prima non si sentono figli dell’unica famiglia di Dio.
Un figlio non può amare con tenerezza e rispetto il genitore malato e invecchiato (soprattutto quando costui regredisce dolorosamente verso l’infanzia) se non lo vede come “il bambino del buon Dio” (come Teresa di Lisieux definiva il proprio papà malato di Alzheimer). E gli altri non potranno essere accolti come prossimo da amare se non li si contempla nella prossimità filiale che ciascuno di essi ha col Padre celeste.

Senza Cristo - l’amore del Figlio di Dio fatto carne - tutti i nostri amori avrebbero, via via, nomi diversi e diversa qualità, ma resterebbero tutti incompiuti. Con Cristo ogni amore suppone un’originaria relazione filiale e un filiale compimento: in chi ama e in chi è amato. In chi deve amare e in chi deve essere amato....
 (Padre Antonio Sicari )

da "Passion" - Gesù e l'adultera.......Sguardi di vita nuova...grazie al perdono...

                                            
Gesù non si scompone dinanzi all'adultera. 
Invece si mostra duro verso quelli che erano scandalizzati a causa del suo perdono.
 In questi due atteggiamenti è il cuore del Vangelo 
 Due cose mostra Gesù: il perdono e il cambiamento di vita, chiesti a tutti, ma soprattutto a quelli che si ritengono giusti e migliori degli altri, i più difficili a convincersi di essere in errore. Verso la donna portata in piazza come spettacolo (ma dove sono gli uomini che erano con lei?) 
Gesù ha un supplemento di amicizia e di misericordia. 
La invita a non volgersi al passato per rinnegarlo e maledirlo, ma di aprirsi al futuro e di guardare avanti per una nuova possibilità di vita.
 Siamo nel mezzo della lotta tra la luce e le tenebre del male.  La luce è portata da Gesù, l'accecamento invece è frutto del male dell'uomo ed è paragonato al buio della notte. La luce smaschera l'ipocrisia e rivela il volto del Padre ricco di compassione e grazia di perdono. Il tutto in due frasi potenti e fulminanti: "Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei" e "Va', e d'ora in poi non peccare più".
Gesù non condanna, ma fa cominciare una vita nuova. 
Alla fine ciò che conta davvero è il futuro.
Non ci è dato sapere cosa Gesù  scrive per terra. Conta il suo silenzio davanti alla requisitoria di scribi e farisei e, più ancora, le sue parole. Eppure ci piace pensare che, a somiglianza di quello di Dio dinanzi a Mosè sul Sinai, il dito di Gesù incideva le tavole della nuova legge nel cuore dell'uomo.
Gesù sta per riconciliare l'umanità con Dio.
 

Adriano Celentano - Il Forestiero (canzone cantata alla Scuola di Cristianesimo di Lunedì 20 Febbraio a Brescia)

   
Questo è il Celentano che ci piace...il valore di quello che dice con questa canzone supera ogni telepredicazione...e noi vorremmo rivalutare questo....perchè sono le Sue parole a dissetarci...


martedì 21 febbraio 2012

DACCI SIGNORE DELL'ACQUA VIVA ! (Canto e riflessione)

                                          
Racconta l'evangelista Giovanni. Gesù giunse ad una città della Samaria chiamata Sicar, vicino al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù, stanco del viaggio sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria per attingere acqua. Le disse Gesù: "Dammi da bere". (Gesù era rimasto solo) perché i suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. La Samaritana rifiuta di offrire l'acqua a Gesù, "perché i Giudei non mantenevano buone relazioni con i Samaritani".   Gesù non si scompone, ma rilancia una incredibile offerta: "Se tu conoscessi il dono di Dio e colui che ti dice: "Dammi da bere!" Tu stessa gliene avresti chiesta ed egli ti avrebbe dato acqua viva". E la donna, ancora rinchiusa nella sua mentalità tutta terra-terra, osserva, non si sa se con un velo di curiosità: "Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo: da dove dunque hai quest'acqua viva?...Gesù rispose: "Chiunque beve di questa acqua del pozzo avrà ancora sete, ma chi beve dell'acqua che io gli darò non avrà più sete; anzi l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna". E la risposta generosa della donna è :"Signore, dammi di quest'acqua perché non abbia più sete, e non continui a venire ad attingere di quest'acqua" (Gv. 4,5-42).
 E' giusto sottolineare alcuni aspetti che colpiscono ed aprano veramente occhi e cuore sul modo con cui Dio si avvicina all'uomo: ossia a ciascuno di noi. Anzitutto l'incontro. Pare quasi casuale, normale, che Gesù si faccia trovare a mezzogiorno presso un pozzo, che può offrire solo acqua ed a cui tutti vanno per spegnere la sete. Acqua da pozzo. Ha tutta l'aria della normalità che quella donna vada a mezzogiorno ad attingere acqua allo stesso pozzo. E così Gesù, il Cristo, Colui che davvero poteva guardare nel fondo degli occhi il vuoto dell'anima di chiunque e riempirlo di amore, si trova di fronte ad una donna diremmo noi, casualmente. Il discorso va subito alla sostanza, ossia al perché del trovarsi lì: bisogno di acqua. La donna può offrire l'acqua del pozzo, quella che toglie la sete. E Dio solo sa come sia necessaria l'acqua all'uomo. Facile morire assetati: avviene ancora oggi in tante parti del mondo ed è un pericolo che incombe su tanta parte della umanità. Davanti al rifiuto, Gesù scopre le sue carte e subito fa generosa offerta, inaspettata offerta dell'acqua di Dio: quell'acqua per la vita del cuore che solo Dio sa dare in maniera traboccante, fino a divenire sorgente per chi ne fosse privo. La donna neppure interroga Gesù di che natura è quest'acqua, che Gesù offre. Chiede che le sia data subito. E inizia così il discorso di una conversione di vita: ossia del passare dal saziarsi di acqua di pozzo, al vivere di sorgente di vita. E la donna alla fine si fa conquistare fino a comunicare alla città della sua scoperta. 

Riflettiamo bene su questo evento. Noi uomini quasi ci distinguiamo per la grande sete che abbiamo: ma il più delle volte è sete che non fa bene: sete di ricchezza, sete di piaceri, sete di tante cose che sono acqua da cisterne avvelenate. E' sete che ci fa morire. Poche volte sulle nostre labbra o dal nostro cuore esce la preghiera del salmista: "L'anima mia ha sete di te, mio Dio!" E si ha come l'impressione che non ci sia tra noi chi sappia davvero darci quell'acqua viva, quella di cui parla Gesù alla donna. Un'acqua che gli uomini di fede sanno attingere dalla Parola di Dio, dalla preghiera, da una vita vissuta sulla misura della ricerca della santità. Abbiamo bisogno anche noi di trovare sul nostro cammino Gesù, che si fa incontro nei modi più impensati, sempre nella apparente normalità della vita per "dissetarci". E Lui, quando meno lo pensiamo, si fa incontrare. Sono tante le occasioni, credetemi, in cui anche per noi c'è "un pozzo" presso cui è fermo Dio ad attenderci. Perché ci vuole bene e vuole che abbandoniamo i pozzi avvelenati ed accettiamo il suo amore. Sarebbe finalmente l'evento, l'incontro, che ci fa uscire dal nostro camminare a vuoto, come spenti alla vita che invece è davvero una sorgente che zampilla speranza, gioia. 
Come lo è per tantissimi ancora oggi. (Mons. Antonio Riboldi)