domenica 13 luglio 2014

Antonio Socci :LA STORIA DEL BAMBINO CHE E’ STATO IN BRACCIO A GESU’


LA STORIA DEL BAMBINO CHE E’ STATO IN BRACCIO A GESU’

E’ il 2003. Il 4 luglio – festa nazionale negli Stati Uniti – una normale famiglia americana che vive nel Nebraska, a Imperial, paesino agricolo che ha appena “duemila anime e neanche un semaforo”, sta stipando di bagagli una Ford Expedition blu.
I Burpo partono verso Nord per andare a trovare lo zio Steve,
che vive con la famiglia a Sioux Falls, nel South Dakota (hanno appena avuto un bambino e vogliono farlo vedere ai parenti).  
L’auto blu imbocca la Highway 61. Alla guida c’è il capofamiglia Todd Burpo, accanto a lui la moglie Sonja e nel sedile posteriore il figlio Colton, di quattro anni, con la sorellina Cassie.
Fanno rifornimento a una stazione di servizio nel paese dove nacque il celebre Buffalo Bill prima di affrontare immense distese di campi di granoturco. 
E’ la prima volta, in quattro mesi, che i Burpo si concedono qualche giorno di ferie dopo lo scioccante vicenda che hanno vissuto il 3 marzo di quell’anno. 
Il piccolo Colton quel giorno aveva cominciato ad avere un forte mal di pancia. Poi il vomito. Stava sempre peggio finché i medici fecero la loro diagnosi: appendice perforata.
Fu operato d’urgenza a Greeley, in Colorado. Durante l’operazione la situazione sembrò precipitare: “lo stiamo perdendo! Lo stiamo perdendo!”.
Il bambino era messo molto male e passò qualche minuto assai critico. Poi però si era ripreso. Per il babbo e la mamma era stata un’esperienza terribile. Lacrime e preghiere in gran quantità come sanno tutti coloro che son passati da questi drammi.

IN CIELO

Dunque, quattro mesi dopo, il 4 luglio, la macchina arriva a un incrocio. Il padre Todd si ricorda che girando a sinistra, a quel semaforo, si arriva al Great Plains Regional Medical Center, il luogo dove avevano vissuto la scioccante esperienza.
Come per esorcizzare un brutto ricordo passato il padre dice scherzosamente al figlio: “Ehi, Colton, se svoltiamo qui possiamo tornare all’ospedale. Che ne dici, ci facciamo un salto?”.
Il bambino fa capire che ne fa volentieri a meno. La madre sorridendo gli dice: “Te lo ricordi l’ospedale?”. 
Risposta pronta di Colton: “Certo, mamma, che me lo ricordo. È dove ho sentito cantare gli angeli”. 
Gli angeli? I genitori si guardano interdetti. Dopo un po’ indagano. 
Il bimbo racconta con naturalezza i particolari: “Papà, Gesù ha detto agli angeli di cantare per me perché avevo tanta paura. Mi hanno fatto stare meglio”.
“Quindi”, domanda il padre all’uscita del fast food, “c’era anche Gesù?”. Il bimbo fece di sì con la testa “come se stesse confermando la cosa più banale del mondo, tipo una coccinella in cortile. ‘Sì, c’era Gesù’ ”.
“E dov’era di preciso?”, domandò ancora il signor Burpo. Il figlio lo guardò dritto negli occhi e rispose: “Mi teneva in braccio”. 
I due genitori allibiti pensano che abbia fatto un sogno nel periodo di incoscienza. Ma poi vacillano quando Colton aggiunge: “Sì. Quando ero con Gesù tu stavi pregando e la mamma era al telefono”.
Alla richiesta di capire come fa lui, che in quei minuti era in sala operatoria in stato di incoscienza, a sapere cosa stavano facendo i genitori, il bambino risponde tranquillamente: “Perché vi vedevo. Sono salito su in alto, fuori dal mio corpo, poi ho guardato giù e ho visto il dottore che mi stava aggiustando. E ho visto te e la mamma. Tu stavi in una stanzetta da solo e pregavi; la mamma era da un’altra parte, stava pregando e parlava al telefono”. 
Era tutto vero. Così come era vero che la mamma di Colton aveva perduto una figlia durante una gravidanza precedente. 
Colton, che era nato dopo, non l’aveva mai saputo, ma quella sorellina lui l’aveva incontrata in cielo e lei gli aveva spiegato tutto. Sconvolgendo i genitori: “Non preoccuparti, mamma. La sorellina sta bene. L’ha adottata Dio”. Di lei il ragazzo dice: “non la finiva più di abbracciarmi”.

STUPORE E CLAMORE

Comincia così, con la tipica semplicità dei bambini che raccontano cose eccezionali come fossero normali, una storia formidabile che poi il padre ha raccontato in un libro scritto con Lynn Vincent, “Heaven is for Real” (tradotto dalla Rizzoli col titolo “Il Paradiso per davvero”). 
E’ da questo libro – che negli Stati Uniti è stato un best-seller – che vengono queste notizie. All’uscita, nel 2010, conquistò la prima posizione nella top ten del “New York Times” e subito dopo dalla storia di Colton è stato tratto un film che è appena arrivato in Italia (dal 10 luglio), sempre col titolo “Il Paradiso per davvero”.
Il film, col marchio Tristar, è diretto da Randall Wallace (lo sceneggiatore di Braveheart) e negli Stati Uniti ha avuto un grande successo. 
Può anche essere che da noi sia un flop perché gli americani hanno una sensibilità religiosa molto più profonda di quella europea (il caso americano smentisce il paradigma della sociologia moderna secondo cui la religiosità declinerebbe quanto più aumenta la modernizzazione). 
La storia (vera) del piccolo Colton peraltro è una tipica esperienza di pre-morte, cioè un fenomeno che l’editoria e la cinematografia americana in questi anni hanno scoperto e raccontato molto. Anche perché i maggiori istituti di sondaggio Usa hanno scoperto che si tratta di un’esperienza estremamente diffusa.

UN FENOMENO ENORME

Ne ho parlato nel mio ultimo libro, “Tornati dall’Aldilà”, perché negli ultimi quindici anni la stessa medicina ha studiato approfonditamente questi fenomeni scoprendo che non sono affatto da considerarsi allucinazioni, ma sono esperienze reali, vissute da persone in stato di morte clinica.
Gli studiosi (io ho citato specialmente i risultati di un’équipe olandese) si sono trovati a dover constatare che la coscienza (anzi una coscienza allargata, più capace di capire) continua a vivere fuori dal corpo anche dopo che le funzioni vitali del corpo e del cervello sono cessate. 
E’ quella che – con linguaggio giornalistico – ho chiamato “la prova scientifica dell’esistenza dell’anima”. Questi stessi studiosi, con le loro analisi scientifiche, concludono che non si possono spiegare queste esperienze se non ricorrendo alla trascendenza. 
Mi sono imbattuto personalmente in questo mistero con la vicenda di mia figlia e mi sono reso conto, dopo aver pubblicato il mio libro, che tanto grande è l’interesse popolare, della gente comune, quanto impossibile è in Italia una discussione sui giornali (o in altre sedi) fra intellettuali e studiosi, su questi fenomeni.
C’è letteralmente paura di guardare la realtà. La nostra è la cultura dello struzzo, quello che mette la testa dentro la sabbia per non vedere qualcosa che non vuole vedere. 
C’è come una censura sull’Aldilà e – in fondo – sul nostro destino eterno: “Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace un’onta/ forse un po’ come si tace/ una speranza ineffabile” (Rilke).
Ma paradossalmente la censura sull’Aldilà (e specialmente sull’Inferno) c’è anche in un certo mondo cattolico che ha adottato “la sociologia come criterio principale e determinante del pensiero teologico e dell’azione pastorale” (Paolo VI).
Così accade che, paradossalmente, la scienza è arrivata a constatare il soprannaturale, in questi fenomeni, prima del mondo ecclesiastico e teologico. 
Eppure la Vita oltre la vita sarebbe l’unica cosa davvero importante. La sola degna di meditazione. E’ il grande conforto nel dolore della vita. E’ stata la grande meta dei santi.
Forse bisogna aver assaporato proprio il dolore della vita e della morte per capire. Per avere questo sguardo e questa saggezza. Per lasciarsi consolare dalla Realtà di quell’abbraccio di felicità.
Eric Clapton, alla tragica morte del suo bimbo, scrisse una canzone struggente, “Tears in Heaven”, dove fra l’altro diceva: “Oltre la porta c'è pace ne sono sicuro/ E lo so non ci saranno più lacrime in Paradiso”. 
 
    
Antonio Socci

Da “Libero”, 13 luglio 2014
www.antoniosocci.com
E’ il 2003. Il 4 luglio – festa nazionale negli Stati Uniti – una normale famiglia americana che vive nel Nebraska, a Imperial, paesino agricolo che ha appena “duemila anime e neanche un semaforo”, sta stipando di bagagli una Ford Expedition blu.
I Burpo partono verso Nord per andare a trovare lo zio Steve,
che vive con la famiglia a Sioux Falls, nel South Dakota (hanno appena avuto un bambino e vogliono farlo vedere ai parenti).
L’auto blu imbocca la Highway 61. Alla guida c’è il capofamiglia Todd Burpo, accanto a lui la moglie Sonja e nel sedile posteriore il figlio Colton, di quattro anni, con la sorellina Cassie.
Fanno rifornimento a una stazione di servizio nel paese dove nacque il celebre Buffalo Bill prima di affrontare immense distese di campi di granoturco.
E’ la prima volta, in quattro mesi, che i Burpo si concedono qualche giorno di ferie dopo lo scioccante vicenda che hanno vissuto il 3 marzo di quell’anno.
Il piccolo Colton quel giorno aveva cominciato ad avere un forte mal di pancia. Poi il vomito. Stava sempre peggio finché i medici fecero la loro diagnosi: appendice perforata.
Fu operato d’urgenza a Greeley, in Colorado. Durante l’operazione la situazione sembrò precipitare: “lo stiamo perdendo! Lo stiamo perdendo!”.
Il bambino era messo molto male e passò qualche minuto assai critico. Poi però si era ripreso. Per il babbo e la mamma era stata un’esperienza terribile. Lacrime e preghiere in gran quantità come sanno tutti coloro che son passati da questi drammi.
IN CIELO
Dunque, quattro mesi dopo, il 4 luglio, la macchina arriva a un incrocio. Il padre Todd si ricorda che girando a sinistra, a quel semaforo, si arriva al Great Plains Regional Medical Center, il luogo dove avevano vissuto la scioccante esperienza.
Come per esorcizzare un brutto ricordo passato il padre dice scherzosamente al figlio: “Ehi, Colton, se svoltiamo qui possiamo tornare all’ospedale. Che ne dici, ci facciamo un salto?”.
Il bambino fa capire che ne fa volentieri a meno. La madre sorridendo gli dice: “Te lo ricordi l’ospedale?”.
Risposta pronta di Colton: “Certo, mamma, che me lo ricordo. È dove ho sentito cantare gli angeli”.
Gli angeli? I genitori si guardano interdetti. Dopo un po’ indagano.
Il bimbo racconta con naturalezza i particolari: “Papà, Gesù ha detto agli angeli di cantare per me perché avevo tanta paura. Mi hanno fatto stare meglio”.
“Quindi”, domanda il padre all’uscita del fast food, “c’era anche Gesù?”. Il bimbo fece di sì con la testa “come se stesse confermando la cosa più banale del mondo, tipo una coccinella in cortile. ‘Sì, c’era Gesù’ ”.
“E dov’era di preciso?”, domandò ancora il signor Burpo. Il figlio lo guardò dritto negli occhi e rispose: “Mi teneva in braccio”.
I due genitori allibiti pensano che abbia fatto un sogno nel periodo di incoscienza. Ma poi vacillano quando Colton aggiunge: “Sì. Quando ero con Gesù tu stavi pregando e la mamma era al telefono”.
Alla richiesta di capire come fa lui, che in quei minuti era in sala operatoria in stato di incoscienza, a sapere cosa stavano facendo i genitori, il bambino risponde tranquillamente: “Perché vi vedevo. Sono salito su in alto, fuori dal mio corpo, poi ho guardato giù e ho visto il dottore che mi stava aggiustando. E ho visto te e la mamma. Tu stavi in una stanzetta da solo e pregavi; la mamma era da un’altra parte, stava pregando e parlava al telefono”.
Era tutto vero. Così come era vero che la mamma di Colton aveva perduto una figlia durante una gravidanza precedente.
Colton, che era nato dopo, non l’aveva mai saputo, ma quella sorellina lui l’aveva incontrata in cielo e lei gli aveva spiegato tutto. Sconvolgendo i genitori: “Non preoccuparti, mamma. La sorellina sta bene. L’ha adottata Dio”. Di lei il ragazzo dice: “non la finiva più di abbracciarmi”.
STUPORE E CLAMORE
Comincia così, con la tipica semplicità dei bambini che raccontano cose eccezionali come fossero normali, una storia formidabile che poi il padre ha raccontato in un libro scritto con Lynn Vincent, “Heaven is for Real” (tradotto dalla Rizzoli col titolo “Il Paradiso per davvero”).
E’ da questo libro – che negli Stati Uniti è stato un best-seller – che vengono queste notizie. All’uscita, nel 2010, conquistò la prima posizione nella top ten del “New York Times” e subito dopo dalla storia di Colton è stato tratto un film che è appena arrivato in Italia (dal 10 luglio), sempre col titolo “Il Paradiso per davvero”.
Il film, col marchio Tristar, è diretto da Randall Wallace (lo sceneggiatore di Braveheart) e negli Stati Uniti ha avuto un grande successo.
Può anche essere che da noi sia un flop perché gli americani hanno una sensibilità religiosa molto più profonda di quella europea (il caso americano smentisce il paradigma della sociologia moderna secondo cui la religiosità declinerebbe quanto più aumenta la modernizzazione).
La storia (vera) del piccolo Colton peraltro è una tipica esperienza di pre-morte, cioè un fenomeno che l’editoria e la cinematografia americana in questi anni hanno scoperto e raccontato molto. Anche perché i maggiori istituti di sondaggio Usa hanno scoperto che si tratta di un’esperienza estremamente diffusa.
UN FENOMENO ENORME
Ne ho parlato nel mio ultimo libro, “Tornati dall’Aldilà”, perché negli ultimi quindici anni la stessa medicina ha studiato approfonditamente questi fenomeni scoprendo che non sono affatto da considerarsi allucinazioni, ma sono esperienze reali, vissute da persone in stato di morte clinica.
Gli studiosi (io ho citato specialmente i risultati di un’équipe olandese) si sono trovati a dover constatare che la coscienza (anzi una coscienza allargata, più capace di capire) continua a vivere fuori dal corpo anche dopo che le funzioni vitali del corpo e del cervello sono cessate.
E’ quella che – con linguaggio giornalistico – ho chiamato “la prova scientifica dell’esistenza dell’anima”. Questi stessi studiosi, con le loro analisi scientifiche, concludono che non si possono spiegare queste esperienze se non ricorrendo alla trascendenza.
Mi sono imbattuto personalmente in questo mistero con la vicenda di mia figlia e mi sono reso conto, dopo aver pubblicato il mio libro, che tanto grande è l’interesse popolare, della gente comune, quanto impossibile è in Italia una discussione sui giornali (o in altre sedi) fra intellettuali e studiosi, su questi fenomeni.
C’è letteralmente paura di guardare la realtà. La nostra è la cultura dello struzzo, quello che mette la testa dentro la sabbia per non vedere qualcosa che non vuole vedere.
C’è come una censura sull’Aldilà e – in fondo – sul nostro destino eterno: “Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace un’onta/ forse un po’ come si tace/ una speranza ineffabile” (Rilke).
Ma paradossalmente la censura sull’Aldilà (e specialmente sull’Inferno) c’è anche in un certo mondo cattolico che ha adottato “la sociologia come criterio principale e determinante del pensiero teologico e dell’azione pastorale” (Paolo VI).
Così accade che, paradossalmente, la scienza è arrivata a constatare il soprannaturale, in questi fenomeni, prima del mondo ecclesiastico e teologico.
Eppure la Vita oltre la vita sarebbe l’unica cosa davvero importante. La sola degna di meditazione. E’ il grande conforto nel dolore della vita. E’ stata la grande meta dei santi.
Forse bisogna aver assaporato proprio il dolore della vita e della morte per capire. Per avere questo sguardo e questa saggezza. Per lasciarsi consolare dalla Realtà di quell’abbraccio di felicità.
Eric Clapton, alla tragica morte del suo bimbo, scrisse una canzone struggente, “Tears in Heaven”, dove fra l’altro diceva: “Oltre la porta c'è pace ne sono sicuro/ E lo so non ci saranno più lacrime in Paradiso”.

Antonio Socci
Da “Libero”, 13 luglio 2014
www.antoniosocci.com

mercoledì 9 luglio 2014

INTERVISTE AL MEC


DOMENICA GITA A SAN CANDIDO E PISTA CICLABILE FINO A LIENZ

Questo sopra è il link dove potete trovare i dettagli della pista ciclabile che in 8 abbiamo fatto domenica 6 Luglio

Siamo partiti con la macchina alle 6,30 da Brescia e arrivati verso le 10 a San Candido
Prese le bici a noleggio (16 euro a bici) abbiamo percorso la splendida pista ciclabile con il cielo sereno un pù nuvoloso..
Siamo arrivati alle 14,30 a Lienz non molto affaticati perchè il percosrso è quasi tutto in discesa
Riconsegnato le bici (5 euro) e preso il treno per il ritorno (9 euro) siamo tornati a San Candido.
Eravamo di ritorno a Brescia verso le 20....

Gita bellissima ..da rifare..peccato che è troppo lontana
Ma ci sono altri itinerari da fare..magari fino a Cortina..

Ecco alcune nostre fotografie..poi col tempo ne metterò altre
 Tanti saluti e....alla prossima..


giovedì 3 luglio 2014

Olalla, storia di una conversione

 di Rino Cammilleri
È stata la sciupasogni degli spagnoli per anni. La vedevano in tv, nelle pubblicità di marchi prestigiosi, era lei la Kellog’s-girl, lei, Olalla Oliveros, fisico da urlo, sorriso-che-porta-via, top model, showgirl, attrice di cinema, teatro e popolarissime sit-com. Guardando le sue foto in internet, anche in lingerie, si resta stupefatti, sia per la bellezza della donna, sia per quel che è successo dopo, proprio quando era in procinto di firmare il contratto per un film. Un viaggio a Fatima ed ecco la decisione di mollare tutto per diventare suora di clausura. Solo nel 2010, col permesso dei superiori, ha raccontato tutto al foglio «El Tiempo». Ed ecco in sintesi: «Il Signore non commette errori. Mi ha chiesto di seguirlo e io non ho rifiutato». Suora di clausura, dunque, nella congregazione di San Michele Arcangelo di Vilariño, in Galizia.
Olalla, prima e dopo la conversioneIl suo «terremoto interiore» -così lo ha definito- le ha fatto comprendere che essere un modello (modella, nel suo caso) ha una pregnanza letterale che comporta un tremendo fardello. «Da grandi poteri derivano grandi responsabilità» è il motto di Spiderman. E Ratzinger ha spiegato che la fede rivela all’uomo se stesso: uno che ha scoperto la verità di Gesù Cristo scopre anche chi è e che cosa deve fare. Noverim Te, noverim me, conoscessi Te conoscerei anche me, diceva col suo solito stile icastico sant’Agostino. Chi scopre Dio, scopre subito che la sua vita è un compito, non un giocattolo. Quanto gli operatori dello spettacolo abbiano contribuito a diffondere l’irreligione e stili di vita libertini è sotto gli occhi di tutti, tutti i giorni, specialmente da quando lo spettacolo entra nelle nostre case tutti i giorni a tutte le ore e invade tutti gli aspetti dell’esistenza. Siamo nella civiltà dell’immagine, si dice.
Ma qual è questa immagine? Attori, attrici, presentatori e showman sempre belli, allegri e frizzanti, le cui vite private sono un disastro umano. E che, dai rotocalchi, «danno l’esempio» alle masse. Si faccia caso anche a questo: chi muore nei film trapassa sempre in modo stoico, e l’eroe è sempre ateo. La realtà, per fortuna, è diversa, ma il «modello» offerto è un altro. Il caso di Olalla Oliveros ci insegna pure un’altra cosa: chi abbandona il deserto dell’effimero difficilmente sceglie una comunità religiosa di tipo progressista. Chi aveva tutto dalla vita non abbandona tutto per “qualcosa”, ma per il suo esatto contrario. Per questo il caso di suor Olivares è molto differente da quello di suor Scuccia: la prima, dalle luci della ribalta al convento; la seconda ha fatto il cammino opposto (e il Gabibbo l’ha prontamente satireggiata). Quasi tutti i grandi convertiti della storia che hanno condotto una vita burrascosa o scintillante hanno optato per la trappa o per un ordine religioso estremo, il più duro presente al momento, talvolta quello votato alle attività più repellenti. Speriamo che i superiori di suor Olalla, dopo averle ordinato l’outing del 2010 (cosa lodevole, perché di buoni esempi non ce ne sono molti in giro), la lascino alla sua vita di intercessione, lontana da quei riflettori che si è gioiosamente lasciata alle spalle.

Come affrontiamo la vita ?

Foto: La vita non è quella che dovrebbe essere. È quella che è. È il modo in cui l'affronti che crea la differenza (V.Satir)La vita non è quella che dovrebbe essere. 
È quella che è.
È il modo in cui l'affronti che crea la differenza (V.Satir)

Dal sito del MEC un bellissimo articolo..Ciao Teresa di Roma !


di Teresa GENTILONI
Mercoledì scorso eravamo tutti dal Papa, e oggi, a distanza di una settimana, vorrei esprimere le mie emozioni. Sono stata in piazza S. Pietro tante volte ormai, ed ero lì quando Papa Francesco è stato eletto. Ho avuto il privilegio, da romana, di vedere la fumata bianca; poi il 6 Agosto di un anno fa ho incontrato il Papa con Suor Janeth, Tommaso Riva (che ora è in missione in Colombia) e alcuni ragazzi colombiani. Eravamo solo in 70 persone davanti alla casa di Santa Marta: c’è stata una foto di gruppo e quando ho capito che quella  macchia bianca  apparsa accanto a me era l’abito di  Papa Francesco ho creduto di svenire per la gioia!

Eppure mercoledì mattina, che ero in piazza con tutto il mio Mec, ho provato ancora un’emozione fortissima. Il giorno prima, durante l’incontro con Padre Antonio, mi è venuto da piangere solo all’idea che nella mia Parrocchia, a Santa Maria degli Angeli, fossero riunite 600 persone del movimento. E’ quella la Chiesa dove ho battezzato i miei figli, ho dato il mio ultimo saluto a mio padre e, proprio lì, ho visto riuniti tanti amici!  Insomma ho avuto il movimento a casa.
C’è una bella differenza tra avere il movimento nel cuore e averlo proprio nella mia città: nella mia adorata Roma. Ma c’è una cosa in più che ho bisogno di raccontare: l’incontro con la comunità del Libano.

Il giorno del loro arrivo, lunedì sera, li avevamo accolti a Santa Teresa in Corso d’Italia, dove ci riuniamo tutti i martedì sera per la scuola di cristianesimo. Dopo la Messa noi di Roma avevamo preparato una bella cena. E loro, stanchi morti (avevano viaggiato tutta la notte!) ci hanno riempito di regali, di dolci e dei loro sorrisi. Ma il regalo più bello è stato quando sono partiti tutti, i frati, gli amici e loro sono rimasti ancora due giorni per visitare la città. Io, insieme a Luciano, sono diventata l’accompagnatore ufficiale e con il mio inglese un po’ stentato e con i loro traduttori (Elian, Vincenzo e Tony) ho potuto spiegare qualcosa delle nostre Basiliche e soprattutto dell’Estasi di Santa Teresa d’Avila.

L’ultimo giorno, il Venerdì, abbiamo salito insieme i gradini della Scala Santa a San Giovanni e, insieme, abbiamo pregato per il nostro Movimento, per la terra sempre martoriata del Libano e per le nostre famiglie. Che altro dirvi? Solo che un pezzo del mio cuore è arrivato a Beirut, che aspetto la prossima assemblea per rivedere Elian e avere notizie di sua moglie Claudette, delle sue cognate e di tutti quei volti e quelle mani che ho stretto e abbracciato alla partenza del pullman per Fiumicino.

Un giorno abbiamo preso un diluvio sul bus turistico che fa il giro della città (e molti di noi erano seduti allo scoperto) e così mi hanno raccontato che quando in Libano accade qualcosa di imprevisto si dice “tutta colpa degli italiani”, adesso io so che la nostalgia che provo oggi nel ripensare all’udienza dal Papa e a quelle giornate… “è tutta colpa dei libanesi”.

mercoledì 2 luglio 2014

Alessandro D'Avenia e il suo romanzo in un film

http://www.tempi.it/blog/bianca-come-il-latte-rossa-come-il-sangue-come-difficile-avere-sedici-anni#.U7R6ZEBlfFw

leggi l'articolo cliccando sul link ma importante comprare il libro......

Finita la scuola ...ma ricordiamo Il papà cinese che porta il figlio a scuola in spalla

figlio-scuolaMi risulta difficile, in questo momento, anche solo immaginare un eroe più eroe di questo. Mi commuove e mi esalta – i due sentimenti certe volte viaggiano insieme – la storia, anzi la vita quotidiana di Yu Xukang, 40enne contadino delle colline cinesi.
È la storia immensa, sconfinata – è uno di quei casi in cui bisognerebbe esagerare con la retorica fino a diventare pacchiani – di un padre che ogni giorno percorre 18 miglia a piedi, ovvero 29 chilometri – la metà dei quali con un ragazzo disabile in spalla – e sapete per cosa? Perché – udite udite – non vuole che suo figlio perda anche solo un giorno di scuola. «4,5 miglia per andare a scuola nella borgata più vicina – si legge – 4,5 miglia per tornare in paese a lavorare, 4,5 per tornare a scuola, 4,5 miglia ancora per riportare il bambino a casa. 4,5 miglia quattro volte al giorno». Dopo il divorzio, nove anni fa, decise di “caricare” su di sé (è proprio il caso di dirlo) suo figlio e il suo futuro. E tutto questo per non fargli mancare – nonostante il “consumo” (anche qui il senso è letterale…) del proprio corpo – quel momento di vita comune chiamato scuola e che noi non sappiamo più apprezzare.
Non aggiungo commenti, cosa potrei aggiungere? Yu Xukang fa pensare a uno dei personaggi più semplici e profondi della nostra letteratura: Mastro Geppetto e la sua giacca venduta per quel piccolo birbante di Pinocchio che non capisce (ma poi sì) il suo amore di padre. Eccolo qui, in quei 29 km, l’amore di padre. «Piccolo Ercole delle colline cinesi» lo ha definito Di Stefano sul Corriere, che come me sa che gli eroi, metà uomini e metà dei, esistono ancora. Io concordo, ma toglierei l’aggettivo “piccolo”.
Pino Suriano

Movimento Ecclesiale Carmelitano su TV2000 -intervista in piazza S.Pietro


venerdì 27 giugno 2014

MERIAM E' TORNATA ANCORA LIBERA ! E' ALL'AMBASCIATA AMERICANA....


E' IMPORTANTE LA MATITA CON CUI SCRIVI LA STORIA ! Paulo Coelho, Sono come il fiume che scorre

  • Il bambino guardava la nonna scrivere una lettera. A un certo punto, le domandò:
    "Stai scrivendo una storia che è capitata a noi? E che magari parla di me."
    La nonna interruppe la scrittura, sorrise e disse al nipote:
    "È vero, sto scrivendo qualcosa di te. Tuttavia, più importante delle parole, è la matita con la quale scrivo. Vorrei che la usassi tu, quando sarai cresciuto."
    Incuriosito, il bimbo guardò la matita, senza trovarvi alcunché di speciale.
    "Ma è uguale a tutte le altre matite che ho visto nella mia vita!"
    "Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose. 
  • Questa matita possiede cinque qualità: se riuscirai a trasporle nell'esistenza, sarai sempre una persona in pace con il mondo.
  •  
  • "Prima qualità: puoi fare grandi cose, ma non devi mai dimenticare che esiste una Mano che guida i tuoi passi. 'Dio': ecco come chiamiamo questa mano! Egli deve condurti sempre verso la Sua volontà.

  • "Seconda qualità: di tanto in tanto, devo interrompere la scrittura ed usare il temperino. È un'operazione che provoca una certa sofferenza alla matita ma, alla fine, essa risulta più appuntita. Ecco perché devi imparare a sopportare alcuni dolori: ti faranno diventare un uomo migliore.
  •  
  • "Terza qualità: il tratto della matita ci permette di usare una gomma per cancellare ciò che è sbagliato. Correggere un'azione o un comportamento non è necessariamente qualcosa di negativo: anzi, è importante per riuscire a mantenere la retta via della giustizia.
  •  
  • "Quarta qualità: ciò che è realmente importante nella matita non è il legno o la sua forma esteriore, bensì la grafite della mina racchiusa in essa. Dunque presta sempre attenzione a quello che accade dentro di te.

  • "Quinta qualità: essa lascia sempre un segno. Allo stesso modo, tutto ciò che farai nella vita lascerà una traccia: di conseguenza, impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione." 

  • Apprezza ciò che sei perché tu sei amore, quell'amore che cerchi in ogni cosa e in ogni dove. 
  • Accogli ciò che tu sei perché tu sei ciò che cerchi di essere, ciò che tu vuoi essere. 
  • Accetta te stesso, perché tu sei ciò che hai tanto bisogno di essere. 
  • Sorridi all'amore perché tu sei quell'amore che cerchi in ogni luogo.
[Paulo Coelho, Sono come il fiume che scorre. Pensieri e riflessioni 1998-2005, traduzione di Rita Desti, Bompiani, Milano 2006.]