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domenica 23 ottobre 2016

Ritratti di Santi: S. Giovanni Paolo II (brano del libro di padre Antonio Sicari)

 Nel periodo che intercorse tra la fine dell’occupazione tedesca e l’organizzazione del potere sovietico, completò in maniera organica la formazione seminaristica e gli studi di teologia. A volte, però, anche il sacerdozio sembrava non bastargli: nella sua anima sentiva l’urgenza di una consacrazione a Dio più radicale, simile a quella di San Giovanni della Croce, il santo carmelitano che l’affascinava con la sua dottrina mistica. Così fece pubblicare, proprio sulla rivista dei carmelitani di Cracovia, un suo poema intitolato Canto sul Dio nascosto, di intonazione tipicamente sanjuanista, che era quasi una promessa a Dio: “Lentamente tolgo luce alle parole… e, piano, in tutto metto il nulla che attende l’alba della creazione, per creare uno spazio alle tue mani tese… O immenso! Occupi solo una minuscola cella ed ami luoghi solitari e vuoti. Poiché Tu sei il silenzio stesso, questo grande Tacere, da ogni suono di voce fammi libero, ed entra in me Tu solo, col tuo fremente essere e col vento che trema fra le mature spighe”. Per l’artista - che un tempo s’era completamente affidato al suono salvifico della “parola” e alla ribalta del palcoscenico - questa invocazione per accogliere il “grande silenzio” di Dio (“da ogni suono di voce fammi libero”) e questa aspirazione ad abitare una cella minuscola e solitaria indicavano una profonda maturazione interiore (alla quale alludevano le “spighe mature”). Ma l’arcivescovo di Cracovia, al quale Karol doveva obbedienza, non volle saperne di quella vocazione monastica. In quegli anni l’esigenza primaria era d’avere nuovi preti capaci di ricostruire, dato che il clero era stato decimato dai nazisti: 3.646 sacerdoti erano stati imprigionati o internati nei campi di concentramento; di essi 2.647 erano stati uccisi. In pratica era scomparso un terzo del clero polacco. Il giovane Wojtyla prometteva una riuscita eccezionale, e il Vescovo non volle perderlo. […] Negli ultimi anni, molti si chiesero perché mai Giovanni Paolo II volesse restare tenacemente al suo posto, “non avendo paura” nemmeno di esporre al mondo, in maniera impietosa (come sanno essere impietose certe riprese televisive!) la propria decadenza fisica, fino ad accontentarsi, in ultimo, di gesti tremuli e di suoni inarticolati. Ma non tutti sapevano o potevano ricordare ciò che lui stesso aveva svelato di quel primo momento in cui aveva accettato la “nomina” a Pontefice. Proprio allora gli si era imposto “un accostamento strano”. Aveva pensato “a quei malati incurabili condannati alla carrozzella, o inchiodati al loro letto, persone spesso giovani e coscienti del procedere implacabile della loro malattia, prigioniere della loro agonia per settimane, mesi, anni” e vi aveva trovato un incitamento “a fare la volontà del Padre celeste, quali che siano la nostra debolezza e le nostre vedute personali”. Per questo aveva accettato l’elezione. Come poteva abbandonare il suo posto, proprio nel tempo in cui quella prima intuizione si faceva realtà? Così, in quegli ultimi giorni del mese di marzo 2005, se ne stava nel suo letto d’infermo, consapevole che migliaia di giovani in piazza assistevano alla sua agonia. Dicono che abbia mormorato: “Vi ho chiamato e siete venuti”, consapevole che - solo per quell’ultima malattia era stato Lui a richiamarli, col suo dolore. “In casa si sentiva tutto - ha raccontato il segretario del Pontefice scomparso -: la piazza, la preghiera, la presenza dei giovani e lui se ne è accorto perché è stato cosciente sino alla fine. L’ultimo giorno, il sabato (2 aprile), io personalmente l’ho sentito dire: Totus tuus”. Più tardi sospirò: “Lasciatemi andare dal Signore”. E andò da Lui, nella sera in cui la Chiesa già era in festa per la “Divina Misericordia”. Padre Antonio Maria Sicari, Il secondo grande libro dei RITRATTI DI SANTI, Jaca Book, Milano 2006

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